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IN THE MOOD FOR HONG KONG:
QUEL
CHE RESTA DELLA NEW WAVE
1°
PARTE: ACCENNI (PRE)STORICI
A CURA DI PAOLO VILLA
Hong
Kong è un’appendice geografica della provincia meridionale cinese del
Guandong, una provincia che nella storia di quel che fu il Celeste Impero ha
fatto da porta e incubatrice alle influenze straniere sulla cultura (latu
sensu) cinese. Nel Guandong le milizie Taiping, imbevute di millenarismo e
cristianesimo ed eterodossia politico-nazionalista (venuti da fuori, da
Ovest), han preso le mosse per lanciare la loro sfida all’impero manchu
dei Qing; sempre da laggiù viene la formazione del Padre Fondatore per
eccellenza della Cina moderna, il signor “Tre Principi del Popolo”:
Sun Yat Sen, imbevuto di dottrine politiche occidentali e di rigore
– volente o nolente – confuciano. E’ proprio dal Guandong
che le milizie del Kuomintang, il Partito Nazionalista Cinese, partirono per
riunire la Repubblica Cinese sotto il (provvisorio) dominio del’erede
di Sun, il generalissimo Chiang Kai Shek. Nel Guandong modernità (occidentale) e tradizione (cinese)
figliano sicretismi e promuovono cambiamenti; Hong Kong, periferia
dell’impero, non è certo da meno: sorge come porto commerciale (dove
prima era un rifugio di corsari) e si consolida in protettorato e colonia
Britannica, divenendo nel corso del Novecento rifugio e ostello per gli
intellettuali della madrepatria continentale, in fuga ora dall’
aggressione nipponica, ora dalla Guerra Civile, ora dalle durezze del regime
comunista. Giù, giù, nel corso del tempo, fino al ritorno alla Repubblica
Popolare Cinese avvenuto tra spasmi e paure nel 1997, culmine di un rapporto
contaddittorio e bivalente non ancora assimilato nell’anno del signore
2010.
La storia di Hong Kong è allora quella di un luogo di scambio tra le culture,
gli orientamenti, le tendenze, quelle politiche, economiche, sociali, che
appartengono alla sfera dell’Occidente e a quella dell’Oriente; e
così è anche per il cinema, che dalla Shanghi degli anni d’oro - i
’30 della Lianhua e di Ruan Lingyu (l’attrice forse
simbolo della sintesi tra cinesità e alterità occidentale), altra fucina di
mescolanze tra Oriente e Occidente sulle rive dello Huangpu, poi distrutta
dalla guerra – arriva a rifugiarsi sulle sponde del Victoria Harbour e
trapianta stili, professionalità e movenze che, finiti i decenni della
guerra, daranno i loro frutti dagli anni ’50 in poi.
Cinema di camere, cinema di corpi, cinema per il pubblico – ingredienti
questi che non mancano nella sovraffollata ex-colonia di Sua Maestà –
quello di Hong Kong è un cinema che si è fatto sintesi di una cultura
millenaria come quella cinese (soprattutto nello spettacolo dell’Opera,
variegata e multisapore) e della sua trasposizione sullo schermo con gli
strumenti del cinematografo, arte tutta importata: dal passato visto cogli
occhi del presente nascono gli huangmeidiao, il wuxia, e poi il gongfupian,
generi che popolano e quasi infestano gli annali cinematografici dei
’60 e dei ’70, strumenti e linguaggi migranti e migrati
armonizzati in cinemascope, istanze di colonizzati (refrattari) e di
colonizzatori (permeabili); e da laggiù ripartiranno mutati ed esportabili
negli anni ’80, per confluire in modo dirompente in un nuovo,
rivoluzionario, globale, cinema “d’azione”, in cui
finalmente il culto assoluto del movimento e della coreografia costruiscono
un immaginario e un nuovo modo di guardare alle possibilità del Cinema, nei
suoi oggetti. Scambi di dati, di correnti, input, output, trasmigrazioni
culturali e cinematografiche, globalizzate ante-litteram.
In mezzo a flussi e riflussi, influenze e contro-influenze tra il cinema di
Hong Kong e quello del resto del mondo (non a caso è stato spesso paventato
che l’HK Cinema ha tratti veri e propri di alternativa al mainstream
Hollywoodiano, al suo classicismo vero o presunto, diventando lui stesso
contro-mainstream da esportazione, roba glocal, insomma), il punto di rottura
a cui guardiamo con questo pezzo è quell’attacco portato da quella cosa
che ha preso il nome, per la critica, di New Wave, e dopo la quale il cinema
dell’Ex-colonia non è stato più lo stesso. A dispetto del nome, il
gruppo di braccia e menti che compongono il fenomeno New Wave prende
ispirazione in un certo senso più dall’eredità del di poco precedente
Nuovo Cinema Americano che dalla Nouvelle Vague francese (dato che
l’autoconsapevolezza dei soggetti che ne hanno fatto parte si è
costruita nel tempo, nel dibattito fuori e dentro il cinema, a differenza del
retroterra programmatico dei Giovani Turchi et collateralia).
Ebbene: cos’è stata allora la New Wave del cinema hongkongese?
Rivoluzione? Cesura? Semina per tempi migliori? La risposta (facile, poco
impegnativa) è: tutto questo e forse no; di sicuro, la New Wave è stata
Altro. Altro dal cinema che era, prima del suo schiatarsi sul mondo degli
alogenuri d’argento del Porto Profumato. Prima di tutto, la New Wave è
stata un periodo di tempo, quello in cui un gruppo di registi sono passati
dai lavori televisivi a dirigere film, con la voglia di imprimere una loro
impronta alle storie che raccontavano, con lo stimolo a sfruttare il genere
cinematografico per narrare la società, invece che adagiarsi sui codici di
esso: il periodo che va dal 1978 (uscita al cinema di The Extra, film firmato da Ho
Yim sul mondo dei film, e poteva esserci tanto diversa inaugurazione?)
alla metà degli anni ’80, quando un mostro abnorme di nome John Woo, residuato del Cinema di Prima, e l’agile mente di Tsui Hark, alfiere (da sempre e forse per sempre) del Cinema di Poi, uniscono le forze per
(ri)creare un mondo dove gli eroi perdono e le traiettorie balistiche si
fanno estetica, e cambiano il corso stantio del cinema d’azione, che
diventa cinema e nuova icona globalizzata, succedendo al western e
all’horror (e il settembre che si avvicina penserà a pagare anche
questo tributo, a Venezia, con il Leone d’Oro alla carriera attribuito
a John Woo). Periodo, quello
circoscritto, che non è affatto casuale, ma è figlio di una situazione
socio-economica che ha visto il benessere cominciare ad invadere Hong Kong
nei primi anni ’70 e la generazione del dopoguerra crescere, portando
con sè la voglia di investire e scommettere su una cultura aperta,
stimolante; si principia, inutile quasi a dirsi, mettendo in discussione il
vecchio modo di fare le cose, di fare il cinema (e la televisione).
(CONTINUA)
(FINE
1° PARTE)
(09/03/10)