


GHOST SON
REGIA: Lamberto Bava
SCENEGGIATURA: Lamberto Bava, Silvia Ranfagni
CAST: Laura Harring, John Hannah, Pete Postlethwaite
ANNO: 2006
A cura di Alessandro Tavola
IL CERO D’ACCENDERE CE LO SIAMO PORTATI DA CASA
Oh santo dio! Madonna santissima! Dio ci salvi, noi e
la regina! Gesù mio ti prego!
Non imprecazioni ma vere e proprie richieste d’aiuto dopo (e durante) la
visione di Ghost son
di Lamberto Bava.
Periodo di latitanza forzata per lui e tutti i grandi registi di genere
nostrani questi ultimi quindici anni, assorbiti nella tv nelle fiction quando
va bene o semplicemente desaparesidos nella maggior
parte dei casi, or ora gloriosi della dvdità delle
ormai accettatissime rivalutazioni critiche, tra
sincere - indotte o semplicemente alla moda, ma fortunatamente, nella maggior
parte dei casi, naturalmente spassionate (e la presentazione in anteprima di
questo film al Joe D’Amato
Horror Festival è uno splendente manifestarsi di ciò). Tendenzialmente
pronti a veder tornare i propri nomi sulle locandine (già la pellicola in
questione o lo stra-annunciato e atteso L’allenatore nel
pallone 2 di Sergio Martino),
ma se il risultato è questo... Sarebbe meglio che certi autori rimanessero nel
ricordo.
Dopo la seminvisibile e appena passata parentesi homevideo di Torturer del 2005 e un decennio diviso tra Fantaghirò e
altre fiction, questo è il ritorno con squillo di
trombe (con sordina applicata) in una produzione internazionale, una sagra
della porchetta multietnica a quanto pare, di Lamberto Bava. Gente
che ha soldi da buttare.
Senza troppe sorprese la trama è completamente
assente, o meglio è la solita, la solita trama germoglio di imprese registiche orrorifiche e thrilleristiche aka: una coppia x
in un posto y dalle tinte esoteriche (siamo in Sudafrica, che co-produce), uno dei due muore con tutte le infestazioni e
malignità annesse e connesse. “Il solito, grazie” che non ci
dispiace mai.
C’è pure il cast: Laura Harring, John Hannah, Pete Postlethwaite. Più volti che nomi, e ci va bene.
Ma è proprio Bava la parte pessima
del film (e come altrimenti), tanto da meritare solamente un elenco e non un
discorso: ritmiche a cazzo, recitazione spinta verso
il baratro, senso per la bellezza delle donne al limite della cecità, effettacci e montaggio sonnecchiante, vuoti
espressivi infetti di noia, ritmiche atemporali
intese non come datate o magari troppo anni ottanta (il periodo di suo massimo
splendore) ma come totalmente sperse nell’applicazione di concetti poco
curati, in un ricalco di quello che potrebbe essere semplicemente
l’opinione pubblica di taluni elementi del brivido in una sorta di incosapevole parodizzazione
anestetica, quasi sorda rispetto ai canoni (positivi e negativi) dello stesso
regista, che pare aver ormai perso sè stesso, senza
accorgersene, continuando ridicolamente a prendersi sul serio quasi come un
anzianotto mangiato dall’alzheimer che sparlotta senza finire frasi, perso nei ricordi. Auto-scarymovie
intriso di tristezza che non riesce neanche a fare ridere.
Non più Demoni o Macabro, e neanche l’ultimo povero Dario Argento, Ghost son è il I giorni
dell’abbandono
dell’horror italiano. La sagra del ridicolo.
WTC viene in mente, anzi no. Non sì è venduto, è solo un cioccolatiere che s’è
ritrovato per un motivo o per l’altro a fare merda.
E una sorta di puro orrore e angoscia c’è, il
film e il vederlo.
Ma per un motivo o per l’altro tutto questo non
ci sorprende molto. Abbè, sarà per un’altra
volta.
(04/05/07)