
THE GIRL WHO LEAPT THROUGH TIME
REGIA: Mamoru Hosada
SCENEGGIATURA: Satoko Okudera
ANNO: 2006
A cura di Pierre Hombrebueno
FUTURE 07’: APPUNTI MENTALI SU
THE GIRL WHO LEAPT THROUGH TIME DI MAMORU HOSADA
Ogni tanto, in Festival come appunto il Future Film di Bologna, ci viene
ricordato che in verità non sappiamo. Niente. Ricongiungendoci
irrimediabilmente a quel senso di impotenza cognitiva di fronte a opere di
registi mai sentiti e di cinematografie di cui sappiamo davvero percentuali
bassissime, nonostante una distribuzione (in sala ma anche e soprattutto
nell’home video) sicuramente in crescita negl’ultimi anni –
in questo caso, parliamo del Cinema Giapponese. O andando ancora più in là, del
Cinema Giapponese D’Animazione, di cui conosciamo si o no Miyazaki, Otomo, Taro, Oshii, e
poco più. Il resto, l’abbiamo imparato dalle serie che trasmettono in
televisione (molto tra parentesi – merda a palate da Mediaset – risorse infinitamente dorate su MTV), e non è assolutamente un
riferimento casuale, non solo perché certe serie animate, e qui ricordiamo
quell’immisurabile Neon Genesis
Evangelion di Hideaki Anno, sono
perfetta purezza cinematografica nonostante il format prescelto (ed esposto),
ma anche perché ci hanno letteralmente aiutati ad avvicinarci più concretamente
a Toki o kakeru shojo di Mamoru Hosada per peculiarità narrative
e costruzione delle significazioni più esplicite.
Viste le circostanze, il sottoscritto propone questa addizione: Le situazioni di lui e lei (Hideaki Anno) + Hayao Miyazaki + Mitsuru Adachi = The girl who leapt through time. Dunque, come prima cosa, proviamo
a formattare le unità riconduttive che compongono l’opera in questione, scomponendole
nelle loro varianti formali; Le
situazioni di lui e lei come venato romanticismo adolescenziale.
Accompagnato spesso da disegni limpidi, flussi di pensiero, e colonna sonora
rigorosamente acquatica, a gocce, simbiotica; Hayao Miyazaki come ricchezza di espedienti espressivi, nei modi di
ricostruzione del movimento (in questo senso viene in mente anche Otomo), e della versatilità tecnica
– empatica – della direzione. Infine, Mitsuru Adachi per quei silenzi, quell’osservarsi della
quiete, dell’anti-aggressione stilistica, rarefatta ed elegante fin
dall’inizio della sua fatturazione.
E già tutto questo basterebbe a rendere The
girl who leapt through time un’opera seriamente speciale, di quelle
per cui bisogna essere grati (soprattutto in un paese come il nostro, dove film
di questo genere vengono praticamente celati, come se non esistessero), ma Hosada ha anche una marcia in più, che
rende l’opera ancor più impeccabile e necessaria, cioè una riflessione,
prima teorica e poi messa in atto, prettamente (meta)cinematografica – e
dunque poetica e soprattutto “idealizzante”. E’ probabilmente
qui che troviamo in profondità la radice più personale del regista in
questione, che lo rende più bello ed interessante (almeno per il sottoscritto)
di un qualsiasi Miyazaki, tanto per
citare il più celebre qui da noi.
Relativamente vicino a un film che può essere Donnie Darko di Kelly,
quello di Hosada tratta infatti di
viaggi nel tempo. La prima osservazione da fare è che questi viaggi nel tempo,
che prima vediamo prevalentemente negl’intrecci narrativi (dunque,
sceneggiatura), finiscono invece per diventare il principale approccio
stilistico di tutto il concatenamento scenico (regia e montaggio). E se in ciò
vediamo subito una grande coerenza e lucidità artistica, la messa in atto di
tale lucidità e approccio si rivela ancora più sbalorditiva.
Se infatti i primi viaggi nel tempo che Hosada
ci mostra sono limitati dall’oniricismo visivo, nonché dalla scelta più
convenzionale e facile di flash back and forward ripetuti, ad un certo punto,
il mezzo e la forma di (viaggio nel) tempo passa dal board visivo al quadro
stesso della macchina da presa (immaginaria e astratta in quanto animata),
esplicitata in quella magnifica – immensa scena della protagonista che
corre seguita a cucito da una carrellata laterale e delimitata dai suoi bordi:
è il soggetto che cerca di superare il tempo (e in questo senso, trattandosi di
quadro, anche lo spazio) correndo sempre più velocemente. Ma la macchina da
presa non cede, continua ad inseguirla nella sua frenetica corsa, come un
ininterrotto dualismo uomo vs. cinema. Poi, accelerando ulteriormente e
aumentando lo sforzo, finalmente, ecco la protagonista che raggiunge la sua
meta, supera la macchina da presa, supera i bordi, supera le barriere, lo
spazio e il tempo, riuscendo a uscire dal quadro, dallo schema pre-imposto, nel
fuori-campo, che assume la valenza liberatoria di una vittoria. Non la vediamo
più sullo schermo, su quella carrellata meccanica, perché lei è riuscita a
oltrepassarla, ad andare oltre. L’uomo ha vinto contro il Cinema. Contro
i limiti del Cinema. Contro il tempo rappresentato filmicamente, dalla diegesi
che finisce per frantumarsi. Possibilità concessa, e qui ritorniamo ai
riferimenti di Hideaki Anno e Mitsuru Adachi, grazie all’Amore,
alla forza di volontà nata da un voler raggiungere l’enfasi suggestiva
del cuore.
Al suo primo film importante (precedentemente aveva diretto solo I Digimon,
pensate un po’), Hosada non
solo riesce ad esporre con chiarezza cristallina la propria idea di Cinema (e
di Mondo), ma anche a metterla in pratica con una gestione dell’Arte
totale, superando, almeno ideologicamente, i limiti di un Cinema demiurgo della
realtà funzionaria, come se l’autore, in un certo senso, parta proprio
dal sentimento emotivo primordiale dell’essere umano per sconfiggere la
stessa meccanicità dell’audiovisivo (del post-moderno, potremmo anche
dire), riuscendo ad andare oltre il goal pre-imposto, che diventa quindi
illimitato, infinito, appunto privato di uno spazio-tempo cubico.
E tutto questo in un’elegia tanto emozionante quanto commovente, una
costruzione di climax orchestrato sinfonicamente, un ripetersi parallelamente
di eventi che in verità ripetuti non sono, ma tramutati da un’evoluzione
narrativa cristallizzata ma implicitamente in crescita, in esplosione.
Io, urlo al capolavoro.
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