


INGANNEVOLE E’
IL CUORE PIU’ DI OGNI COSA
REGIA: Asia Argento
CAST: Asia Argento, Dylan Sprouse,
Cole Sprouse
SCENEGGIATURA: Asia Argento, Alessandro Magania
A cura di Pierre Hombrebueno
ASIA ARGENTO SORPRENDE, MA INGANNA
Asia Argento ci riprova, e dopo il suo esordio registico
con Scarlet Diva, ritorna a dirigere, questa volta
portando sugli schermi il romanzo autobiografico di J.T
Leroy.
Forse non bisognerebbe mai dimenticare che tale Asia è figlia del regista
italiano che negli anni settanta divenne una vera icona cult, Dario Argento.
Non bisogna perciò farsi prendere dai pregiudizi (o dai recenti flop del padre), ed ammettere per una buona volta che Asia
ci sa fare dietro la macchina da presa, sa imprimere nelle immagini la
distorsione del mondo che descrive. Il miglior Cinema non è mai ciò che
colpisce per ciò che racconta, bensì per come lo racconta. E Asia non si limita
a raccontare il libro di Leroy, lei lo assimila nella
sua macchina da presa disegnando quadri storti, sporchi, raramente lineari e
fini. Mai come per un film di questo genere l’adeguatezza della macchina
a mano e dei montage sequence
ritrova una bilanciata quanto essenziale funzionalità; se infatti con
l’uso della macchina a mano si suscitano echi dogmatici di realismo duro
e crudo, il montage sequence,
con la sua contorsione della diegesi, dona euforia e
dinamica agli eventi narrativi.
Il filtro dell’opera sta negli occhi del bambino, che con la sua
soggettiva visione riesce a soverchiare lo spettatore appropriandosene; gli
occhi del bambino diventano i nostri, quegli occhi innocenti che non osano
ribellarsi davanti alle merde che trova davanti,
perché egli è una vittima sacrificale, buttato in pasto al mondo urbano fatto
di sporcizia e desolazione.
Ma il (grande, grandissimo) difetto di Ingannevole è il cuore più di ogni cosa
è la sua totale abolizione della diegesi in rapporto
con l’enunciazione: Asia strappa le regole dei raccordi e lascia ai suoi
sintagmi le proprie strade senza indicazioni; la seconda scena potrebbe essere
la penultima, la terza e la quarta invertiti, e così via, perché ogni sequenza
diventa totalmente indipendente dalla precedente e dalla successiva, suscitando
non solo una noiosa ripetitività, ma anche la sensazione che alla fine Asia
abbia solo le idee di cosa vuole suscitare, ma non di quello che deve o vuole
raccontare, riducendo il film in tanti piccoli cortometraggi desolati legati
tra loro da una confutabile (il)linearità e facendo dei personaggi degli
elementi così perfettamente disumani e fuori contesto temporale da evitare ogni
rapporto emotivo con chi guarda. Nel Cinema non è mai bastato né basterà mai. E
a noi non ci resta che dire: Asia, ritenta
un’altra volta, forse sarai più fortunata.
(27/03/05)