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L’AMORE GIOVANE
REGIA: Ethan Hawke
CAST: Mark Webber, Catalina Sandino Moreno, Ethan Hawke
SCENEGGIATURA: Ethan Hawke
ANNO: 2006
A cura di Pierre Hombrebueno
VENEZIA 06’: APPUNTI MENTALI
SU THE HOTTEST STATE DI ETHAN HAWKE
"Certo, eravamo giovani ed immaturi.
Ma avevamo ragione". Disse una volta non ricordo chi. E ha davvero
ragione, in questa bellezza della spontaneità e dell'imperfezione. Questa
immaturità che permette di chiamare 5 volte consecutivamente una segreteria
telefonica in quanto fottutamente ossessionato da una donna ormai sfogo di
coscienza e di fantasmi. Questa immaturità che permette di spaccare il proprio
telefonino senza un minimo ripensamento e incurante del come e del perché. Il
quasi soffocare – perdere e perdersi in una dimensione all alone in space
and time – there’s nothing here but what here’s mine –
piangere di notte al buio credendo di star per morire… E sempre questa
immaturità che riesce a compiere il miracolo più grande e la vera magia:
credere seriamente nell'eternità di un’amore. Non è propriamente una
sorta di poetica del fanciullino - dell’osservare la banalità tramite
gl’occhi stupiti come fosse la prima volta - bensì magica innocenza e
anti-contaminazione, sensibilità pompata a dismisura, emo(tional)-style.
L'opera
di Ethan Hawke è una magnifica
possibilità concessa, apertura sensitiva e mentale che solamente lo stadio
della giovinezza suscita, il tutto con un narrare così lucido e così
essenzialmente veritiero, uno spaccato che qualcuno oserebbe definire persino
sociologico, non nel senso più usato del termine, ma proprio nel riuscire ad
aprire un varco spirituale e uno specchio del vissuto e dell'esperienza, della
vita e morte di un'amore come lo si può provare soltanto a 17/18/19/20 anni. Un
esempio lampante è la scena dove i due innamorati giocano ad interpretare le
frasi che avrebbero usato in caso si fossero lasciati, un gioco che
necessariamente diventa realtà (non più solo) cinematografica, frasi che almeno
una volta abbiamo detto o ci siamo sentiti dire, e che quindi automaticamente
ci rispecchia e ci ingloba nei personaggi, in questi due innamorati che
prendono vita perché rappresentazione di ogni singolo noi. E non ce ne importa
se come dice la madre del protagonista (Laura
Linney), "Non immagini quante volte ti innamorerai ancora nella tua
vita". Non importa, perchè la verità e il sentimento, l'emozione, sta
nell'oggi, nel coraggio di vivere il momento del suo culmine, nell'amplificare
così esplosivamente ogni sentimento provato. Giustamente, Hawke mette la lente d'ingrandimento in questo piccolo cuore che
possediamo, risaltandone l'estremismo misto di ridicolo/patetico (ma non
eravamo tutti ridicoli e patetici le prime volte che ci innamoravamo?), e
proprio per questo dolcissimo nella sua semplicità, nel suo vivere e lottare
incessantemente per un sogno che prima o poi sapremo non esistere più.
E’
ovvio e palese la facilità con cui si può riconoscere e spulciare in quest'opera
i suoi difetti più appariscenti, perchè di difetti ne ha tanti, per molti
parranno addirittura insopportabili, proprio come il carattere di un teen-ager
medio e magari anche un po' depresso o complessato. In primis l’uso della
musica, così abusivamente e forzatamente inserita in ogni singolo quadro. Forse
Hawke ha ancora paura di lasciare le
immagini totalmente libere nella loro espressione più singolare, e così si
aggrappa all’extra-cinema come valvola di pienezza, che però se gestita
drogatamente risalta più i suoi frutti negativi. Ma in fondo, egli stesso non è
che un giovane indeciso del suo futuro come film-maker (o magari, anche del suo
presente), ed è per questo che il suo registro sembra non sapere mai realmente
come gestire la macchina da presa, la valenza dell’occhio
cinematografico, il suo effetto estetico, l'elaborazione narrativa nella
propria fluidità. E come potrebbe? Tutte quelle cose sono per persone mature.
Quelle che calcolano i movimenti di macchina in ogni loro millimetro di mossa,
quelle che tendono alla perfezione visiva e percettiva, a volte
pseudo-intellettualistica. E il sottoscritto non ha niente contro coloro (ci
mancherebbe), ma ogni tanto il Cinema (ma soprattutto: la vita) ha bisogno di
celarsi, la perfezione ha bisogno di imperfezionarsi. Questo, per distogliere
momentaneamente il cervello razionale e mettere al centro delle proprie
percezioni il cuore, più pulsante che mai, perché se c’è qualcosa a cui
il sottoscritto è contro, quello è sicuramente la freddezza della disumanità.
The Hottest State di Ethan Hawke, che vibra fottuta
passionalità da ogni poro, diventa proprio questo: un invito a ritornare alla
Cinefilia più pura, ovvero "Amore per il Cinema". Non più "Amore
per l'analisi del Cinema". Lasciamo un attimino da parte l'atteggiamento
critico e raggelante del decoupage-(pseudo)oggettivo, e una volta tanto amiamo
e basta, senza neanche chiederci come mai, perchè si sa, l'amore è cieco. E
forse, proprio per questa cecità, è rimasta l'unica entità che riesce a raggiungere
l'infinito (come tradizione Romantica vuole).
E certo, sappiamo anche che "ingannevole è il cuore più di ogni altra
cosa". Sarà per questo che si preferisce spesso optare per il cervello. Ma
lasciatemi pure essere ingannato, almeno oggi.
Perchè parlo raramente col cuore, e questa è una di quelle poche volte.
Si, sono immaturo e giovane. Ma credetemi, ho ragione.
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