


GIOCO DI DONNA
REGIA: John Duigan
CAST: Charlize Theron,
Penelope Cruz, Stuart Townsend
SCENEGGIATURA: John Duigan
A cura di Davide Ticchi
BAMBOLE
Un’accurata scelta delle musiche può accompagnare su note incantevoli od
ingannevoli lo spettatore sospirante ed emotivo per sequenze di rara finezza e
candore stilistico, che fanno di Gioco di donna un prodotto oltremodo
“trasportante”. La passione, come raffigurata da John Duigan, risulta essere infatti una lieta sinfonia danzata da due donne con
inusuale consapevolezza di sensualità e provocante connubio corporeo. Le due
bambole che vanno a riscaldarla sono Charlize Theron e Penelope Cruz, dedite a un rapporto triangolare con Stuart
Townsend, sorta di voyeur riconosciuto perché elevato
a figura intellettuale e di riservata bellezza. Le bambole curate e
consapevolmente sensuali per le femminucce, e l’eroe inconsapevolmente
perfetto ed ammirato per i maschietti, animano una notevole dimostrazione del
sensuale e del piacere non-esplicito per tutto un tempo del film, mantenendo
sempre quel sincero ma insoddisfacente alibi di “amicizia”... Una
parte che si addentra nelle profondità dell’essere uomo o donna, scatenando
le eccitanti reazioni ed immedesimazioni che il
rapporto a tre lascia e non lascia immaginare. L’analisi sensualmente
ludica di Duigan regge tutto il tempo per cui viene trattata, lasciando spazio solo alle ragioni
del male e della guerra, che arrivano dopo quasi un’ora, pronte a
rovinare tutto. Le bambole infatti, fino a quel
momento avevano assunto sfaccettature di benevola e appassionata malizia,
legata al mondo dei giochi e dell’adolescenza, della scoperta quanto
dell’intrusione, legando uno stretto rapporto tra apparenza e contenuto,
come tre dreamers politicamente sensuali. La
politica, la patria, la guerra e il bisogno, vorrebbero rappresentare per i
nostri tre le cause di maturazione, con conseguente penetrazione nel mondo
degli adulti come dei “responsabili”. Questo vento facinoroso
disperde la passione ed i contatti che si erano andati
a rafforzare nel corso di qualche anno vissuto sotto lo stesso tetto, quando Guy e Mia partono per la Spagna per aiutare il paese, e
forse capire come aiutare loro stessi.
L’idealismo di Guy, peraltro interpretato da un
sempre monocorde Stuart Townsend,
appare a conti fatti l’elemento caratteriale più ingiustificato ed
insignificante di tutto il film, ma ingranaggio motrice
della narrazione, e della giustificazione appunto. Mia si aggira invece tra
figura di velenoso patriottismo e di crocerossina sentimentale, oltre che
corporea. Mentre Gilda, la femme fatale, è personaggio di edonismo
sensuale e antropologico, solamente interessato a se stessa e ai suoi due
amici, senza amarli per i propri ideali ma solo per il proprio essere sessuale.
La biforcazione narrativa comporta poi un drastico
spostamento di location, da interni caldi e fisici a esterni freddi e clinici,
senza contare l’insensata rotta che assume all’improvviso la
sceneggiatura, causa del voltare completamente pagina. L’ambiente
influenza pesantemente il significato e lo svolgimento di un
azione, che non ha più senso dopo lo scioglimento del triangolo amoroso,
perché dislocato e perché non più affrontato. Rimane quindi incompleto e
inconcludente l’interessante ragionamento svolto da un regista
appassionato quanto voltagabbana, che di queste sue due caratteristiche ne
riproduce altrettante nel suo film, quasi a sancire una divisione in capitoli.
Per questo da dramma del sentimento e dei corpi, si volge presto a dramma
minuscolo da banlieue francese, insito nella disperazione della guerra e nei
rimasugli di una ritrovata sessualità, che mai comunque
tornerà a riviversi.
(15/05/05)