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THE ILLUSIONIST

REGIA: Neil Burger
SCENEGGIATURA: Neil Burger
CAST: Edward Norton, Jessica Biel, Paul Giamatti
ANNO: 2006


A cura di Alessandro Tavola

THE LONGSOME WIZARD

Rullino i tamburi, squillino le trombe, miagolino i gatti! Edward Norton redivivo! E dopo i battiti di Down the valley l’elettrocardiogramma pare tornare a ritmi pieni. Un film incognita di un semiesordiente che guardacaso proprio di incognite parla.
Triangolo di uomini, uno guidato dall’amore, uno dal proprio desiderio di giustizia e uno dalla sete di potere, con al centro una donna (Jessica Biel dalla pelle di porcellana, in questi giorni internettianamente nominata donna più sexy del pianeta, qui probabilmente nelle tinte più ebbre e angeliche che possa toccare) nel più classico ed equilibrato dei contrappesi drammatici, in cui il mago è eroe maledetto e totale e ognuno andrà incontro al proprio destino da giustizia divina.
“Ogni uomo ha un segreto inconfessabile” diceva il sottotitolo di Un Sorrentino, ed è dello stesso stampo l’alone misterioso che circonda il personaggio di Norton, quasi intaccabile nel suo porsi con un resto del mondo che in ogni istante è suo pubblico, col quale l’interazione è univoca, per il suo essere illusionista, animo a sè stante imperscrutabile e solamente immaginabile e ipotizzabile – celato in un luccichio di occhi in ogni istante simile ad un principio di pianto e in un’espressione maschera teatrale organica ferma e al contempo fluida in uno svirgolo della bocca che è broncio malinconico e ghigno vendicativo, ammaliante e curioso così che sembri che nulla gli possa essere dato. Crepuscolare personalità, una “luce nera” doppiamente sfuggevole e intangibile.
Amore above all: Eisenheim (questo il nome) è in ciò totalmente rappresentativo della reiveicolazione della paure e dei desideri che sempre più si accentuano, compenetrano e spesso confondono nel binomio talento-maledizione che si fanno magia, arte, dietro al quali v’è sempre (e come altrimenti?) un trucco che però svanisce di fronte a un risultato fatto d’incanto, mentre tutto il resto non ci è dato sapere: un personaggio che è uno stagno quasi senza vento che riflette magicamente tutto quello che c’è sopra e intorno e del quale il fondo è a malapena intravedibile, specchio d’acqua fatto di giochi magici che è probabilmente il meno altezzoso uso della cgi palese degli ultimi tempi, con la quale ogni “esibizione” appare a noi come alle platee come puro balletto sinuoso di avvenimenti sovrannaturali – piante che crescono, oggetti che sfuggono ai dettami del tempo e dello spazio, fantasmi – con cui Burger, a differenza della maggior parte dei cineasti, riesce a non cadere in quelli che sono solitamente i toni dark tipici dati dalle ambientazioni fin-de-siècle, delineando un’atmosfera soave e leggiadra, simile in tutto e per tutto a una splendida calligrafia corsiva decisa e semplice nella sua tendenza alla perfezione a tratti autunnale, in una ricerca del primaverile, dolce che nasconde amaro che nasconde dolcissimo, mascolinità romantica in cui Norton è china nerissima su carta gialla in quella che è una lettera d’amore trasversale come in tempi recenti lo è stato The fountain di Aronofsky.
Il mondo di per sè si fa estraneo e l’animo del mago è propriamente oltremondo, anzi sopra il mondo, senza condannarlo ma nel completo disinteresse d’interazione. Solitudine e missione.
Illusioni, non prestigio. E il confronto con Nolan viaggia più che legittimo, perchè molte (forse troppe) idee coincidono, simpatizzano, s’accomunano, e totalmente a discapito di quest’ultimo, a riconferma di tutti i suoi difetti, superoici e magicistici: sia lui che Burger parlano di una determinazione, di un conflitto interno/esterno, di un mistero angoscioso ma fiero prettamente maschili, guerrieristici di una lotta che è di solitudine e ricerca d’equilibrio verso tutto il resto, con(tro) tutto ciò che è nocivamente, ingiustamente esterno, ma se il più che noto autore dell’ultimo (ma purtroppo non ultimo) Batman in entrambi gli ultimi suoi due film si perdeva nelle proprie stesse idee in un ripetersi degno di un docente universitario un po’ spossato, Burger scocca poco meno di due ore di pura concentrazione musicale di concetti e sentimenti, immacolato svolgersi di immagini che in ogni momento riescono ad essere concentriche le une dopo le altre, senza mai andare fuorifuoco concettuale, melodiche dall’inizio alla fine, descrivendo armonia di romanticismo e grandezza (più che) umana che non tarda ad essere poi ad essere flippata in maniera che ricorda (ma non raggiunge) lo stato sublime del finale del capolavoro di un altro Just-Debut Director, Bryan Singer.
Se si considerasse Batman come stemma di una filosofia ben precisa, che nei nostri occhi è quella descritta da Burton, beh, ci sarebbe più Batman nel primo rullo di The illusionist che in tutto Batman Begins.

E in ciò l’idea di Burger è quella di mostrare la magia come risultato di qualcosa che solo poco a poco può svelarsi, in quella che è propriamente un’indagine su una persona che è la sua stessa arte, che è spirito, che è Cinema, verso i quali il curioso (Giamatti) cerca i “come” mentre gli occhi e i pensieri di chi guarda lottano per poter vedere meglio oltre quella plasticità oscura i “(veramente) che cosa” e i “perchè”.
Rapporto molto vicino alla simbiosi tra i pubblici (del film, degli spettacoli di magia): per noi sono effetti speciali, per loro anche, e la tecnica diviene di totale disinteresse e subito abilmente liquidata nei titoli di testa (ebbene sì, almeno qui ci sono) che non a caso terminano proprio con un proiettore e poi con gli occhi di Jessica Biel: da quel momento sarà solo l’illusione data dalle cose ad essere importante; così come per Norton che la prima volta ci appare dal primo di tanti iris affannato, stanco, sudato, pieno di male(ssere), e poi non più: dalla scena successiva sarà solamente il suo volto sopra descritto a contare, sarà solamente l’illusione data dalla persona ad essere importante.

L’artista e la sua arte, l’eroe e la sua missione, un regista e le sue idee.
L’esibizione, l’avventura, il film.
In ogni caso,
per amore.

(10/04/07)

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