


HOTEL
REGIA: Terry George
CAST: Don Cheadle, Nick Nolte, Joaquin Phoenix
SCENEGGIATURA: Terry George, Keir Pearson
A cura di Davide Ticchi
RADIO RWANDA
La storia è cosparsa di guerre piccole e grandi, conosciute e sconosciute , ricordate e dimenticate, ma pur sempre ognuna di esse
contraddistinte dall’avere un eroe che ne frena il corso e ne inizia il
decorso. Il cinema è il mezzo migliore per raccontare storie di questo tipo,
meglio se di uomini che ne hanno salvati altri
influenzando l’esito logico di una guerra, morte e distruzione.
È il caso di Paul Rusesabagina,
padre di tre figli e direttore dell’hotel “Mille Collines” in Ruanda, che al degenerare della
situazione politica locale tra la popolazione Hutu e
quella Tutsi, dà corpo a un’
iniziativa di resistenza all’interno del suo albergo. E così agisce
durante gli spietati genocidi che si verificano nel
suo paese, proteggendo circa mille persone e trattando per la liberazione del
paese da parte delle Nazioni Unite.
La fusione etnica del grande cast di Hotel Rwanda ci
consente di presagire la serietà di una grande produzione intenzionata ad
esprimere finalmente significati e non solo leziosità da film retorico di
chiusura festivaliera, e in tal senso è rilevante la matura interpretazione di
un Don Cheadle veramente ispirato. Non è un caso infatti che il primo film sceneggiato e diretto da Terry George venga presentato al
55° Festival di Berlino, dove non vanno cani e porci, e dove soprattutto ci si
reca per riflettere sull’antiretorica che la maggioranza delle pellicole
esprimono. E in tal senso il film di George erra
soprattutto di magniloquenza, alla quale viene però sempre smorzato il respiro
da un montaggio anche fin troppo televisivo, che mette in rilevanza la grande forza narrativa del film e le grandi emozioni che può
e sa regalare. Gli spunti di riflessione sono tanti, e non andrebbero liquidati
con una mera concezione di affinità con l’altra
faccia della stessa medaglia, quale è Schindler’s
List, perché si tratta in ogni caso di espressioni diametralmente opposte. Il
regista ce ne dà la prova, affonda il coltello in una piaga poco profonda o mai
formatasi nel cuore di noi “occidentali”, che osserviamo allibiti
una guerra sconosciuta che non ha quasi ragion d’essere, che ha la sola fruizione di farci commuovere elegantemente. Non è un caso
che le sequenze migliori siano quelle tra le armi e
tra le tensioni, le uniche che permettono l’identificazione totale nella
situazione, e che il resto sia tradizionale incarnazione nella sofferenza e
nella comprensione di qualcosa di furbescamente sconosciuto ai nostri occhi.
Certo è un modo per conoscere, ma non per conoscere le ragioni, e non per incazzarsi e mettere la parola fine dopo la visione a tutto
l’odio e la crudeltà cui si ha assistito, perché
attutita da qualcosa di morale e felice, dal ritrovarsi. La radio, alla maniera
di American Graffiti ci segue per tutto il film, ora
seminando e creando nuova morte, gli Hutu e i Tutsi continuano a combattersi, e gli eroi partono per poi
fermarsi a ricordare fino alla morte quali grandi gesti si sono compiuti, e
come questi gesti abbiano salvato vite umane. Rimane da
chiedersi se l’abilità stilistica di Terry George in Hotel Rwanda abbia una
qualche utilità a livello contenutistico, dato che si racconta la storia
dell’ennesimo eroe umanistico, a cui non servirebbe il mezzo cinema come
narrazione e descrizione emozionale delle conseguenze, bensì come osservatore e
illustratore asettico del modus operandi per arrivare
ad esse.
(27/03/05)