INFECTION

REGIA: Masayuki Ochiai
CAST: Shiro Sano, Koichi Sato, Masanobu Takashima
SCENEGGIATURA: Masayuki Ochiai
ANNO: 2004


A cura di Davide Ticchi

MAD HOSPITAL

Mentre in america si cercano di compattare e sfruttare gli ultimi rimasugli di un cinema horror che fece la sua fortuna negli anni ’80, ma che riproposto all’oggi risulta tremendamente datato e inefficace, direttamente dal Giappone, arriva lo splatter più fresco e innovativo degli ultimi tempi. Infection appare subito come un innovazione, perché è un raro esempio di cinema medico, ovvero quel cinema che del morbo e dell’inconsistenza, ne fa materia devastante, per il corpo e per la mente. Corpo e mente si rivelano essere poi gli elementi di trasmissione del virus, perché mentre la degenerazione del corpo trova libero sfogo nell’ambiente, la mente umana viene crogiolata in un baratro di follia, proprio quella follia che contagia gli altri corpi, di altri medici o infermiere. Infatti sarà solo il personale medico a rimanere infettato dallo strano virus, mentre i pazienti nella loro stasi esistenziale non si accorgeranno di nulla. Ancora una volta l’unica sequenza esterna si ripete, due altalene arrugginite si muovono indipendentemente e misteriosamente, portando lo spettatore a credere che esse siano l’esemplificazione della disparità che c’è nell’uomo tra mente e corpo. Da questi elementi estrinsechi ci si accorge che in quell’ospedale c’è qualcosa che non va, c’è il buio, la quasi totale assenza di personale medico, l’errata percezione di quei pochi dipendenti che lo gestiscono. Perché se il colore rosso del sangue diventa verde e gelatinoso, e pervade i corpi di chi è infetto, allora non c’è niente da fare, e chi è medico non può far altro che assistere con attrazione e repulsione questo strano fenomeno. Così la mente umana percepirà questi moti corporei ed esistenziali, occultando una realtà e verità che si saprà solo alla fine, e liberando il personale come cani affamati di alibi e serenità per i tetri corridoi di un ospedale troppo grande.
Utilizzando la luce come primario elemento di destabilizzazione ottica e percettiva, Ochiai adibisce una sceneggiatura intera atta alla negazione di sé stessa, ovvero a ciò che vuole far credere. Le luci verdi che si trasformano in rosse, come gli organi in decomposizione in banalissimo sangue, e così via. Per questo Infection sembra traslarsi ad horror percettivo alla The eye, più che a splatter orientale dove niente è lasciato al caso. Molte delle ottime trovate horror che ci accompagnano durante il film sono la sola giustificazione psicologica ad un massacro, ad un massacro non annunciato quanto inevitabile? Non ci è dato a capire in quanto siamo noi a doverci orientare nell’interpretazione di noi stessi, e a doverci calare nel contesto lavorativo e ambientale, che può incidere molto sulla percezione errata delle cose. Con intelligenza e metafore, oltre che tra un sussulto e l’altro, Masayuki Ochiai ci conduce per una visita-viaggio nell’ospedale matto, fantasma, demoniaco… Che dopo Hypnosis è il vero protagonista di un horror che conferma la piena vitalità del cinema orientale, un cinema infetto da mostri di bravura.

(16/06/05)

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