GIU' PER IL TUBO

REGIA: David Bowers, Sam Fell
SCENEGGIATURA: Dick Clement, Chris Lloyd, Joe Keenan (...)
ANNO: 2006


A cura di Marco Compiani

RICORDANDOSI DI TIRARE LO SCIACQUONE…

Partiamo da un presupposto: non possiamo, Signori e Signore, come infanti sognatori, sperare in un cinema di animazione che riacquisti la sua perduta validità poetica.
Oramai questo genere è destinato a scendere Giù dal tubo della non originalità, della non serietà (per non dire Demenza, ma comprendetemi, è Natale e siamo tutti più buoni), della non artisticità e chi più ne ha più ne metta.
Non basta un’apertura di buone intenzioni parodico-metacinematografiche a salvare l’opera di David Bowers e Sam Fell da un giudizio spietato: la contrapposizione iniziale (piena di clichè, ma sempre valida osservando il contesto) del mondo reale con il mondo dell’immaginario, dell’oltre lo schermo (Tubo), ha tutto il potenziale per dispiegare il film nella direzione giusta.
Il protagonista Rodney, rimasto solo per le vacanze dei padroni, si dedica nella solitudine di uno svago finzionale, dove gli unici amici possibili si presentano come giocattoli, bambocci, manichini, espressione di una realtà vuota, materialistica, morta, priva di vitalismo, appiattita in una concezione snob-aristocratica che vive illudendosi della propria apparenza.
Fino a qui sembra dipanarsi una prospettiva notevole, dove lo spettatore adulto spera in un film diverso dalla classica putretudine commerciale; il gruppo dei piccoli, d’altro canto, attende un mondo che lo faccia divertire, senza lobotomizzarlo con un susseguirsi di gag cretine, di dialoghi poveri e distorti, di personaggi (iper)stereotipati.
Come bene intuirete, le speranze si dimostrano vane…
L’universo delle fognature è il “Cinema”, non a caso la caduta del topolino nel tubo è la classica citazione di 007 (già prima Rodney si diverte a simulare L’agente segreto), primo dei tanti richiami che invaderanno e soffocheranno la pellicola (osceni e per nulla ironici i rimandi a Nemo e a Lilly e il Vagabondo). Quello di Bond è il principale immaginario dal quale il film prende spunto: l’abito inconfondibile del protagonista, lo spietato nemico Rospo (avvicinabile ad un Dr.No) e la moltitudine di inseguimenti, di scontri per salvare il mondo (sotterraneo).
La trama si mostra nella sua classica ripetitività del “già visto”, ma la cosa più grave è il tragico tentativo di voler coprire le enormi falle della sceneggiatura con citazioni immotivate pescate qua e là, con asfissianti gag, made in slapstick, dove tutti vanno a sbattere contro qualcosa (e sorge il dubbio che anche il regista abbia fatto altrettanto) e con quelle odiose lumachine (debitrici dei topolini di Babe) che non fanno altro che urlare o cantare terribili canzoncine: se il tentativo era quello di far ridere, allora siamo molto molto lontani…
I personaggi inoltre si mostrano come emblemi della più banali macchiette, privi di psicologia (non se ne scorge neppure il tentativo di delinearne un minimo), che ruotano su se stessi in un delirio di “cadute e torte in faccia” quasi a promuoversi come manifesto di quel cinema commerciale vuoto e idiota che invade le nostre sale.
Un “Cinema” che ha divorato, fagocitato la poesia, la delicatezza, la profondità dei messaggi, la mirabile caratterizzazione dei personaggi, dalle quali traeva forza L’animazione passata: Flushed away è l’ennesimo stupro di un genere che si mostra(va) come l’unico riparo del pubblico infantile da tanta spazzatura. Nuovamente un altro Panettone natalizio, che ci trichechizza, ci immobilizza: l’unico movimento che percepirete è quello delle vostre palle che girano, nella speranza di veder terminare questo supplizio.

(27/12/06)

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