HELP ME EROS

REGIA: Lee Kang Sheng
SCENEGGIATURA: Lee Kang Sheng
CAST: Lee Kang Sheng, Jane Liao, Ivy Yi
ANNO: 2007


A cura di Pierre Hombrebueno

VENEZIA 07': SENZA APPUNTI SU HELP ME EROS DI LEE KANG SHENG

Mi si perdoni l’ignoranza, se il precedente lavoro registico di Lee Kang Sheng (The Missing, 2003), mi è totalmente sfuggito. Però questo corpo – fantasma lievitato nel nulla, lo conosciamo anche fin troppo bene, essendo lui nient’altro che l’attore feticcio del Dio Tsai Ming Liang da sempre. Colui che è disteso al buio a fumare una sizza mentre si guarda I 400 colpi in Che ora è laggiù, e che è diventato un porno star ne Il gusto dell’anguria. Ma che strano caso fortuito che Help me eros sembra proprio coniugare le due visioni attoriali (divenuti poi autoriali) dei due film sopraccitati, basti vedere la prima apparizione di Kang Sheng in questo lavoro: il suo corpo nuovamente svaccato nel buio di una stanza, con la televisione inclinata ma bella in vista dall’inquadratura. Un pesce sta venendo fatto a pezzi. Si muove ancora, dimenandosi con brivido, fino all’ultimo respiro. Stacco. Quasi primo piano evidente sul volto del nostro, disperato, solo, mezzo-morto, magari stra-fatto. In realtà quel pesce della televisione è lui, lì, che a malapena imbocca ancora ossigeno.
Già da questa prima sequenza, capiamo lucidamente l’influenza inevitabile ed enorme del maestro Tsai Ming Liang, in questo potersi permettere di usare in modo così incisivo ed abbondante i lunghi piani fissi, grazie alla cura estetica che si mette in scena sul set, quella poesia sottile ma tangibilissima, bellezza delle immagini così cariche già dal loro essere lì fermi, immobili, soffocati e soffocanti. Poi, ovviamente, quelle scene di sesso che cominceranno a susseguirsi, riportano direttamente proprio all’Anguria, quello scopare in modo così “arty”, così consumisticamente concettuale, freddo ma enfatico, carico di un alone indicibile, anti-tecnico ma pluri-poetico: Dio sia lodato, Lee Kang Sheng parla per immagini. Immagini che saranno anche eccessive, che saranno anche kitsch (aiuta la scenografia, curata proprio dal Tsai in persona), ma che non fanno altro che rendere ancora più particolare questo tracciato di cinematograficità, di bellezza. Perché si, nell’opera di Kang Sheng si percepisce ancora quell’immaturità registica, ma proprio per questo mi azzardo nel dire che riesce addirittura a dare di più dei film dello stesso Tsai Ming Liang. Se infatti le pellicole del regista di I don’t want to sleep alone sono già ormai conformati in quella ricerca e perfezione autoriale, dove tutto è calcolato a livello di maestria nella messa in scena e nelle significazioni, Lee Kang Sheng, per quanto prenda direttamente gl’insegnamenti del Maestro, è ancora in quella fase di istintività ed auto-anarchia. Se i film di Tsai nascono prevalentemente da una mente geniale, in Lee Kang Sheng percepiamo di più il cuore, il primordiale. Un esempio azzeccato è l’uso della colonna sonora, quasi sempre totalmente assenti dai film di Tsai (a parte i numeri musicali in qualche sua opera), ma usato da Kang Sheng come evocazione necessaria per certi momenti della narrazione.
Sotto stessa ammissione del Maestro, trovarci davanti ad un film del suo allievo è come trovarci davanti ad un Tsai Ming Liang dalla mente più aperta. Dalle visioni formali più dilatate (dunque, più ricche?). Lee Kang Sheng si distacca nel momento in cui sceglie di concedersi la libertà di usare della musica non diegetica, o di creare una confezione più onirica e psichedelica (magnifica scena delle marche multinazionali impresse nei corpi dei suoi protagonisti, divenuti quindi oggetti in vendita); addirittura si rende più astratto e rischiamente simbolico (bellissima scena finale, che tanto basta per definire questo film un Capolavoro), ma ancor di più, persiste in esso una denuncia sociale esplicita, che guardacaso abbiamo trovato in Tsai solamente al suo esordio, quando come Kang Sheng oggi, aveva un approccio col Cinema più istintivo. Perché Help me Eros è appunto, una richiesta d’aiuto. Di quest’ammassa di gioventù che in fondo in fondo riescono a toccarsi e sentirsi solamente grazie alla marijuana o al sesso (singolo, di gruppo, non importa), prima di distogliere gl’occhi e spiccare il volo. La morte che diventa l’accesso di salvezza alla propria esistenza: Lee Kang Sheng (regista – attore – personaggio) che come un neo-Gesù Cristo, si regala agl’altri, a quell’espandersi immaginifico della rinascita astratta, mentre la sua voce comincia a risentirsi fra gli echi della confusione e le luci del neon.
C’è ancora tempo per un’ultima canzone. Una canzone d’amore, che è pure un appello disperato, ma anche una dichiarazione di libertà, di disagio e di rinascita. Prima che lo schermo diventi totalmente nero, e ci svegliamo da questo viaggio tanto vicino a noi socialmente, quanto ricco e poetico audio-visivamente.
Se continua così, Lee Kang Sheng supererà il proprio Maestro in poco tempo.
E conoscendo i Capolavori del Maestro, provate un po’ a immaginare.

 

(27/09/07)

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