Considerazioni
sparse sullo stato di salute dell’horror contemporaneo
A cura di Elvezio Sciallis
I proclami sbandierati da distributori ed esercenti
durante la primavera del 2005 avevano indotto una buona parte di pubblico e
critica a illudersi su un possibile (e lungamente
atteso) cambio di rotta per quanto riguarda la programmazione estiva nelle sale
cinematografiche italiane.
Si immaginavano già futuri scenari di
blockbusters ferragostani e sale stracolme di folle
urlanti salvo poi, alla resa dei conti, accorgersi di aver passato
un’estate più o meno simile a tante altre, con i vari cineplexetsimilia deserti e i
grandi titoli tenuti in serbo per settembre e i mesi seguenti.
All’interno del generale clima di disillusione i fan del cinema horror
sembrano aver pagato uno scotto ancora più grande in quanto,
a una distribuzione già carente, si è sovrapposto un livello qualitativo così
scarso da colorare l’intera tragedia con i toni della farsa.
Proprio nel momento di una sua celebrata e agognata
rinascita, con vari titoli stabilmente in cima alla classifica degli incassi,
il genere horror attraversa una grave fase involutiva che riguarda da vicino
sia i contenuti che le forme scelte; la dabbenaggine dei distributori italiani,
pronti a filtrare e bloccare nel corso degli anni i lungometraggi più
interessanti, aggrava ancora di più l’impressione di crisi che ne può
ricavare lo spettatore italiano.
Titoli quali Shaun
of the dead, Dead End, Tears of Kali o BubbaHoTep hanno conosciuto, nel
migliore dei casi, una distribuzione nel mercato dvd
privando i fan dell’opportunità della visione su grande schermo e
impoverendo il loro impatto su media e critica. Dovendoci quindi limitare a
prendere in considerazione solo le pellicole che hanno effettivamente visto la
luce degli schermi italiani durante il periodo estivo e nei mesi immediatamente
precedenti si possono individuare alcuni trend generali e segnalare anche
titoli devianti e/o degni di maggiore attenzione.
Il gruppo più nutrito e che sembra dominare da tempo il mercato statunitense (e quindi, di riflesso,
anche quello italiano) è quello dei remake, dei sequel
e prequel. Con gli attuali execs
incapaci di rischiare anche un solo dollaro su uno script originale, le case di
produzione optano per la rilettura di vecchie opere
puntando da un lato sul precedente successo di quell’idea
e d’altro canto sull’effetto traino che un remake ha sempre e
comunque nei confronti di chi ha visto l’originale. Vanno letti in tale
senso anche tutti i sequel e prequel
che non fanno altro che riproporre personaggi e
situazioni che hanno già riscontrato il favore dei
fan. Senza dover cercare troppo indietro nei mesi, esponenti di spicco di
questa tendenza sono stati i recenti La maschera di cera e Amityville Horror ma, con un minimo di elasticità mentale, anche l’ultima regia di Romero può rientrare in tale catalogazione.
E se il primo titolo del gruppo non presenta nessun
elemento di interesse (a parte un brillante impiego,
in alcune scene, della cera più o meno fusa, a suggerire fluidi e scenografie
quasi aliene) sarà bene spendere qualche parola in più per le altre due opere.
Amityville Horror può esserepreso quale esauriente manifesto di tutti i
guasti del cinema horror nella Hollywood di questi
giorni. Vittima di uno dei più clamorosi esempi di miscasting
degli ultimi anni, l’estetica del film richiama alla mente pellicole
eterogenee fra loro quali I 13 spettri, L’Esorcista, Poltergeist o Hellraiser
mentre la trama stessa sembra indecisa e irrisolta fra parecchi spunti (tutti
affrontati ma non certo approfonditi) quali la crisi del nucleo famigliare, la
possessione diabolica e l’attitudine della Chiesa nei suoi confronti, i
fantasmi reali e quelli della mente, l’inquietudine sotto le acque
apparentemente tranquille della suburbia americana e
tanto altro ancora, una confusione di sottotesti che genera
smarrimento nello spettatore. E proprio in questa frenetica ricerca dei
contenuti viene smarrito quello che era il sottotesto
più importante dell’Amityville originale:
quella crisi economica/involuzione del sogno americano che qui viene a tratti
urlata ma in maniera semplicistica, incapace di graffiare.
Per quanto riguarda invece l’aspetto più puramente orrorifico non ci discostiamo certo dal trend ormai
stabilmente di moda in USA e Estremo Oriente: fra
brevi inserti flash, improvvisi “bus” volti a provocare facili
spaventi (anche grazie all’uso del sonoro) e ricerca di inquadrature
d’effetto, il vero orrore si affievolisce fino a scomparire.
Paradossalmente le scene che riescono a sorprendere lo spettatore, quelle
genuinamente efficaci, appartengono più al regno del cinema d’azione (su
tutte quelle girate sul tetto dell’abitazione) che a quello più
strettamente horror.
Diverso il discorso per Land of the dead che,
a fronte di una resa grafica e contenutistica sicuramente meno scontata, ci
consegna comunque un Romero-insetto,
intrappolato nell’ambra di considerazioni sociologiche irrimediabilmente
vecchie di trent’anni e costretto a girare sequel e remake delle sue stesse opere dopo che il pubblico
ha (purtroppo) mostrato di non apprezzare nessun suo tentativo di divagare in
territori distanti dai morti viventi.
Si tratta di un film nato vecchio e stanco, stritolato fra
aspettative del pubblico ed esigenze dei produttori,
schiacciato dall’esigenza di certo spettacolo facile e dal recupero di
moduli espressivi non appartenenti a Romero, infine
distrutto dal terribile e approssimativo schematismo dell’analisi sociale
romeriana e del suo conseguente stile di
ripresa/scrittura. Perso fra psicologie approssimative e snodi
di trama implausibili, il fan stenta a riconoscere la
mano del Maestro in questo pastiche a metà strada fra Carpenter e MadMax.
Accorpabile ai titoli precedenti è anche il terribile Alone
in the dark che rientra nel particolarissimo filone dei film tratti dal
mondo dei videogiochi. Vero e proprio nadir del cinema horror, la pellicola
diretta da UweBoll è un
inguardabile guazzabuglio di pessima recitazione, abuso di effetti
speciali approssimativi e stile di regia tanto fracassone quanto inconcludente,
il tutto partendo da uno script al di sotto di ogni accettabile livello di
coerenza.
Vi sono poi i film che si presentano come prodotti
originali ma che in realtà non sono altro che riletture, più o meno dichiarate,
di trame e situazioni ormai classiche e/o di stereotipi del genere e che
cascano quindi a tutti gli effetti nel gruppo dei remake. Boogeyman,
con il suo confronto/stalking fra eroe e mostro in
ambienti chiusi presenta una trama così abusata e scontata (notevoli le
somiglianze con, tanto per citare solo un titolo, Al calar delle tenebre)
che la banalità della situazione di partenza potrebbe essere riscattata solo
con una regia brillante, originale o perlomeno con una riscrittura solida e concreta, tutti elementi in
questo caso assenti.
L’altro grande
filone/trend del cinema horror degli ultimi anni, ovvero quello della (ri)scoperta delle pellicole orientali (che avviene sia
attraverso la distribuzione di titoli originali che tramite la rilettura di
essi da parte di cineasti occidentali o, evento ancora più curioso, affidando a
filmaker orientali i mezzi produttivi degli studios hollywoodiani per girare remake dei propri film!) è
stato curiosamente assente dalle nostre sale durante il periodo estivo ma è
sufficiente un breve esame della programmazione durante i mesi precedenti (The
Eye 2, Ring 2, A
tale of twosisters) e
delle future uscite autunnali (Dark Water) per farci capire che tale
vuoto è stato più frutto del caso che di una scomparsa o affievolimento del
trend. Sembrano, a tal proposito, già esaurite tutte le potenzialità di questo
filone e il parossismo produttivo e distributivo si è concentrato quasi
esclusivamente su determinati prodotti di facile presa sul pubblico (la figura
della bambina fantasma dai capelli neri e lunghi è ormai logora e
onnipresente…) a discapito purtroppo dell’opera estrema e
interessante di autori quali TakashiMiike (o, in misura ridotta, anche ShinyaTsukamoto)
che vengono relegati al solo mercato dvd e, con loro,
tutto un folto sottobosco di pellicole tanto importanti quanto
“devianti” dalla concezione del film horror orientale che sembra
ormai ben radicata in USA così come nel nostro Paese.
Anomala la sorte distributiva
toccata a titoli quali Willard o Licantropia,
ignorati nel momento della loro uscita per poi essere ripescati dal limbo anche anni dopo. Willard è a sua volta un curioso remake di un
lungometraggio del 1971, anomala vicenda con il classico outcast/loser (Willard) che riesce a
controllare telepaticamente orde di ratti tramite le quali
ottenere vendetta sui suoi oppressori. La pellicola spicca a suo modo nel
mediocre panorama stagionale in virtù dell’ottima recitazione di CrispinGlover, di
una certa morbosità in alcune scene e della buona resa della
computergraphic.
Licantropia rappresenta invece un caso ancora più strano in quanto si tratta del terzo film della serie Ginger Snaps, programmato nelle nostre sale con il pubblico
completamente a digiuno dei due precedenti episodi (il primo aveva conosciuto
un occasionale passaggio notturno sulla Rai) che, pur non essendo
indispensabili alla comprensione di quanto accade in Licantropia, sarebbero
stati comunque visione più importante sia per completezza che in virtù di una
qualità superiore rispetto al terzo lungometraggio.La pellicola ha come protagoniste nuovamente
Ginger e Brigitte, le due sorelle, sempre alle prese con i lupi mannari, ma né
il cambiamento di ambientazione storica
(diciannovesimo secolo) né una fotografia particolarmente curata riescono a
sollevare il film da una forte sensazione di déjà-vu.
Vi è poi un nutrito gruppo di titoli che hanno goduto di pessima distribuzione, con pochissime copie
affiorate in alcune sale delle maggiori città italiane per una o due settimane
al massimo spesso senza nessun tipo di lancio pubblicitario alle spalle e che
lasceranno un ricordo assai sfocato. Fra questi EvilEye, insipido polpettokinghiano dalle mire sproporzionate rispetto agli esiti (e
con un Adam Baldwin che conferma
le sue limitate capacità recitative); Saint Ange, insipida e
noiosa vicenda a metà strada fra The Others e Il
segno del diavolo e infine l’australiano Undead,
apocalittica vicenda di zombi girata in chiame demenzial-parodistica
che perde mordente nel finale.
Stentano a emergere in
questi gruppi uno o più titoli in grado di rappresentare il (vasto) genere
horror al suo meglio e il bilancio della stagione viene solo parzialmente
salvato dalla presenza di due lungometraggi anomali e non facilmente
catalogabili quali Haute Tension e SkeletonKey. Il
primo è uno stalker che riesce a mantenere un ottimo
livello di tensione e cattiveria dall’inizio alla fine (e poco importa se
il finale è stato letteralmente massacrato dai critici drogati di plausibilità
a tutti i costi), mentre del secondo ne abbiamo
parlato pochi giorni fa proprio sulle pagine di Positif, ed entrambi propongono notevoli
protagoniste femminili e sanno giocare a sufficienza con gli stereotipi,
talvolta ribaltandoli.
Purtroppo non sono certo sufficienti a farci mutare
parere sullo stato di salute dell’horror contemporaneo. Fra pellicole
degne di nota che non riescono a raggiungere i grandi schermi, febbre del
remake che non accenna a calare (in arrivo, vi basti come esempio, ben due
rifacimenti di opere di JohnCarpenter nel giro di sei mesi), continue difficoltà
distributive e di censura per alcuni registi emergenti (Rob
Zombie come esempio più clamoroso) e l‘invasione nipponica bel lungi
dall’arrestarsi il genere horror sembra imprigionato in alcuni filoni
dallo scarso potenziale evolutivo.
All’appassionato, ora più che mai, non rimane
altro da fare che rifugiarsi nel mercato del dvd
dove, fra titoli tradotti e negozi specializzati nell’importazione, potrà
gustarsi tutto quel che non riesce a raggiungere le nostre sale e accorgersi
dell’esistenza di un certo fermento in scene come quella
inglese (Dog Soldiers e
l’imminente The Descent sono solo la
punta dell’iceberg) e franco/belga (oltre al già citato Haute tension raccomandiamo l’allucinante Calvaire/The Ordeal)
oltre a poter pescare a piene mani nel sottobosco delle produzioni minori USA (Malevolence o The Manson
Family, entrambi girati con un budget ridotto all’osso) o
nell’immenso panorama delle realizzazioni orientali (Acacia, ThreeExtremes e
molti altri ancora…).