

LA GUERRA DEI MONDI
REGIA: Steven Spielberg
CAST: Tom Cruise, Dakota Fanning, Justin Chatwin
SCENEGGIATURA: Josh Friedman
ANNO: 2005
A cura di Pierre
Hombrebueno
SPIELBERG SI BUTTA NELLA MISCHIA
Quando c’è una guerra in mezzo, Spielberg
preferisce scendere ed unirsi alla mischia.
E’ questo ciò che rendeva così meravigliosamente putrefatto il senso
sporco della regia di Salvate il Soldato Ryan, ed è sempre questo ciò che rende La Guerra dei Mondi
un vero incontro ravvicinato (del terzo tipo). Spielberg
non è mai stato così alienato ed anti-oggettivo nella sua rappresentazione
della scena, che in passato sembrava confinarlo come narratore onnisciente e
Dio supremo ed intoccabile al di sopra di ogni
avvenimento storico/catastrofico, anche quando il mondo veniva completamente
congelato a (sotto)zero in A.I.
Ma quando c’è una guerra in atto, Spielberg
deve scendere sulla terra e rinunciare alla sua favolistica oggettività, e come
Tom Hanks aka Capitano Miller, deve subirsi
la sporcizia del fango putrefatto e mettersi al centro dell’azione, come
uno dei tanti sfigati ritrovatosi in mezzo ad una catastrofe universale.
Ed è così che Spielberg, quasi come un documentarista
allucinato, insegue l’avvicendarsi dell’azione rimanendo attaccato
come una sanguisuga alle sue vittime, riprendendoli nella totalità del loro
caos con velocissimi movimenti di macchina e un montaggio aggressivo che lancia
nell’occhio dello spettatore mille frame al secondo.
Insomma, nella Guerra dei Mondi Spielberg scende in
prima persona nel campo di battaglia, ed immortalando tutto ad una distanza ravvicinatissima, sfocia poi in pieno nel piano-sequenza
all’indietro che riprende un Tom Cruise in fuga mentre dietro di lui crollano palazzi e le
persone vengono carbonizzate: la macchina da presa
ripercorre lo spazio filmico sfruttando l’elasticità (poca per
concessione) e la geometria dello schermo, senza sentire mai il bisogno di
ricorrere ad un fuori quadro, perché gli spettatori vogliono la distruzione di
massa in diretta, senza oscuramenti di filo-sospensione; quello accadrà più
avanti, quando il regista mette in atto il grande dono del silenzio prima della
tempesta, rendendolo elemento thrillante e conforme
ad un uso prettamente orrorifico: il lunghissimo ed
inatteso silenzio crea inevitabilmente un senso di claustrofobia, ci attacca
tra le viscere del suspense perché il silenzio non ci piace nemmeno un
po’, in quanto realmente più pericoloso dei rimbombi delle cannonate
laser. Ma Spielberg sa anche
quando è il momento di raccogliere la propria macchina da presa e confinarsi in
un punto alienato per assumere il punto di vista degli invasori. La macchina da
presa diventa minacciosa, come un mostro affamato capace di avvolgere le
inquadrature ed i soggetti (aka persone innocue) con
i suoi glaciali plongè, che sembrano sempre microspie
nemiche. Ed in fondo fin dalla voice off iniziale siamo stati avvertiti:
E’ da moltissimo tempo che questi esseri ci osservano con gelosia,
aspettando il momento in cui potranno appropriarsi della
Terra. Per questo, in realtà, non c’è una vera inquadratura oggettiva ne La Guerra dei Mondi, perché anche in quei pochi momenti
in cui il regista si innalza dal fango per farci una panoramica di contorno, è
in realtà una soggettiva del nemico, minacciosa perché gelidamente possessiva,
come quell’uomo nero che nei film horror
insegue le sue vittime a loro insaputa, nascondendosi tra le ombre della notte.
(02/07/05)