


LA MIA VITA A GARDEN STATE
REGIA: Zach Braff
CAST: Zach Braff, Natalie Portman, Ian Holm
SCENEGGIATURA: Zach Braff
ANNO: 2004
A cura di Pierre Hombrebueno
"NOI CHE SIAMO QUI SOLO PER CASO, DI PASSAGGIO SOPRA
UN MONDO SOSPESO.."
Contro tutti quelli che denigrano il Cinema Americano. In primis mi viene in
mente Maurizio Nichetti, che più volte ha ottusamente sostenuto l’incapacità cinematografica
di Hollywood, tutto basato su budget elevati ed effetti speciali.
Eppure, ancora una volta, anche questo Garden State ci dimostra il contrario,
non solo perché contro ogni pregiudizio, il regista Zach
Braff è lo stesso attore di Scrubs
(si, avete presente la pseudo sit-com
di Mtv?), ma anche perché a soli 30 anni e al suo
esordio, ci ha portati un’opera dalla freschezza e lucidità personale
molto invidiabile.
Braff non assimila alla perfezione, ma ha il grande dono della spontaneità, perché ogni scena di Garden
State sembrerebbe essere nata sotto un amore spontaneo, che per quanto possa
avere tutti i difetti di cliché e di ovvia immaturità, ha però quella tenerezza
nella semplicità delle immagini che esprime a 360° la passione di questo nuovo
film-maker.
In qualche modo Braff incarna il giovane cinema
americano di oggi, e possiede sia la sensibilità
indipendente di un Alexander Payne,
sia il tocco pop della nuova era video-clippara. Così
ogni quadro è costruito con le basi della scuola di MTV, con dissolvenze karwaiane e la solita canzone cool
di sottofondo, ma il risultato è un insieme di emozioni
dolci-amare, dove non sappiamo mai se ridere (e poterci permettere di ridere) o
piangere.
L’occhio di Braff è pulito, innocente,
incontaminato di arroganza, umile e sincero in quello
che vuole trasmettere: una riflessione, mostrata e pensata, sul vivere una vita
pur non sapendo il perché.
“La vita è una brutta bestia.. ma è tutto ciò che abbiamo” dice Natalie Portman, che in qualche
modo è un personaggio antitesi del protagonista, ormai lobotomizzato
dai medicinali che prende da 10 anni. Abbiamo Lui, travolto, shockato dai sensi
di colpa (bellissimo il piano sul suo volto schmidtiantescamente
indifferente nella primissima scena sull’aereo), ormai incapace di
provare emozioni nonostante una pasticca intrippante.
Questo “uomo che non c’è” ci viene
delineato perfettamente quando si prova la camicia fatta con gli avanzi della
tappezzeria: è l’incarnazione di un camaleonte che non si distingue più
dall’ambiente circostante, costretto ad essere invisibile per non farsi
notare dagli altri, per restare anonimo. Poi abbiamo lei, avvolta dal suo
walk-man e talmente attaccata alla vita tanto da inventarsi vite parallele con
le sue continue bugie. Il loro è un incontro di quelli
capaci di cambiare una vita, un incontro di quelli che succedono (forse) solo
nei film e nei sogni, ma che sentiamo vicino a noi proprio perché parte del
nostro desiderio di sperare in qualcosa nella/dalla vita. La
mia vita a Garden State è un viaggio tra le proprie memorie contro il
passato per vivere il futuro, un cammino pieno di domande, ma necessariamente
senza risposte. Noi viviamo. Non sappiamo il motivo. Ma è bello così, perché
momenti indimenticabili ci aspettano dietro l’angolo, quella sorpresa,
così inaspettata e ben voluta che prima o poi ci
sospenderà in volo.
Ed è un passo a cui non si può rinunciare, perché il
frutto di sogni e speranze che non dovrebbero essere spente mai. Amicizia,
amore, famiglia, gioie e dolori, La mia vita a Garden State potrebbe
sembrare l’ennesima rappresentazione filmica di queste tematiche, ma Braff ci regala momenti di pura poesia e sincerità, come il
tenerissimo bacio sotto la pioggia, così pura e reale grazie ad una direzione
d’attori che coglie nel cast quella spontaneità che tanto ci mancava.
E quant’è vero che dopo l’opera
d’esordio tutto cambia e viene filtrato sotto un
occhio più maturo, è meglio godersi in pieno questo primo lavoro di Zach Braff, in tutta la sua
deliziosa immaturità. Opere sincere come questo capitano ogni morte di papa.
(24/06/05)