SPECIAL: REPORT GENOVA FILM FESTIVAL

A cura di Davide Ticchi

INTRODUZIONE ALL’8° GENOVA FILM FESTIVAL

Giunto al suo ottavo anno di età il Genova Film Festival si scopre sempre più vicino a ciò che crediamo sia l’essenza stessa di un festival, ossia la vivacità del cinema in fieri, il fermento che nasce da nuovi incontri e visioni, il confronto che fa crescere chi il cinema lo fa e lo guarda. In questa prospettiva vi consegniamo due concorsi ricchissimi di film e di incontri, tante proposte e anteprime e la nascita di una nuova sezione, Percorsi di stile, che a partire da questa ottava edizione porterà all’attenzione del pubblico del festival esordienti di talento.
Vivacità e fermento che si concretizzano anche nello spazio che ogni anno il Festival dedica alle lezioni di cinema, che quest’anno raddoppia. Pasquale Pozzessere e Stefano Dionisi, che presenteranno in anteprima il loro ultimo film, incontreranno il pubblico per parlare delle loro esperienze di cinema, della professione del regista e dell’attore e del loro incontro sul set. Sessanta professionisti selezionati da tutta Italia, invece, avranno l’opportunità di partecipare al workshop proposto da Kodak per imparare ad usare cinepresa e pellicola insieme a Joseph C. D’alessandro e Eric J. Johnston, direttori della fotografia statunitensi. In questa prospettiva pensiamo sia importante evidenziare che il Genova Film Festival è stato scelto come unico festival in Italia ad ospitare questo workshop. Sulla Corsica e sulla Russia si aprono invece le finestre internazionali di Oltre il Confine, alla scoperta di due piccole ma significative realtà produttive europee: la produzione dei filmaker corsi e una selezione dei migliori film d’animazione contemporanei prodotti dallo Studio A-Film di Ekaterinburg.
Vivacità e fermento sono qualità presenti anche nello sguardo critico di Claudio G. Fava che ringraziamo per l’attenzione e l’amicizia che da alcuni anni dedica al Genova Film Festival e in quello di Oreste De Fornari e nelle sue proposte cinematografiche sempre provocatoriamente cinofile.
Nella speranza che questo contenitore pieno di stimoli continui a sollecitare il vostro interesse facendovi approdare a nuovi territori cinematografici, vi auguriamo, come sempre, buona visione.

Direzione artistica:
Cristiano Palozzi
Antonella Sica

www.genovafilmfestival.it


GFF – OMAGGIO A VITTORIO GASSMAN

KEAN, GENIO E SREGOLATEZZA

REGIA: Vittorio Gassman
CAST: Vittorio Gassman, Anna Maria Ferrero, Cesco Baseggio
SCENEGGIATURA: Suso Cecchi D’amico, Vittorio Gassman, Francesco Rosi
ANNO: 1956

L’UOMO PALCOSCENICO

Di malinconia e scoperta sono le sensazioni suscitate dalla revisione di un lavoro autoreferenziale quale è Kean, personaggio e film amato molto da Gassman, forse il ruolo da lui preferito in assoluto. Quell’attore dai tratti così borghesi, che in realtà non vede nemmeno la classe aristocratica, ma che si identifica nella populista concezione di goliardia, che comprende tutti nell’incarnazione fasulla in qualcos’altro, qualcosa di ignoto e divertente. La ricerca che Kean/Gassman effettua per mezzo del teatro, è un ricerca dell’essere felice, un mero desiderio di autorealizzazione ed autosoddisfacimento. Kean ha sempre vissuto nel lustro del palcoscenico, del dietro le quinte e delle belle donne, così adesso sembra volere maliziosamente mettere la testa apposto. Ci riuscirà attraverso espedienti di ogni tipo, trionfi e sconfitte, innamorandosi di una giovane aspirante attrice che lo mette a perdere per tutto il film mentre lui aveva da pensare alla contessa Elena, una splendida Eleonora Rossi Drago.
Solo così un giovanissimo Vittorio Gassman riesce a sentirsi al centro dell’attenzione, ad attirarla per poi dislocarla su qualcosa di più serio come l’ambiente teatrale, dove le vite si sdoppiano, quella propria rimane in camerino e quella di Otello si reincarna in palcoscenico. Proprio su questo distacco espressivo e comportamentale Vittorio Gassman mostra tutta la sua goliardia e la sua voglia di scoprire, sì certo, per se stesso, ma di scoprire come l’uomo che si trova ad attrarre su di sé gli occhi della gente in palcoscenico, possa attrarli anche dietro le quinte, anche in uno sgabuzzino o in osteria, descrivendo così imprescindibilmente il potere del cinema e quello del teatro. Il suo ruolo nella vita è infatti molto differente da quello che ha in teatro, e ognuno di questi è ben distinto dall’altro, ovvero non ha nulla da spartire con l’altra metà di sé. Per questo Vittorio era un grande attore sia nella vita che nel cinema come nel teatro, perché un artista come lui pensa sempre a migliorare e raggiungere l’acme dell’istrione, e impara anche ad affezionarsene, tanto da essere sempre più attore che uomo nella vita. Così lo descrive e lo racconta la figlia presente alla proiezione, come “un uomo che amava i suoi personaggi, quasi più di sé”, proprio per questa sua facoltà di giustificarsi e manlevarsi dal resto dell’umanità, che evidentemente non gli piaceva od era troppo poco artistica. Mentre lui da grande amante dell’arte ha voluto esprimere e omaggiare questo mondo fatto di sé, di belle donne, di noiosi aristocratici e gran bevute in osteria, un vero mondo gassmaniano, più di quanto credesse. E questo desiderio dimostrativo di sé, Gassman lo espresse alla regia con questo film di scialba costruzione ed invenzione narrativa, ma di incredibile verve comica e personalità. Vittorio infatti non scendeva a compromessi, il film era suo e come tale doveva risultare, e solo con l’aiuto, più che collaborazione, di Francesco Rosi, Kean diventa realtà. Con un classico cast all’italiana il regista attore lavora sulla coralità delle interpretazioni, e su di un anticlimax narrativo che sfocia poi alla fine in un trionfo generale inaspettato quanto satirico, di beffa borghese e perbenista. Vittorio Gassman si elevava infatti da queste inutili classificazioni sociali e il suo Kean fa lo stesso in campo cinematografico, considerato che non si tratta di un gran film, ma di un film realizzato da un grande artista e un grande uomo.



GFF – LA RIVISTA

IL CORRIDOIO DELLA PAURA


REGIA: Samuel Fuller
CAST: Philip Ahn, Ray Baxter, James Best
SCENEGGIATURA: Samuel Fuller
ANNO: 1963

GUARDANDO INDIETRO

La paradossalità di una sceneggiatura editata per contestualizzare ed esplicare il paradosso stesso, dove attorno alla follia si crea questa sorta di gioco-scambio tra sogno e realtà, raziocinio e follia, pensiero e parola, sta alla base dell’avanguardista lavoro di Fuller. Solo così, per mezzo della contraddizione è possibile plasmare e manipolare la mente umana, incredibilmente condizionata dal contesto in cui vivifica comportamenti e posizioni assunte. Metafora quindi del condizionamento scenico, come unico contesto di ammorbamento all’anticonvenzione, dove ognuno assume posizioni personali e indipendenti, oltre che atteggiamenti radicali al vivere insieme. E quale miglior ambientazione Samuel Fuller poteva ricreare per dimostrare tutto questo? Nessuna al di fuori di quella ospedaliera (od urbana), legata alla psichiatria. Così si ricompone il quadro psicologico popolato da persone agli estremi, che radicalizzano il loro modus vivendi ad un contesto non meno definitivo di quello sociale, controllato da persone ai vertici che rendono conforme l’atteggiamento ed il pensiero comune. E proprio così John Barrett acquista la fiducia di tutti i pazienti dell’ospedale psichiatrico, lui che persona sana e pragmatica si trova a battagliare con dei pazzi per conquistare biecamente il premio Pulitzer. Ma l’influenza dell’ambiente lo conduce pian piano verso il disconoscimento di sé e degli altri.
Considerato da alcuni il primo film cyberpunk della storia del cinema, Il corridoio della paura è sicuramente un capolavoro di rilevante impegno sociale e psichiatrico, dove ciò che appare ai pazzi esiste, e solo attraverso ciò che vedono si può risalire alle cause di questa “malattia”, che quasi sempre corrispondono a realtà e raziocinio. Girato sempre con occhio clinico, quasi medico, lo sguardo che la pellicola per lo spettatore assume è di raro realismo figurativo, ossia propone la mutazione reale da soggetto sano di mente a soggetto condizionato dalla realtà, ed anticonformista, perciò infermo di mente. Il condizionamento, come più volte viene dato ad intendere attraverso i gesti e gli atteggiamenti dei pazienti dell’ospedale, è legato a fatti politici e bellici, veri e propri strumenti di follia generale. Così reduci di guerra, scienziati nucleari e membri del Ku Klux Klan vengono internati perché soggetti devianti e pericolosi alla realtà politica e all’organizzazione statale, non certo all’umanità spicciola od ai singoli individui. L’utilizzo degli effetti speciali di Charles Duncan in alcune sequenze è veramente geniale, e questi sembrano sempre essere splendidamente frutto di una mente instabile e in fase di degrado cognitivo, come nella sequenza in cui John immagina che nel corridoio si stia abbattendo un violento nubifragio. Atmosfere e metafore ospedaliere che rimandano sempre più all’interpretazione del manicomio come rifugio neutrale per le menti, che vagano come spiriti criptici per i labirintici corridoi di questi complessi psichiatrici. L’imparzialità e la fratellanza dei pazzi, come forma di accoglienza verso la mimetizzazione, percepibile in film quali Qualcuno volò sul nido del cuculo e La casa dei matti.
Il corridoio della paura fu uno tra i film più visionari degli anni sessanta, che ancora oggi espone un’attualissima teoria psichiatrica sulla condizione sociale dell’uomo, all’interno di una società condizionante e premonitrice. Premonitrice e crudele come la frase di Euripide che compare a fine film, “Gli dei rendono pazzi coloro che vogliono perdere”, quasi fosse un sigillo.

ANTEPRIME


GFF – INCONTRO CON PASQUALE POZZESSERE: ANTEPRIMA NAZIONALE

LA PORTA DELLE 7 STELLE


REGIA: Pasquale Pozzessere
CAST: Stefano Dionisi, Stefano Pesce, Sabrina Colle
SCENEGGIATURA: Ugo Leonzio, Pasquale Pozzessere
ANNO: 2004

LA BANALITA’ DEL MALE


E’ incredibile come il cinema sia un arte che nasce dal niente e cresce nelle nostre emozioni, e come certo cinema nasce sempre dal niente e cresce e muore nel nulla di fatto, nella soppressione di ogni possibile sensazione. Da un regista che non è mai stato artefice di magie emozionali, ma che al contrario le ha sempre rese tanto candide ed asettiche da risultare assenti, approda nelle sale italiane con due anni di ritardo il suo ultimo film, che si dichiara anche essere in extremis il peggiore della stagione in conclusione, per quanto riguarda il cinema italiano. Dalla regia di Pozzessere non ci si aspettava certo una storia facilmente assimilabile, e infatti di questo si tratta, un soggetto artificiale ambientato nell’alta borghesia, legata alla continua e quasi affannosa ricerca di soldi ulteriori che “permettono di trovare la felicità”, quegli amplessi con donne bellissime che rimandano il protagonista al ricordo di un infanzia infausta, e di un trauma subito che ancora adesso si ripresenta nella realtà quotidiana.
Stefano Dionisi mantiene dall’inizio alla fine la stessa espressione facciale, interpretando un giovane arruolato all’aeronautica militare, che un giorno incoccia la fortuna di conoscere persone ricchissime che gli offrono un lavoro. Da quel momento questi comincerà a giocare in borsa e a farsi un nome nel giro di breve. Per di qua la storia legata al sesso ed alla notorietà, oltre che alla tentazione e la malizia della sua nuova classe sociale altolocata.
Il cinema di Pozzessere, non lungi da quello dello svizzero italiano Roberto Andò, è un cinema che basa tutto sulla sottrazione di tutto, lasciando volutamente vuota la messinscena ed addobandola di personalità burbere e infallibili, ricche e sfacciate, tutte all’interno di case museo linde, pulitissime e di geometrico valore. La perfezione dell’immagine, dei vestiti e dei movimenti di macchina appare quasi apatica, priva di un anima non ancora ritrovata nel cinema di Pozzessere, un anima autoriale necessaria per questo tipo di espressione, un anima che sappia infondere riconoscibili manie, manierismi ed ossessioni care al regista. Così la struttura asettica, privata di ogni caratteristica policroma, e filtrata attraverso attori cani che non fanno altro che gli indossatori per tutta la durata del film, capitola inevitabilmente nella banalità più estrema, ridicola, irritante. La ricercatezza è una caratteristica che grava al cinema italiano, ma non ci può mancare dato quello che riusciamo a realizzare con questa, Pasquale Pozzessere ne La porta delle 7 stelle la utilizza come punto convergente delle riprese interne ed esterne, ove nulla è lasciato al caso, dove tutto quello ripreso è così incredibilmente prefabbricato. Cinema fatto per essere reinventato, cinema resettato e fintamente intellettualoide, atto alla ricamatura di nuovi significati da parte di chi questo cinema lo vede o lo cerca sotto un altra angolatura. Cinema destinato a perire, perché incondivisibile nella forma e nel contenuto, a partire da un idea di partenza sorretta da un cast di temibile incapacità.
Strana commistione: noia e divertimento.


GFF – ANTEPRIMA NAZIONALE

A LUCI SPENTE

REGIA: Maurizio Ponzi
CAST: Giuliana De Sio, Toni Bertorelli, Giulio Scarpati
SCENEGGIATURA: Maurizio Ponzi, Stefano Tummolini, Pietro Spila
ANNO: 2004

NEL CONGELATORE

Da continuare a conservare nel congelatore preferibilmente questo ennesimo film di Maurizio Ponzi, regista che si presenta al festival genovese corredato di un rancore da critico che era, rivolto al sistema distributivo italiano dove “i film andrebbero direttamente riversati su DVD”. Perché come accaduto per molte pellicole italiane in questi ultimi anni, anche per il suo A luci spente si è verificato un fermo che và avanti dal 2004, e che lo porta a Genova per presentare un film che dovrebbe esser distribuito a breve nelle sale. A partire da un aspettativa molto fervente ed un contributo realizzativo del mistero per i beni e le attività culturali, Ponzi da regista eclettico come si autodefinisce, sonda con questo film i territori storici più ispidi per l’Italia del novecento, rifacendosi ad un presunto diametrale sguardo neorealista. In realtà l’omaggiare il cinema attraverso questo stile - lungi dal rimandare anche solo minimamente al neorealismo italiano – assomiglia ad un atto di rifugio verso le braccia amiche di quel cinema che da critico italiano, ha potuto amare molto. Così da dichiarato estimatore del cinema di Mario Mattòli, l’affresco storico ed intimista proposto da Ponzi sembra assumere sembianze citatorie inconcludenti, oltre che insite in un contesto filmico mestamente paratelevisivo. Il suo cinema assomiglia infatti ad una presunzione dell’elevarsi alla stessa definizione di cinema, mentre ciò che in realtà risulta essere, è un immodestia di un prodotto da fiction che esige essere proiettato nelle sale, come accadde lo scorso anno per La meglio gioventù di Giordana.
Durante la seconda guerra mondiale nell’Italia del 1943, deve essere realizzato un film diretto da un regista antifascista, che cercherà in tutti i modi di assumere lavoranti che possono così salvarsi dalle retate fasciste. Durante le riprese però, storie di spie ed amore si accavallano malgrado tutto.
Il cast funzionale alla banalità degli stereotipi storici, dove i conservatori fascisti vengono raffigurati come insipidi e altezzosi attori milionari, e i buonisti antifascisti come samaritani dediti alla salvezza dell’umanità e della divulgazione storica, portano il film a suddividersi in vere e proprie puntate televisive di inaudita piattezza. Sopraelevare questo film ad opera cinematografica, equivale a non sapere come essa può essere fruita ed apprezzata, ovvero per mezzo della televisione e del suo linguaggio narrativo. L’impegno scenografico curato da Franco Ceraolo, come già apprezzato nei film di Giordana, ha un enorme rilievo drammatico, perché addirittura esprime quelle condizioni umane che gli stessi attori hanno difficoltà a esplicitare. E la difficoltà di comprendere come A luci spente possa esser stato realizzato senza la consapevolezza di quello che sarebbe poi diventato, introduce la totale infermità di un cinema italiano senza più certezze ma con tante false sicurezze. Così il ragionamento fatto dal regista prima della proiezione, prende dopo lo scorrere dei titoli di coda una forma concreta e palese, che vede il cinema italiano come una macchina di nuova definizione, nel senso che definisce una mera opera da fiction come cinematografica, e nel senso che paradossalmente un opera che voleva figurare come motivo di rinascita del cinema italiano, appare poi come triste farsa di un film nel film. Quasi una Puttana Santa fassbinderiana, sigillata nel congelatore dell’attuale cinema italiano.

INCONTRI: DANIELE GAGLIANONE


(19/09/05)

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