GUIDA PER RICONOSCERE I TUOI SANTI

REGIA: Dito Montiel
SCENEGGIATURA: Dito Montiel
CAST: Shia LaBeouf, Channing Tatum, Robert Downey Jr.
ANNO: 2006


A cura di Alessandro Tavola

LUCCICA AL SOLE, MA NON SI SA SE È ACCIAIO O ALLUMINIO

Afa. Disagio. Fastidio sudaticcio di una pelle che sente di mutare ma che non ci riesce. Sospiro pesante e lento, di un petto nato colpito e probabilmente condannato da un pugno duro, ricevuto chissà quando e chissà come.
Guida per riconoscere i tuoi santi parla del soffocare, del fatale blocco di una società asmatica, nata morta per sua stessa (insensata, cazzo) natura. Anni ’80, New York, ghetto, estate, bollente estate: torchio infernale sotto certi aspetti ormai per antonomasia, sotto la cui pressione l’esplosione è imminente, gridata nel silenzio, aspettata, per nulla sorprendente, accettata, piacere drammatico che gioca d’appesantimento e sgonfiamento, prima uno e poi l’altro, lasciando però che di volta in volta rimanga quella piccola differenza cumulativa, quel piccolo guadagno in tragicità verso (sostanzialmente) l’ineluttabile bang catartico-superlativo. Se tutto va bene. Perchè se quanto detto qui fin’ora è già da tempo un mezzo topos di un certo cinema da strada statunitense e non, sia con le mani sporche di sangue che immerse nel vitellonismo più variegato, del cinema (para)autobiografico, che in ogni caso necessita (e come altrimenti?), per dirla banalmente, di una certa mano grafica; che in chiave suburbana si ripropone puntualmente – tra il visto da pochi e il visto da tutti – almeno ogni generazione registica, in un tramandarsi-rimettersi in gioco-autocitarsi-rigenerarsi, qui permane più che altro un quasi disorientante senso di deja vù, un film che in questo virtuale percorso decennale pare più guardarsi alle spalle stando fermo piuttosto che ringraziare andando avanti.

Azzardando una generalizzazione classificatrice del tipo «genere: Mean Streets e derivati» che va da oceano a oceano passando per Spike Lee, i primi Kar Wai, Kitano, Singleton e fratelli Hughes fino a(ll’Opera per ora unica di) Meirelles – giusto per rimbalzare tra le sfere note – che cosa dà Guida per riconoscere i tuoi santi a questo progressivo costellarsi fatto di rinnovamento cinematografico di uno stesso grido che si trova a ripresentarsi a cui pare voler/dover appartenere? Probabilmente niente. Anzi, forse addirittura toglie. Un sentore, un brusio di fondo più che una sensazione; un mezzo dubbio più che una lampante (nuova) domanda ciò che scaturisce durante la visione.

Un saggio maestrino definirebbe grandiosa la capacità di Dito Montiel di aver saputo scindere realtà, letteratura e cinema, trattandosi di un film basato su un libro basato su una vita, la sua vita; tre mondi legati da un unico drappo così forte che ha fatto sì che l’autore lasciasse al protagonista (e probabilmente alla maggior parte degli altri personaggi) il proprio nome, cosa che lo vedrebbe in giudizio diviso tra la superbia e il vittimismo – considerazioni metamediatiche di secondaria importanza. Anche se va detto che il film c’ha guadagnato e non poco in questo saltare tra le forme, nel cercare di slegarsi, dando vita a uno dei suoi punti di forza ritmici, tra presente e passato, didascalie e immagini, ricordo inebriato e lucidità da colloquio tabaccoso.
E sempre lo stesso saggio maestrino direbbe «Tanto di cappello a quest’opera prima!», e anche qui avrebbe ragione. Perchè in certi momenti si raggiunge una forza che sarebbe da definire devastante, se non ci fosse ancora quel sentore a cui si accennava prima.
Noi non siamo piccoli maestri: siamo brutti, sporchi, cattivi e innamorati.
- L’ho già visto da qualche altra parte. Beh sì, starà omaggiando, è palese; non lo riprende a pieno titolo ma il concetto è quello. Non lo sta imitando, ma si vede che la pensano alla stessa maniera. Ah, ecco! Si ASSOMIGLIANO.
Spike Lee e Dito Montiel si assomigliano, o meglio: Fa la cosa giusta e Guida per riconoscere i tuoi santi si assomigliano. Come quando vedi uno per strada e dici «Ma quello non sembra Tizio?». Tizio un po’ più alto, Tizio un po’ più brutto, Tizio un po’ più magro. Tizio con gli occhiali. E magari quell’uno e Tizio sono pure completamente diversi. Non riecheggio ma semplice somiglianza.
Essì, tra i tanti, sembra soprattutto di vedere un nuovo vecchio Spike Lee. La canicola periferica, fatta di pelle svestitissima, di sbottamenti prossimi all’avvenire, personaggi (circo)costritti, coscienza umana allo stato brado, storia di un punto di ebollizione annunciato che sta per giungere, trasudante di scleri, di scelte improvvise, di colori sbiaditi dal sole e di una deserticità quasi anfibia.
Ma a Montiel paiono mancare certe liricità e marmoreità, un saper dominare al contempo lucido e folleggiante dell’impeto che da subito è più che abbozzato, è ben delineato anzi, ma il disegno non viene portato a termine, un quadro lasciato ben dopo la metà, quasi verso la fine, che forse s’è dato troppo ai chiaro/scuri e ai tratti facciali, finendo col dimenticare l’insieme. Non un cattivo concludersi della vicenda, non un finale rovinoso, tantomeno un terminare frettoloso e riparatore, ma proprio la mancanza di esso, un mood che parte e arriva con lo stesso tono, incompletezza di emozioni, lapsus bloccante, ristagno del racconto. Non circolarità ma binario morto.
Un ritmare di grancassa che non varia mai, e a cui non si aggiungono altri strumenti, fino a farlo sfigurare di fronte alla sua controparte (nelle sale) presente Alpha Dog, dove il tutto partiva quasi pessimo tra clichè da mtv, scambi di battute quasi penosi e attori pessimi (il migliore era Justin Timberlake) in un cumulo di banalità da piazzetta chic, punti di partenza però per il sovraggiungere di una lama cinematografica silenziosamente, devastantemente, tagliente. Qui il coltello si vede e basta, e neanche troppo bene.

Montiel sa attingere e sa fare, peccato che questo disegno non l’abbia finito. Aspettiamo con la speranza che c’accompagna ultimamente qualcosa di nuovo.

 

(19/03/07)

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