


COUS COUS
REGIA: Abdellatif Kechiche
CAST: Habib Boufares, Hafsia Herzi, Faridah
Benkhetache
SCENEGGIATURA: Abdellatif Kechiche,
Ghalya Lacroix
ANNO: 2007
A cura di Davide Ticchi
VENEZIA 07’: UN FILM DA
“ERBARIO” DEL CINEMA
Ripensando all’ultima fatica di Kechiche (Tutta colpa
di Voltaire, La schivata), oggi, a fari spenti
sulla Mostra di Venezia, mi appare tanto più tersa la natura corporea del
cinema, di cui la fisicità ne è ingrediente primario. Pressoché
sua radice fragile, la quale pochi sanno estirpare senza che si rovini e
trapiantare entro le pareti circolari della forma, del vaso in terracotta che
l’attende. Ma raramente la piantina, la vita, il vero hanno saputo innestarsi così bene in siffatto spazio
artificiale chiamato ‘cinema’, un
po’ perché la prima è talmente spesso disidratata da richiedere
l’intervento di sostanze fertilizzanti, e un po’ perché la seconda
si fa sovente pescare con la sagoma inadeguata, di tanto in tanto persino
diroccata. Quanti film appassiscono, perciò, a causa del non somigliare di esiti e intenti, di forme e contenuti, o che magari
fioriscono proprio grazie ad una reazione imprevista, ad un matrimonio molecolare
del tutto inatteso. Malgrado queste variabili
determinino la soggettività etica a partire dalla quale ogni regista è
fermamente proteso con la propria, esiste un’estetica suprema e
definitiva in grado di risolvere tutti i dubbi di partenza, e far scaturire
nuove riflessioni rettilinee, il suo nome è ‘immagine’.
Che il regista franco-tunisino scuote sanamente e fa
vibrare, crescere con il sovrapporsi dei minuti, come una pianta rampicante che
attorciglia i sensi e non ti libera per un po’ dallo strattone del grande cinema, dell’immagine che emoziona. Pertanto,
in sé stessa, se si possiede la sensibilità giusta, l’immagine sa
spiegarti qualcosa, se è bella o brutta, se razionale, irrazionale o
semplicemente inutile. Dove sta la verità? Nell’immagine stessa, che deve per forza essere vera e non
falsa, ruffiana, in malafede, estemporanea; poco importa se semplice oppure
complessa, ciò che veramente conta è l’essere per significarci qualcosa.
Come la pianta è e significa in sé stessa al giardiniere, mestiere affine a
quello del regista cinematografico più di quanto si creda[1].
Perciò Kechiche
doveva sentirsi profondamente esaudito nel far germogliare un arboscello
filmico tanto consistente, tangibile, per ricondurci a
inizio recensione: fisico. La Graine et le mulet ostenta corpi a palate, giovani e vecchi, sono i
componenti di una famiglia maghrebina che vive a
Sète. Cianciano di argomenti più o meno importanti,
però veri, dalla mattina alla sera, per consolarsi di truffe, offese e
maldicenze sopportate a fatica. Tutte quelle beghe, in fondo,
che strigliano l’esistenza di qualsiasi famiglia numerosa, specie se
immigrata e con difficoltà economiche.
Per cui dall’accondiscendente robustezza degli arti cinematografici di Kechiche, dalle
gambe aride e dalle mani nocchiute legate a un tronco
solido e stropicciato (sensazione emanata dalla spiegazzatura della fotografia)
come quello del nonno Slimane, si risale
affettuosamente ai lineamenti morbidi e dolci della nipote Rym,
ai suoi occhi pieni di speranza e giustizia. Che questa
ragazza serba nel ventre insieme a grinta implacabile: la forza di perseguire
il bene a tutti i costi, di salvare il ristorante, aperto difficoltosamente da
suo nonno, con movenze dalle seduzioni lontane e dalle radici culturali che ci
si sente ramificare dentro. Scopre delicatamente il bacino, e si immischia ai ritmi di una danza funambolica e sensuale. Che lascia a bocca aperta.
Contro la fecondità di questo meraviglioso seme, il tonfo del
vecchio mulo rimpicciolito dalla soma familiare cui fu costretto a caricarsi.
Nostro nonno.
Bravissimi tutti gli interpreti, guidati da Hafsia Herzi (Premio
Marcello Mastroianni), del film omaggiato, soltanto,
con il riconoscimento della giuria.
[1]basti
pensare a Derek Jarman, per
il quale cinema e giardinaggio furono le due più
grandi passioni della sua vita. http://www.tate.org.uk/britain/exhibitions/artofthegarden/artistsgardens_jarman.htm
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