


GESU’ DI NAZARETH
REGIA: Franco Zeffirelli
CAST: Robert Powell, Olivia
Hussey, Peter Ustinov
SCENEGGIATURA: Anthony Burgess,
Suso Cecchi D'Amico, Franco
Zeffirelli
A cura di Federica Basso
Quando scoppiò il fenomeno The Passion of Mel Gibson, nei vari talk show,
tra le sempre più frequenti polemiche e nelle consuete tensioni tra critica ed
istituzioni ecclesiastiche, il termine di confronto che veniva
fornito più insistentemente era il Gesù di Nazareth
di Franco Zeffirelli.
Nato nel 1977 dalla coproduzione tra la Rai e la rete commerciale britannica
ITC, può essere considerato un'opera sincretica, nel
senso che privilegia in qualche modo la forma della biografia filmica (simile,
in questo, ad un'altra grande opera a tema che è Il Messia di Roberto Rossellini).
Va precisato che il Gesù di Nazareth nasce come opera
non destinata alla sala cinematografica, ma come prodotto (anche se il termine
è sicuramente inadeguato) televisivo. Ciò non deve però togliere in nessun modo
credibilità e valore estetico ad un opera che rimarrà
in ogni caso nella storia del cinema come fiore all'occhiello non solo della
televisione di stato italiana ma soprattutto del patrimonio artistico cinematografico
italiano. Potrebbe benissimo essere, questo film, un'opera da sala (per quanto quest'espressione suoni abbastanza priva di valore ora come
ora in Italia).
Si può parlare davvero di Cinema e non dovrebbero distoglierci da questo
proposito nemmeno le sei ore di durata complessiva (in fondo basta riaccostare
il cinema al concetto di Arte anzichè
di intrattenimento per accettare l'idea di star seduti in sala sei ore invece
di due).
Ma forse elucubrazioni di questo tipo perdono totalmente senso di fronte alla
strabiliante Bellezza (perchè di Bellezza in questo
caso si può parlare senza timore di essere banali) di un film che, al di là
della sua natura televisiva o meno, rimane comunque Opera d'Arte.
Ciò che forse rende il Gesù di Nazareth così degno di
rispetto è la cura quasi ossessiva di ogni minimo dettaglio, la delicatezza con
cui Zeffirelli si avvicina, quasi sottovoce, alla
figura di Cristo, interpretato da un Robert Powell trasfigurato e a tratti evanescente.
E' la componente cromatica ed iconografica a lasciare
lo spettatore annichilito, attraverso un uso sapiente dei colori (per lo più
terrosi, per lo meno nella seconda parte del film, sempre comunque di matrice
pittorico- rinascimentale), il rispetto di secoli di tradizione iconografia sacra
nelle pose ieratiche di Cristo, un ricorso quasi geniale ad una luce a tratti
manzoniana, che scolpisce e divide i volti e nello stesso tempo sembra
generarli dal suo interno. In questa luce corpuscolare, accecante, a tratti
lattiginosa, si ritrova forse la sintesi del messaggio più autentico di
Cristo... "Finchè sarò sulla terra sarò la luce
del mondo". E' come se il Cinema divenisse simbolo, si rendesse in qualche
modo "impuro", contaminandosi di altre arti,
prima fra tutte appunto la pittura, mentre anche la natura viene in qualche
modo dipinta non come semplice sfondo. Il cielo partecipa agli eventi e li
connota, non è immobile e fisso, ma semovente, emozionale, pittorico appunto
(come non far caso a come il cielo si rassereni nel momento in cui Cristo spira
e come diventi poi contrastato di nere nubi, quasi apocalittico, nel momento in
cui il suo corpo viene tirato giù dalla croce dalle
donne disperate, prive ormai di qualsiasi speranza?).
Nello stesso tempo va in effetti ammesso che questa messa in scena sfavillante
e non sempre calibrata a tratti porta ad un accumulo visivo che ha la sua
sintesi peggiore nella figura proprio di Cristo, spesso talmente estetizzante e
perfetto da portare ad un eccesso di astrattismo.
La vera forza del film sta invece nei ritratti degli
apostoli, realizzati con un senso di verità mai visto prima. La sapienza visiva
di Zeffirelli colpisce nel segno soprattutto nella
figura di Pietro (James Farentino)
certo rude e scontroso, ma proprio per questo reale nel dramma della sua umanità
di fronte a Cristo. Quelli che Zeffirelli mette in scena sono uomini ritratti di fronte al Mistero,
nei quali lo stesso regista si mette in discussione personalmente come
credente, in un coinvolgimento che invece è il grande assente ad esempio nel film
di Pasolini.
Compromesso tra la messinscena lirica e il film storico hollywoodiano, il film
richiese la partecipazione di 220 attori, migliaia di comparse e otto mesi di
riprese, possiamo dire che, al di là della figura di Cristo che, come già si è
detto appare a tratti eccessivamente astratta, nel complesso questa pellicola
individua la componente umana non disaccoppiata da
quella trascendentale ma ben raffigurando ugualmente la tensione al divino,
ottenendo nel risultato finale un'opera raffinata e completa.
(30/03/05)