


HOSTEL
REGIA: Eli Roth
CAST: Jay Hernandez, Derek Richardson, Eythor Gudjonsson
SCENEGGIATURA : Eli Roth
ANNO: 2005
A cura di Luca Lombardini
TANTO FUMO E NIENTE ARROSTO
Avete presente quella strana sensazione che vi assale dopo aver letto un libro
che in molti hanno giudicato come un capolavoro, mentre
a voi ha detto poco e niente? Ecco, se avete mai provato una cosa simile,
tenete bene a mente questa sensazione prima di andare a vedere l’ultima
fatica di Eli Roth, all’uscita dalla sala potrà tornarvi molto
utile.
La fregatura, d’altro canto, era prevedibile: divieti come se piovesse,
sacchetti da usare in caso di improvvisi conati di
vomito come in nave o in aereo, trailer televisivi che definivano Hostel come
il film più violento mai visto nelle sale, il tutto patrocinato
dall’ingombrante e cubitale presentazione del regista più famoso del
pianeta, alias Quentin Tarantino.
Ora, l’ex assistente di David Lynch (fu proprio lui a produrre Cabin Fever, esordio dietro la macchina da
presa del giovane Eli,
musicato, non a caso, dal fido Badalamenti) è un regista di sicuro talento, un ragazzo che
si farà “anche se ha le spalle strette”, ma il pandemonio mediatico scatenato dalla presenza del suo nuovo tutor deve avergli giocato un brutto scherzo.
Credo che nessuno spettatore pensante, dotato di pollice opponibile, si sia
avvicinato a questa pellicola con la speranza di imbattersi in un’opera autoriale, e di conseguenza sarà passato volentieri sopra
alle evidenti capacità non recitative degli attori e alle lacune di una
sceneggiatura che sembra scritta durante la ricreazione; da Hostel infatti,
ci aspettavamo un horror fatto di carne e sangue, con cui sporcarci cuore e
occhi. Il problema è che nella seconda prova di Roth non c’è nulla: né
storia, né suspense, né i tanto sbandierati effettacci splatter, tanto che durante i titoli di coda le
prime domande che vengono in mente sono: che cosa ci faccio qui ? E soprattutto:
dove sono finiti i 600 litri di sangue finto che il regista ci aveva promesso ?
Passi per i primi trenta – quaranta minuti dove non succede assolutamente
niente, eccezion fatta per la bella mostra di tette, culi ed ex liceali fancazzisti
nella Amsterdam pre Aids, accadde più o meno la
stessa cosa in Cabin Fever, ma
mentre in quel caso la seconda parte fu un vertiginoso susseguirsi di
contagiosi ed apocalittici avvenimenti, qui si arriva alla fine del secondo
tempo con la consapevolezza di aver assistito ad un deserto di emozioni, dove
persino il tanto atteso ingresso nel fatiscente casolare che fa da albergo allo
“snuffoso” espediente del “paga e
uccidi”, si rivela, eccezion fatta per gli alambicchi di tortura in stile
Abu Ghraib, una delusione
colossale. A rendere il boccone da mandar giù ancora più amaro, c’è la
consapevolezza che l’idea di base era tutt’altro
che da buttar via, ma è altrettanto vero che è stata sfruttata in maniera così
superficiale, da far apparire persino la sottotraccia
politico – sociale come involontaria e buttata lì quasi per caso.
L’immagine del ragazzo americano ricco, fortunato e di buona famiglia infatti, che per dare libero sfogo alle sue pulsioni più
represse si reca nell’estremo est europeo, al fine di sfruttare per i
suoi porci comodi la miseria provocata dalla guerra e dalla fame, sarebbe
potuta diventare una vera e propria bomba anti
occidentale, ma a conti fatti suona come una sorta di “vorrei ma non
posso”, un presunto tentativo di elevare politicamente un film che rimane
costantemente schiacciato da quello che sarebbe potuto essere, ma che purtroppo
non sarà mai.
La “iena” Quentin,
dopo aver visto il risultato finale della sua produzione, si è lasciato
scappare di aver pensato per tutto il tempo al compianto dottor Fulci …già
me lo immagino il buon Lucio, che da lassù,
sghignazzando, si sarà lasciato scappare un: “nun
se po’ scherzà cor genere”.
PS. Takashi Miike, uno
degli idoli di Eli Roth, si
intravede per un manciata di secondi in un fugace cameo.
Probabilmente il momento più alto raggiunto dal film in tutti
i novanta minuti.
(01/03/06)