JEAN LUC GODARD: LIBERATORE DELL'IMMAGINE

A cura di Giovanni Nasti

Mentre ci si appresta ormai a celebrare i cinquant’anni di quel fenomeno di rinnovamento dell’estetica cinematografica che va sotto il nome di Nouvelle Vague, e già si mette pesantemente in questione l’effettiva portata rivoluzionaria di tale movimento, risulta difficile negare il valore dirompente di rottura nella storia del cinema rappresentato dalla pratica filmica e dalla riflessione teorica di un suo esponente di primo piano come il franco-svizzero Jean-Luc Godard. Fin dal suo primo lungometraggio, À bout de souffle , del 1960, così programmaticamente teso a demistificare l’estetica della trasparenza alla base del cinema narrativo tradizionale, attraverso una serie di procedimenti come il jump-cut (gli attacchi di montaggio “sbagliati”), l’uso della luce naturale in spregio al gusto “calligrafico” dell’illuminazione, recitazione antinaturalistica, con gli attori che non disdegnano di rivolgersi direttamente alla macchina da presa, il gusto della citazione portato all’estremo, disseminando il film di riferimenti al cinema, ma anche alla letteratura, alla pittura, alla musica, e persino a dettagli autobiografici comprensibili a un piccolissimo gruppo di spettatori, Godard pone, ancora in maniera confusa e non del tutto cosciente, le basi di un progetto di vera e propria rifondazione del linguaggio cinematografico. Una esile trama ispirata a un fatto di cronaca, e debitrice dei noir americani di serie B come quelli realizzati dalla casa di produzione Monogram, a cui il film è dedicato, diventa lo spunto per un capolavoro in cui l’autore riesce ad esprimere, con sicurezza impressionante per un giovane esordiente, le proprie idee sulle donne, l’arte, il cinema, le automobili, l’amore, e un mondo poetico di stupefacente originalità. E, pur preoccupandosi pochissimo di fornire realismo e credibilità alla storia narrata sullo schermo, finisce col dar vita a due personaggi indimenticabili, che apriranno ai rispettivi interpreti le porte del divismo. Un’esordio più dirompente non poteva darsi, il film viene rifiutato a Cannes, ma vince l’Orso d’Argento a Berlino e il premio Vigo, e rimane forse l’unico vero successo commerciale del regista, oltre ad essere il film che maggiormente rappresenta l’autore all’interno della storia del cinema, probabilmente anche in virtù di una maggiore facilità di lettura rispetto ai successivi lavori.
Come gli altri del nucleo centrale della Nouvelle Vague, Godard proveniva dalla cinefilia militante, praticata nei numerosi cineclub parigini, ma soprattutto presso la Cinémathèque Française diretta da Henri Langlois, e dalla critica, esercitata sulle pagine della rivista “Cahiers du Cinema”, e sul settimanale “Arts”. Il suo stile critico era paradossale e manicheo, provocatorio e lirico, e le sue idee, partendo da posizioni di stretta osservanza baziniana (il cinema come doppio ontologico del reale), pur restando sempre fortemente debitore della visione del maestro, evolvono verso un riconoscimento sempre maggiore dell’importanza del montaggio, e verso il tentativo di definire lo “stile” proprio di ogni autore, nel quadro della Politique des auteurs tracciato da Truffaut, Rivette, Rohmer, anticipati dalle intuizioni di Astruc nel saggio sulla camera-stylo.
Con i film successivi, Godard consolida la sua fama di regista stilisticamente innovativo e anticonformista. Le petit soldat, sulla guerra d’Algeria viene bloccato dalla censura, mentre con Une femme est une femme, suo primo film a colori, tenta la strada di un musical neorealista. E’ iniziato, con questi due film, il sodalizio artistico e amoroso con l’attrice danese Anna Karina, che sarà la protagonista di molti film di questa prima fase della sua carriera.
Con Vivre sa vie, del 1962, il linguaggio godardiano, finora inteso soprattutto alla destrutturazione e al rimescolamento delle forme cinematografiche date, trova la strada di una sua classicità, e, pur nella persistente mescolanza dei generi, nella propensione per la pratica dello “straniamento” di marca brechtiana, nell’eterogeneità dei materiali come progetto estetico, si va caratterizzando in direzione di una maggiore compostezza, che qui si traduce in estrema bellezza formale, e quando la struttura narrativa dei suoi film sarà defnitivamente deflagrata in favore della piena realizzazione di una idea di cinema-saggio, diverrà una struttura di montaggio estremamente chiara e precisa dal punto di vista concettuale. Il piano sequenza è qui lo strumento privilegiato dello studio su un personaggio, la prostituta Nana, ma anche sull’attrice che lo interpreta, appunto Anna Karina ( le citazioni della Giovanna d’Arco di Dreyer e del ritratto ovale di Poe sono la chiave di volta del film). Caratteristica questa, in verità costante nel cinema di Godard: gli attori sono anche in qualche modo il soggetto del film, la macchina da presa ne osserva e riproduce –potremmo dire “con amore”- lo sguardo, i gesti, gli atteggiamenti, come alla ricerca di un elemento rivelatore, della verità su di essi, oltre che sui personaggi che interpretano. Per Godard il grande cinema è sempre caratterizzato dalla compresenza dell’elemento documentario con quello di finzione: bisogna tornare a Melies, ma per questo sono necessari ancora molti anni-Lumière (che vuol dire anche luce), come recita pressappoco una sua frase.
L’intrigo di marca “noir” ritorna in film come Bande à part, o Pierrot le fou, ma ancora una volta esso finisce per divenire poco più di un pretesto, immerso nel primo caso in un complesso discorso sulla cultura popolare, veicolato dal solito accumulo di citazioni e di frammenti dei linguaggi della comunicazione di massa, e di conseguenza sulla società contemporanea e i suoi modelli di vita, mentre il secondo film costituisce un po’ una summa del cinema godardiano del periodo, ancora una volta frammentarietà del linguaggio, situazioni inverosimili, a comporre una delle opere più riuscite del regista, caratterizzata da un romanticismo disperato e dolente ben sintetizzato dal finale, in cui la fine assurda, violenta e anche ridicola dei protagonisti si contrappone, o forse si completa, con la compostezza classica della panoramica sull’orizzonte, sul mare, con le voci dei due che recitano i versi di L’Eternité .
Uno dei tratti caratteristici di Godard sono i momenti di intenso lirismo disseminati nei suoi film. La narrazione si ferma, il racconto si prende una sorta di pausa, dilatando un breve momento di cui si cerca di cogliere il valore nella durata, e la voce dell’attore pronuncia parole che, pur partendo spesso da un testo preesistente, raggiungono un altissimo livello poetico (è il caso ad esempio del famoso monologo della tazzina di caffè in 2 ou 3 choses que je sais d’elle, in cui l’autore si rivolge allo spettatore direttamente, con il baudelairiano “mio simile, mio fratello”, o della sequenza in metropolitana in Bande à part ). Questo perché, per quanto sia egli il più citazionista dei cineasti, Godard è anche uno dei più personali, colui che più di tutti ha messo in gioco sé stesso nei film, esprimendosi in prima persona, usando la propria voce, facendosi personaggio tra i personaggi dei suoi film, mantenendo aperto un costante dialogo con essi, e con lo spettatore. In Alphaville Godard prende un personaggio del cinema di genere, l’agente segreto Lemmy Caution interpretato da Eddie Constantine e lo trasporta di peso nel suo cinema, all’interno, stavolta, di un intreccio fantascientifico. Riprenderà questo personaggio trent’anni più tardi in Allemagne année 90 neuf zero, meditazione sulla Germania all’indomani della caduta del muro di Berlino.
Le Mépris è una riflessione sulla distanza tra mondo classico e mondo moderno, tra un mondo legato alla natura, e capace di vera grandezza morale, e una civiltà schiava di sé stessa e delle proprie nevrosi. Su questo mondo si posa il lucido sguardo del cinema, rappresentato da Fritz Lang. E il film è anche la celebrazione del cinema classico, ma al tempo stesso la coscienza dell’impossibilità di proseguire quella forma, nell’oggi del 1963.
L’interesse più strettamente sociologico di Godard, manifestatosi nei riguardi della prostituzione in Vivre sa vie, prosegue con film come Masculin Féminin e Deux ou trois choses que je sais d’elle, che traggono spunti da articoli e inchieste giornalistiche, e tramite il commento su fatti di attualità, come la ristrutturazione urbanistica di alcuni quartieri di Parigi nel caso dell’ultimo titolo, si compone come sempre un affresco molto personale, e Deux ou trois… è già un perfetto esempio di quel cinema-saggio a cui si già fatto riferimento, e di cui sempre si parla a proposito di Godard.
Ormai l’impegno politico sta diventando una necessità sempre più pressante nell’opera del regista franco-svizzero, e Godard finirà per abbracciarlo con tale veemenza che esso ristrutturerà in profondità le forme del suo cinema, fino a spingerlo all’annullamento della propria stessa posizione autoriale, in favore di un autore collettivo, e ad uscire dal cinema stesso, come viene tradizionalmente inteso, dedicandosi alla sperimentazione di forme e formati lontanissimi da quelli tradizionali e commerciali o anche semplicemente commerciabili.
Il film che annuncia la nuova fase del cinema godardiano è lo studio di marca “brechtiana” di un piccolo collettivo marxista-leninista, formato da giovani borghesi che, riuniti in casa di una di essi mentre i genitori sono in vacanza, si esercitano a mettere in pratica i principi ideologici enunciati nel libretto rosso di Mao. La riflessione ideologica dei protagonisti si intreccia con la riflessione critica sul linguaggio, di cui Godard inizia a mettere sempre più lucidamente in evidenza l’utilizzo a scopo di mistificazione ideologica da parte del potere. E’ un approdo tutto sommato naturale per il regista, infatti già A bout de souffle , in fondo, altro non era che lo smascheramento dell’apparato ideologico che si nascondeva dietro alle convenzioni linguistiche perfezionate, in particolar modo, da quel cinema americano che pure Godard amava. Godard non aderisce ancora, in questa fase, al maoismo, ma il suo sguardo sui componenti di questo collettivo improvvisato tradisce una certa simpatia, pur mitigata da un’ironia di fondo. Nell’interrogazione di fondo sulla possibilità di un’arte e di un cinema rivoluzionari, si teorizza e si sperimenta la pratica di un cinema di montaggio che discende direttamente dalla lezione di Ejzenstein.
Il lungometraggio successivo, Week-end, è una sardonica e spietata analisi della società di massa attraverso uno dei suoi più caratteristici rituali, un film “fatto di rottami”, in cui comincia a farsi strada l’esigenza di una rappresentazione della lotta di classe, sia pure ancora come un elemento tra gli altri di una complessa costruzione filmica. Con quest’opera feroce e polemica, ma non priva di bellezza e umorismo il cinema di Godard esce per una lunga fase dai circuiti commerciali, per seguire percorsi nuovi, non sempre lineari, difficili da seguire e ricostruire, un cinema che ormai si caratterizzerà una volta e per sempre, pur nei suoi molteplici grandi ritorni all’attenzione del pubblico, come un cinema fuori formato, che si rifiuta di aderire alle false sicurezze dell’industria cinematografica e di occupare la gabbia dorata riservata al classico “film d’autore” alla europea, un cinema che (si) fa troppe domande per i gusti di esercenti e distributori, anche quando Godard smetterà di rifiutare e provocare esplicitamente il circuito, terminata la propria fase più militante e sperimentale.
Il decisivo ’68 di Godard comincia con le proteste, e conseguenti scontri con la polizia, di febbraio contro il licenziamento di Henri Langlois dalla direzione della Cinemathèque, proteste in cui il nostro è in prima fila. E’ una sorta di annuncio del Maggio francese, che trova un ulteriore riscontro nel mondo del cinema con la contestazione che interrompe il festival di Cannes. Godard collabora anche, insieme, tra gli altri, a Marker e Resnais, a un film militante, Ciné-tracts, tra i più linguisticamente elaborati. Il lavoro di Godard è ormai entrato in una nuova fase, in cui l’impegno artistico è messo al servizio dell’impegno militante in favore della causa rivoluzionaria.
Le gai savoir, film del 1968 commissionato e rifiutato dalla televisione francese, propone per la prima volta la necessità di una analisi e di una critica del linguaggio, lo strumento attraverso il quale l’ideologia dominante si impone, e, a seguito di questa analisi, la ricerca di nuovi rapporti tra le immagini e i suoni. Il cinema rivoluzionario, infatti, non può più fare affidamento su una supposta verità intrinseca dell’immagine. “E’ necessario stare molto attenti per non cadere nell’ideologia della vita vera, una trappola cui non sempre sono sfuggiti cineasti importanti come Dreyer, Bresson, Antonioni, Bergman”. Ma è con la costituzione del Gruppo Dziga Vertov (in opposizione ad Ejzenstein, “un cineasta revisionista”) che Godard compie il passo decisivo del rifiuto della propria posizione di Autore, in favore di un fare cinema come attività rivoluzionaria e collettiva, basata su nuovo modi di realizzazione e di produzione. La leadership del gruppo è comunque esercitata da Godard, insieme a Jean-Pierre Gorin, militante marxista-leninista.E le realizzazioni di questo periodo sono a ben vedere, nonostante tutto, pienamente parte del percorso autoriale godardiano e di una incessante riflessione sul linguaggio, condotta in questo periodo in maniera ancora più radicale sotto la spinta delle istanze rivoluzionarie. Il film più esemplare di questo periodo è Lotte in Italia, commissionato e al solito rifutato dai programmi sperimentali della Rai. Di questa fase è anche Vento dell’Est, sabotaggio e destrutturazione totale dello spaghetti western politico con Gian Maria Volontà richiesto dai produttori.
Nel 1972, mentre si conclude la parabola del Gruppo Dziga Vertov, e dopo aver rischiato la vita a seguito di un terribile incidente automobilistico, Godard a sorpresa ritorna al cinema “vero”, con un film ad alto costo e con delle star come protagonisti. Gorin condivide, comunque, ancora la titolarità della regia di questo Tout va bien, interpretato da Jane Fonda e Yves Montand.Il film rappresenta un tentativo di sintesi tra la necessità di realizzare un prodotto che comunque possa raggiungere un pubblico, e quindi comunicare, attraverso tutta una serie di codici rappresentativi in precedenza rifiutati in quanto borghesi, e la volontà di non rinnegare determinate scoperte linguistiche, estetiche e politiche, rappresentando anche in qualche modo un bilancio delle esperienze e precedenti e già un ponte verso la nuova fase, che volgerà lo sguardo maggiormente in direzione del privato.
Dopo un periodo di silenzio, nel 1975 Godard ritorna, aprendo una fase nuova del suo cinema. I film di questo periodo sono firmati in coppia con Anne-Marie Mieville, la sua compagna, mentre una nuova sigla, Sonimage, contraddistingue queste nuove opere. Si tratta della nuova società di produzione, con sede a Grenoble, con cui Godard decide di prendere in mano, come non gli sarebbe possibile nel cinema tradizionale, tutte le fasi della realizzazione. Una factory ideativa e realizzativa, in grado di garantire una piena libertà espressiva, possibile solo a partire dalla proprietà diretta delle attrezzature di ripresa e di montaggio: d’altra parte già il Gruppo Dziga Vertov polemizzava con gli altri collettivi di realizzazione cinematografica, che privilegiavano la costruzione di un circuito distributivo alternativo, in nome della centralità del momento della produzione. Lo strumento attraverso il quale diveniva possibile la sperimentazione di nuove modalità produttive era l’immagine elettronica, il video.
E dunque non più la faticosa ricerca dei finanziamenti, la costosa organizzazione di una troupe, la distribuzione nelle sale, e i condizionamenti estetici che queste cose comportano, oltre il cinema, abbandonando il nitrato d’argento della pellicola, verso un nuovo genere di prodotto audiovisivo, che però è sempre cinema, ma un cinema più libero, più intimo e personale, superamento delle gabbie ideologiche del precedente periodo “politico”, ma anche naturale continuazione di una ricerca e di una sperimentazione mai abbandonate.
Un film come Ici et ailleurs, allora, può riprendere il materiale girato in Palestina per un progetto militante e trasformarlo in una riflessione sui limiti di quella idea di cinema rivoluzionario, su una pratica di cinema che all’analisi si rivela altrettanto mistificante e manipolatoria delle forme e dei canoni linguistici ed estetici che si intendevano combattere. E si può sostenere che Numero deux sia il rifacimento di A bout de souffle, perché realizzato con lo stesso budget, pur non raccontando la stessa storia del film d’esordio. Al centro di questo film sono i temi del privato, la famiglia, i corpi, la sessualità; non è più possibile parlare di politica senza parlare della vita, delle persone, del sesso, e non si possono affrontare questi temi senza tener conto della loro rappresentazione nel sistema dei media. Come si diceva in Ici et ailleurs, “ogni immagine di vita quotidiana fa parte di un sistema complesso in cui il mondo intero entra ed esce ad ogni istante”.
Appartiene a questi anni la realizzazione di due serie di programmi televisivi, Six fois deux e France Tour/Detour deux enfants. Fallisce invece l’affascinante progetto della fondazione di una televisione nazionale, che il governo della neonata Repubblica Popolare del Mozambico aveva affidato nel 1977 a Sonimage. E fallisce contemporaneamente anche il progetto di un film a Hollywood prodotto da Coppola, basato sulla storia di Bugsy Siegel, il gangster fondatore di Las Vegas. Il progetto naufraga anche per il ritiro delle star Robert De Niro e Diane Keaton, comprensibilmente poco entusiasti, probabilmente, dell’intenzione di Godard di utilizzarli per lo stesso personaggio.
E’ del 1979 il trasferimento nella cittadina di Rolle, sul lago di Ginevra. All’allontanamento da Parigi in favore della provincia francese segue dunque l’abbandono definitivo della Francia in favore della Svizzera, alla ricerca di un baricentro emotivo e creativo ormai sempre più distante dai luoghi di quella nouvelle vague cui Godard è irrimediabilmente legato nell’immaginario cinefilo collettivo. Eppure è di nuovo a Parigi e alla Francia che Godard si rivolge al momento di tornare al cinema in pellicola e su grande schermo, inaugurando con Sauve qui peut ( la vie) la collaborazione col produttore Alain Sarde. Un ritorno al cinema narrativo, al raccontare storie, anche se, come nella tradizione di Godard, storie strane, il primo di una serie di film straordinari, in cui il cinema di Godard si ripresenta al pubblico in una nuova maturità espressiva, un cinema che ha ormai trovato la sua via alla classicità, capace di immagini di straordinaria bellezza, perfezione, purezza, che spesso si contrappongono a momenti in cui regna la confusione, la volgarità, l’assenza di senso, una capacità, dopo decenni di sperimentazione, di coniugare perfettamente l’elemento visivo e quello sonoro ad ottenere una gamma straordinariamente ricca di effetti espressivi. Godard si avvale sempre più spesso, nella colonna sonora, di brani di musica classica, usati in maniera mirabile, e numerose più che mai sono le citazioni letterarie disseminate nei dialoghi, ad indicare un dialogo costante e inesausto con i classici, ma anche in una pratica di appropriazione di letture che, essendo parte importante della propria formazione, sono ormai considerate un patrimonio personale, in una concezione vicina a quella dei sostenitori del “no copyright”; nel caso di Nouvelle Vague Godard arriverà a sostenere che nemmeno una parola dei dialoghi è farina del suo sacco. In Passion questo continuo bisogno di rapportarsi ai massimi risultati delle altre arte lo spingerà a confrontarsi con la messa in scena di alcuni classici della pittura, in un film che è anche, come molti dei suoi film più recenti, la storia di un film da farsi. Nei 90 ritorna ad affacciarsi l’interesse per la politica, e in particolare per le vicende della storia recente europea, come la guerra balcanica; Sarajevo appare in due dei suoi film più recenti, For Ever Mozart e Notre Musique. E l’ipotesi di un autoritratto (a dicembre) in forma cinematografica presiede a un film come JLG/JLG.
Ma l’opera paradigmatica dell’ultima produzione di Godard, una vera summa della sua visione del cinema e della storia, del loro profondo legame, e anche la sua vera autobiografia, in quanto memoria storica delle immagini di un secolo, e testimone di una storia, quella del cinema, che Godard ritiene ormai prossima alla conclusione, è la serie Histoire(s) du cinema. La memoria personale viene a coincidere con quella collettiva, e la storia del mondo si rispecchia e si contrappone a quella del cinema, che è la più grande di tutte le storie, perché viene proiettata su uno schermo, e viene rivisitata in maniera personale e antiaccademica, facendo da sfondo alle sempre brillanti riflessioni e intuizioni di Godard, fuori da ogni gabbia finzionale, libero di articolare pensieri, associazioni, provocazioni, sogni e ricordi in una forma che potrà essere definita saggistica ma, indipendentemente dal suo occasionale supporto, è, ancora una volta, puramente, semplicemente, cinema.

ALTRI LINKS INTRODUTTIVI

http://www.geocities.com/hollywood/cinema/4355/

http://www.bfi.org.uk/sightandsound/feature/77

http://tapin.free.fr/godard/

http://www.latrobe.edu.au/screeningthepast/reviews/rev0600/ambr10a.htm

http://www.sensesofcinema.com/contents/directors/03/godard.html

(31/04/06)

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