
FUNERAL PARTY
REGIA: Frank Oz
SCENEGGIATURA: Dean Craig
CAST: Matthew Macfadyen, Andy Nyman, Daisy Donovan
ANNO: 2007
A cura di Marco Compiani
POCO RISPETTO PER IL MORTO
Ridere fa ridere l’ultimo lavoro di Oz, una
semi-intelligente black comedy che non si prende alcun timore a sfondare nei
meandri del demenziale. Prendendo come punto di partenza uno sfondo piuttosto
classico come quello del funerale, fa dipartire da esso
una serie di situazioni bizzarre con lo scopo principalmente ludico, ma non
privo (potenzialmente) di declinazioni satiriche del costume
“borghese”.
Il morto è funzionalmente un pretesto per far collassare
il tipico self-control inglese, la cui compostezza ideale è frantumata da un
eccesso psichedelico, una boccetta di allucinogeni fatti in casa scambiati
erroneamente per Valium. L’oggetto ha un valore simbolico piuttosto
chiaro, ovvero quello di sovvertire emotivamente lo stato d’animo che
dovrebbe incombere sul lutto corrente; non a caso un tranquillante, più idoneo
alla situazione, viene goffamente frainteso per una
droga sintetica.
Il gioco quindi è già esplicitato all’inizio, nella sua volontà di
alterare i rapporti interpersonali tra gli invitati, evocandone vizi, rancori e
debolezze. Si scatenano così una moltitudine di sketch comici che però, nel
loro insistere e, in parte, nel loro essere un po’ forzati, mantengono sì
un’atmosfera brillante, ma generano un incastro poco equilibrato che si
salva unicamente per eccessi slapstick e
“volgari”. Gran parte dell’azione è infatti
dominata dalle peripezie esilaranti del povero avvocato in preda a trip visivi,
forse perché una delle trovate più azzeccate, ma questo non legittima un dominio
quasi totale dell’attenzione spettatoriale. La
mimica facciale di Simon (un ottimo Alan Tudyk), è un focolaio incredibile di risate, ma rimane
circoscritto più nei termini di una performance isolata che prende
il largo e si distacca dal resto dell’operazione drammaturgica.
Non che Funeral Party sia
privo di situazioni strane, ma queste assumono a lungo andare più un senso
affettivo nei confronti della cafoneria che del grottesco. Chiaramente è da
considerare un’affermazione di logica interna al film, perlomeno per
quelle che erano le premesse, non un prenderne le distanze causa pudiche
restrizioni mentali.
Possiamo indicare, come ulteriore esempio,
l’irruzione dello spietato nano che minaccia ai due figli del defunto di
mostrare in pubblico le foto nelle quali si divertiva intimamente con il loro
padre.
La trovata c’è, questo è fuori discussione, ma l’utilizzo è
limitato semplicemente nell’innescare delle piroette idiote, mascherate
con apparente sagacità, togliendo quello che poteva esserci di buono. A parte
il poco interesse per il rapporto difficile tra i fratelli, la sequenza è
caricata nuovamente da qualche allucinogeno ingerito e, il conseguente effetto
centripeto, annulla qualsivoglia tocco di satira.
La cassa da morto, che troneggia in mezzo alla sala, è un archetipo di genere
abbandonato lì, citato unicamente per un passato gay o per un delirio di Simon
che mette in dubbio la veridicità del suo decesso. L’intenzione del
regista sebbene voglia evidenziare il disinteresse quasi sacrilego verso la
dimensione della morte opponendogli un delirio vitalistico
ai limiti della follia, ne lascia solo una vaga traccia, impegnandosi troppo
sul far ridere e non sul far sorridere, e, credeteci, c’è un’enorme
differenza.
(17/10/07)