


GIORNI E NUVOLE
REGIA: Silvio Soldini
CAST: Margherita Buy, Antonio Albanese, Alba Rohrwacher
SCENEGGIATURA: Doriana Leondeff, Francesco Piccolo, Federica Pontremoli (..)
ANNO: 2007
A cura di Davide Ticchi
NUVOLE IN SOSTA
Non è certo il caso a volere che le nuvole del titolo e del cielo che sovrasta
Genova lungo le due ore costitutive l’ultimo lavoro di Silvio Soldini, fra le più interessanti
vedibili in questi ultimi tempi cinematografici, appaiano immobili nel loro
scorrere, come i giorni di Elsa e Michele (un Albanese in grande spolvero). Coppia apparentemente e
improvvisamente sfiduciata dalle beghe economiche al giorno d’oggi
all’ordine del giorno in molte famiglie italiane, catapultata in una
dimensione dove i giorni si susseguono a fatica, lungo il crinale della
monotonia e delle difficoltà più banali.
Una Genova crepuscolare fa infatti da contrappunto a una tale ansia di vivere
che mai si sfoga in qualcosa di concreto, anzi rinuncia al suo iniziale
disegno, per una realtà più reale del sogno: il Denaro. La coppia doveva
partire per una vacanza che salterà, in quanto Michele ha perduto il lavoro e
lo confessa ad Elsa solo una volta laureatasi in storia dell’arte. Quella
velleità che in tanti inseguono, quell’evasione dalla realtà pecuniaria e
sociale che evidentemente non soddisfa come vorrebbe farci credere. Elsa
restaura un antico soffitto nel centro storico del capoluogo ligure e
metaforicamente cade dall’impalcatura che la sorregge, imbattendosi nelle
vere velleità dell’esistere, quelle bugiardamente incollate ai conti,
agli affari, all’etica della desiderabilità sociale. Ma d’altronde,
chi può scamparla?
Non certo Elsa e Michele, che vivono a Genova, una città chiave per
l’interpretazione corretta del film di Soldini, che in generale attribuisce ai luoghi di tutto il suo
cinema estrema importanza. Genova è città dalle molteplici espressioni,
appartenenti però ad un unico e solo volto, come unico e inconfondibile è il
cielo che pervade e avvolge lo spettatore di un film interamente ambientato
sotto le nubi del tempo e il tempo delle nuvole. Se i giorni sono come le
nuvole difatti, pure quest’ultime paiono addensarsi sotto i tetti delle
case di una città presentata come senza fantasia. Mentalità fruttata da una
tradizione di concreti speculatori, che poco concessero alla libertà
dell’immaginazione, all’astrattezza (non ultimo prezioso artista genovese
scomparso: Emanuele Luzzati). Elsa e
Michele ci appaiono come imbrigliati da questa capziosità fluttuante, che
cercano di scongiurare attraverso il loro titanismo morale e sentimentale,
ormai diroccato come le certezze che avevano. Nessuno crede più in niente dopo
la delusione ricevuta, il trasloco in un quartiere popolare, tutto pare
degenere e inqualificabile. Si è toccato il fondo. Ma da questo fondo, con
qualche eccesso tragico al quale il regista poteva forse rinunciare, si evince
anche una certa voglia di riscatto relazionale, che emerge dal rapporto
amichevole instauratosi fra la coppia e due operai a tempo perso, il multiuso Battiston e un genovesissimo Antonio Carlo Francini. La capacità di
rispolverare, senza poi pentirsene, la sana genuinità conviviale, intima e
sciocca ma pur sempre affamata di verità e normalità. A Genova questo succede,
e il regista lo ostenta con impeccabile coscienza. La sua, del resto, pare
proprio essere una ricerca del vero, guidando la macchina cinema in lungo e in
largo per l’Italia, sembra volerci avvincere a quegli scorci di ruspante
e sincero che con le differenze geografiche del caso si esprimono a pieno
titolo, sopravvivendo.
Genova è questo e quello, città bifronte nella quale il regista lavora
soprattutto dagli interni, facendoci credere che lì siano contenute le più
franche bellezze di un centro abitato interamente ricurvo sul mare. Lì sono
nascoste le storie vere di ognuno di noi, genovese e non, in un quadro
d’insieme che, con ragione da vendere, ci colloca ognuno nel proprio
cubicolo, a girare intorno a sé stesso come dentro un acquario, lo stesso che
giorno e notte intrattiene l’anziano padre di Michele. Ognuno, insomma,
tira avanti la propria esistenza a fatica, nella maggior parte dei casi senza
grandi soddisfazioni, fino a quando, seppur nella disgrazia, arriva a
contemplare qualcosa che prima, dandolo talmente per scontato, non si pensava
nemmeno valesse la pena di viverlo.
Invece, cosa rende degna di essere vissuta una storia di così infelice difficoltà
economica e sentimentale? Il finale, la fantasia, l’arte, il cielo che da
nuvoloso torna a schiarirsi e vestirsi di angeli, madonnine e allegorie di
altri giorni, e altre nuvole.
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