GAS

REGIA
: Luciano Melchionna
CAST: Francesco Venditti, Lorenzo Calducci, Loretta Goggi
SCENEGGIATURA: Alexandra La Capria, Luciano Melchionna
ANNO: 2005


A cura di Davide Ticchi

CHE NE SARA’ DI NOI.. PER ORA SALVO E’ IL CINEMA ITALIANO

E’ come una fitta nebbia invisibile di violenza repressa causata da una vita mediocre, dentro gli schemi, come vorrebbero i genitori. Come vorrebbero…
E’ come l’atto di violenza più estremo che si leva sopra il pulsare della musica techno, nella stessa atmosfera degli stupri e sevizie che si verificano sotto i piedi della dignità umana.
E’ come andare finalmente in una sala cinematografica a vedere un bel film italiano, con un tema radicale, quindi un nuovo cinema italiano, quello nato malato, pronto a morire con la totale assenza di pubblico in sala. Ed è proprio così, in un panorama asfittico dove lo sguardo della mdp è già rivolto agli spettatori in sala, si leva l’urlo straziante, il fracasso lontano di GAS. Luciano Melchionna dà vita insieme a Lorenzo Carducci – colui che ha creduto di più in GAS – ad un progetto senza limiti né paragoni, che si saprà uscire nelle sale blindate, con la targhetta dei VM18 stampata sul titolo del film. E questo a Melchionna importa poco, perché dalla sua pièce teatrale, si comprendeva già quanto la potenzialità del futuro film, sarebbe stata nella totale mancanza di rispetto, da parte sua al pubblico, e da parte del pubblico al regista. Per di mezzo c’è il film, che scatena mille altre reazioni, sensazioni, repulsioni improvvise. Con GAS non c’è da star tranquilli, basta solo sapere che si è sotto l’effetto di una grande dose di realismo iniettata in vena, quel realismo periferico, quello filmato da Pasolini e rappresentato da Accattone, e quello filmato da Melchionna e rappresentato dal gas, morte. Perciò la sua realtà è quella del tempo, quella odierna, e il solito dubbio si insinua nello spettatore di GAS, meglio la cognizione del vedere un unico film che parla della realtà italiana, mentre tutti gli altri registi nostrani si impegnano nell’occultamento di essa, nel dissotterramento di quella soft o di quella passata, inutile. Inutile credere che GAS sia un film perfetto, tecnicamente ci sono tutti gli errori del caso, di un esordiente con tanta voglia di raccontare e provocare, con infinito coraggio ma disomogenea bravura nel gestirlo. Perciò ogni drammatico scorcio di vita di ogni giovane protagonista è diverso dall’altro, perché è più o meno interessante, riuscito, lungo, ma in ugual modo reale. Ecco che la prima parte risulta meno incisiva della seconda, appesantita da un introduzione farcita di ogni circostanza possibile, standardizzata, da una sceneggiatura che di standard non ha niente. E ciò lo si viene definitivamente a capire grazie a un finale che non lascia spazio a ribattute, che è definitivo e senza speranza.
Quando il GAS è ovunque, basta una fiammella per fare esplodere tutto. I sei ragazzi protagonisti lo sanno bene, e spargono dietro a sé questa coltre di violenza, senza badare a dove sia l’accendino. Infatti rapiscono un cinquantenne e lo portano sotto le rovine degli edifici abbandonati di una Roma brumosa, e lì si sballano con droghe, alcool e sesso esercitando su quest’uomo le più caustiche violenze. Si sovrappongono pezzi di vite giovanili agli estremi, sviate dal sistema, dai genitori, dalle convenzioni, e tutte le problematiche correlate a formare un unico grande puzzle di univocità esistenziale, la morte appunto.
Lascia senza speranze un film che prima di narrativo è uno statico ritratto sociale e psicologico di una gioventù presente, ma lasciata a sé stessa, mentre negli stadi si tifa, nelle scuole si studia, nelle case si colloquia. Loro sono stati abbandonati, Melchionna se ne occupa, si assume l’incarico di riferire agli spettatori equilibrati quali tinte si utilizzano nella grande bozza giovanile, come fece Kubrick in maniera edulcorata con Arancia Meccanica e Boyle impossibilitato a sdrammatizzare con il suo Trainspotting. Arriva anche in Italia e dall’Italia GAS, una replica, un adattamento efficace che stravolge le convenzioni cinematografiche nostrane, decreta forse ufficialmente la fine dell’epoca neorealista, e l’inizio di quella realista. Il cinema realista è quello del futuro, quello non di certo appassionato, avvincente e convincente, ma quello necessario, freddo, distaccato. GAS ne è il superlativo esempio, di cui mai nessuno si ricorderà.

(20/06/05)

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