

HANA- BI
REGIA: Takeshi Kitano
CAST: "Beat" Takeshi, Kayoko
Kishimoto, Ren Osugi
SCENEGGIATURA: Takeshi Kitano
A cura di Federica Basso
KITANO ED I FUORI DI FUOCO
“Hana - bi” è la scomposizione di una
parola che, unita, significa “fiori di fuoco” o, più semplicemente,
“fuochi d’artificio”, ma che separata diventa
contrapposizione tra “fiore” (hana) e
“fuoco” (bi) vale a dire contrapposizione tra la vita di cui il
fiore è simbolo e la morte di cui il fuoco (il fuoco dei proiettili?) è
portatore.
Niente di nuovo fin qui. La contrapposizione vita-morte o bellezza-morte è
stata il punto di partenza per centinaia di storie. Ma
c’è molto di più in questo straordinario film di Takeshi
Kitano.
C’è innanzittutto un equilibrio perfetto tra
humour disincantato, serenità zen e nichilismo quasi pulp.
C’è una solidità che riesce a rendere il film stabile al cuore, mentre
tutta la vicenda viene vissuta e raccontata in un
momento che inizia quando è già finito e il presente è passato e il passato è
futuro.
C’è un’apparente indifferenza glaciale nella maschera impassibile
del volto di Kitano su cui però fa irruzione a tratti
una violenza così forte nella sua essenzialità da straziare.
C’è un senso di (s)conforto che pervade tutta la pellicola, nella
consapevolezza che dal dolore può derivare sì una nuova vitalità, ma che, alla
fine dei conti, l’unica speranza reale rimane la morte.
C’è un uso geniale del silenzio che diviene alla fine
solo assenza di parola, mentre la comunicazione viene completamente e
disperatamente affidata al corpo e alle immagini. E’ un film
essenzialmente pessimista questo di Kitano, un film che
sembra rispondere con un “no” quasi urlato a qualsiasi domanda. Si
procede per sottrazione e nonostante ciò Kitano non
ci consegna un film esclusivamente triste o nero, ma sa anche regalarci momenti
estremamente fiduciosi e struggenti in cui la poesia della
dolcezza del vivere ci porta a sperare che questo film possa non finire mai.
Ed in un certo senso è proprio la lentezza, la solennità
quasi cerimoniale e sacrale a farla da padrona in Hana-bi.
Kitano è un regista che sa aspettare. La macchina da
presa è usata con nitidezza ed oggettività in una sorta di bressoniano
confrontarsi con lo spazio ed il tempo, ad ulteriore
conferma che i giapponesi sanno benissimo dove va messa la macchina da presa.
Tutto il film è una sorta di atto unico e Kitano appare come un camminatore che percorre con
rilassatezza contemplativa una linea continua all’interno di una
contemporaneità del dolore in grado di spiazzare. Eppure,
straordinariamente, la narrazione di questo dolore è per lo più astratta ed
estatica, affidata ai colori e ai dipinti (realizzati dallo stesso regista) che
anticipano e posticipano gli eventi e li stilizzano esteticamente, collocandoli
in una sorta di non-realtà che ci permette di accettare anche le immagini più
crudeli.
Vincitore dell’ European
Movie Awards, del Sâo Paulo
International Film Festival e del Leone d'Oro alla 54
Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, il settimo film di Kitano si chiude con due colpi di pistola fuori campo
mentre la macchina da presa indugia quasi ipnotizzata di fronte alla calma
bellezza maestosa del mare, a testimoniare il sacrificio sussurrato del
protagonista. E’ qui forse, proprio nella sequenza finale, che risiede la
grandezza di quest’opera.
Il saper trovare dolcezza e compassione all’interno di
una realtà essenzialmente lacerante nella sua disumanità.
Il saper tener testa ad un film complesso e a tratti forse
insopportabile allo spettatore comune.
Questo è stato probabilmente uno dei film più fastidiosi visti a Venezia nel
’97. Ed è proprio per questo che va amato: per
il suo saper essere fastidioso e nello stesso tempo dolcissimo. Perché
conciliare così straordinariamente la violenza disincantata ed il romanticismo
commosso che compongono la vita di ognuno di noi pur
facendo mantenere il sorriso (e a tratti il riso) allo spettatore è sintomo di
assoluta genialità.
(22/04/05)