FLANDRES

REGIA: Bruno Dumont
SCENEGGIATURA: Bruno Dumont
CAST: AdelaÏde Leroux, Samuel Boidin, Henri Cretel
ANNO: 2006


A cura di Davide Ticchi

GUERRA, AMORE E PRIMORDIALE MALESSERE

“Le point de départ de mon film, c'est le titre. Les paysages viennent en premier, c'est de là que part l'histoire. Ils sont un élément déterminant d'inspiration. J'ai passé un temps fou à marcher dans les fermes pour trouver cette inspiration. J'ai un rapport mystérieux avec cette terre natale. Ca me touche. A partir d'un sol, d'une mare, je construis mes personnages. Si je prends des acteurs du pays, c'est parce qu'ils contiennent dans leurs regards des éléments de raccord immédiat entre plusieurs scènes."
CANNES 2006


Carne limacciosa riempie la pelle dei giovani esseri umani posti dinnanzi alla pesante macchina da presa di Dumont, dalla rigorosa marca non professionistica vivono crudamente lo scenario che gli si apre davanti, quello delle Fiandre.
Ormai non si può più far finta di niente, fischiare, sbraitare e storcere il naso rivolti all’unica nuova realtà odorante superiorità dell’arte cinematografica contemporanea e di tutto il suo immenso bagaglio esperienziale acquisito. Bruno Dumont è stato più esplicito del pubblico che l’ha rifiutato, da subito, rispondendo che non gliene sarebbe fregato nulla del loro diniego attentivo, in quanto la sua arte parla agli stomaci dell’umanità, non passa attraverso la mente ma si dirige con passo fangoso verso le viscere più epidermiche del nostro essere.
Chi altro, urge domandarci, ha il coraggio di denutrire, oggi, la propria arte?
Smagrirla dei fronzoli ingombranti, del superfluo e del grasso in eccesso?
Cinema che non può essere metabolizzato perché non sminuzzato dalla dentatura che si occupa di macerare ogni suo aspetto non necessario, ogni sua caratteristica, ora registica, ora attoriale, ora simbolica. La durezza e la crudezza di questo cinema costituisce altresì un tuttuno di immagini gonfie, suoni naturali, uomini abbandonati a loro stessi. Appollaiati su un cancello che gli preme sulla pancia, guardano lontano, dove ogni cosa scompare oltre la linea dell’orizzonte. Verso Ballieul.
Integrità integerrima della propria biografia e della propria arte, Dumont è nato qui e ora filma la propria vita, la trascendenza che ha sempre percepito e che l’ha sempre ispirato durante la sua carriera di cineasta. Il deserto, gli echi ancestrali del nulla che scorge il nulla, sono un uomo ma…

FLANDRES è il coronamento di un incubo. Quello di assistere ad un film di guerra che mostri la guerra nella sua verità, nella sua violenta drammaticità. Le immagini che Dumont ci spara nelle budella sono immagini sporche di terra e attesa, noia e paura di morte.
In un deserto imprecisato, durante un conflitto imprecisato, una truppa di soldati avanza e attende fra i ruderi di un paesaggio orientale, di uomini e donne orientali, circondati da montagnole di roccia friabile e nemica. Morti improvvise, corpi esplosivi, crani forati e violenze sessuali vendicate barbaramente, con freddezza insospettata. Dumont ricorre per la prima volta all’uso degli effetti speciali, e l’utilizzo che ne compie è quanto di più puro e devastante il cinema di guerra abbia mai proposto. Da echi Kubrickiani, cecchini invisibili, morte gigantesca, la guerra è motivo di profondo sconforto, profondo annullamento e profondo eccitamento. La guerra di Dumont usa violenza su ragazze indifese nella desolazione del deserto tunisino. Non ci sono musiche ad incitare l’azione dei soldati, a contestualizzarne le dinamiche, a sovraccaricare una tensione minerale, pura fino all’ossimoro. Perché è sbagliato accelerare i tempi della realtà, farla stancare quando può già dire tutto secondo la sua verace natura di morte e devastazione emozionale, soffocamento della speranza di fronte a cotanto dolore.
L’umanità ci insegnava (Paharaon come Demester) che il solo atto di dolore, quello di una bambina stuprata e poi uccisa, è sufficiente ad abolire la speranza per un’umanità portatrice di una croce troppo grande da mantenere sulle sue spalle sudate e graffiate. Qui la guerra è racimolo di immagini da cui non ci si può mai più riprendere, dalle cui si esce muti, nudi di fronte all’assolutezza di una rappresentazione che s’immischia e scuote l’ordine ruffiano di un cinema che la guerra la sfrutta solo per fare spettacolo e incassare, per lordare la purezza dell’arte che Dumont usa. Che omaggia, spogliando lo scenario bellico e facendone trasudare il sangue, la polvere e la terra che tutto può nel cinema del francese.
Terra. Soffice e duro materasso del sesso di Demester e Barbe, che passano qualche minuto della giornata a scopare veracemente e vestiti, nel silenzio degli ansimi apatici e dolorosi di un accoppiamento consumato nel freddo dei colori illusori dei vestiti. Ci ritornano, come animali che fuggono nell’arbustaglia dalla civiltà arretrata culturalmente, volgarizzata ed evocativa grazie alla monotonia cui è condannata senza possibilità di riscatto. Attaccata alla parete Barbe subisce le penetrazioni di chiunque calpesti la terra infangata e innevata dal dolore dell’umana natura. Ma l’amore cresce e la guerra separa, la guerra avvicina alla morte, trasporta nella dimensione mortuaria di una vita morta da tempo, immersa nella depressione, che rinchiude Barbe dentro l’ospedale psichiatrico locale. E contemporaneamente il suo amico Blondel viene torturato da gente mai vista prima, che parla un’altra lingua, da sconosciuti vestiti con abiti lunghi, tuniche macchiate del sangue del suo corpo. Tortura, il dolore viene inferto da noi stessi per le nostre stesse scelte inevitabili. Colloqui azzerati, urla spaventose e grida disumane. Tutti i soldati sono provvisti di cuffia e microfono per poter comunicare fra loro, ma non li usano. Sparano, corrono e muoiono. Noi non li conosciamo e non conosciamo nemmeno i loro assassini, non conosciamo più nemmeno noi stessi. Questo l’effetto di un cinema oggettivo, razionale e distaccato, per cui non vale la pena affezionarsi a nessuno se lo dobbiamo perdere nel dolore del mondo che tutto risucchia.
Solo l’amore sopravvive, un flebile spasimo: “Je t’aime”. Un sussurro ora consapevole di solitudine, proveniente da un corpo martoriato dalla sua stessa istintualità che lo porta al macello. Dumont lo fa abbracciare a quello di Barbe che adesso arde d’amore per non perire di morte. Un ultimo atto d’amore per una nuova vita.
Dumont continua a proiettarci nella lunga prospettiva di campi ripetuti all’infinito, dalla loro condizione di enormi placente di anime disperse nella monotonia. Comincia tra i rumori di fattoria e lo sguardo che già supera i valichi delle possibilità umane (presenti soprattutto ne L’umanità). Termina dentro un involucro simile ad un fienile. L’amore è raccoglimento, funerale di chi è morto e amato.

I lineamenti retorici, presenti soprattutto nei precedenti L’età inquieta e L’umanità, qui si ripresentato calati in una costruzione ancor più evoluta rispetto ai rudimenti della tecnica cinematografica, che non si ha comunque intenzione di approfondire. Il ricorrere ai carrelli risulta massiccio anche se la funzione è essenzialmente quella di rendere più fluidi i passaggi di scena, addolcendo una manovra che converge più che mai verso l’amore, come rifugio di un’opera maledettamente triste.
Pianti, le uniche sinfonie silenti che infiocchettano un lavoro interamente calato sul confine tra sterminato e particolare, che, come 29 Palms, ricorre al primo piano ed al dettaglio ambientale quando l’azione si concentra sui personaggi. Il dolore provocato dal male primordiale, che tutto cinge, allarga invece spaventosamente il saldissimo sguardo di Dumont.
Ancora una volta Grand Prix al Festival di Cannes, e ancora una volta non distribuito nelle sale del nostro territorio. Un comportamento pressoché vergognoso, cartina al tornasole di uno stato febbricitante della nostra educazione alla visione cinematografica, recinta dalle più bieche e profittatrici logiche di mercato, oltre che nella più totale svalutazione di quello che la parola “arte” significa. Dubbi sull’esistenza o meno di questo concetto sorgono spontanei ogni volta che si legge osannato il virtuosismo tecnico e il formalismo più artefatto, quando nel rigor mortis di una camera fissa sussiste l’intero concetto di tuffo nella realtà reale che sta al di là del quadro, e che aspetta per minuti interi una completa permeazione dell’immagine nell’io. Arte pittorica. Gli attori di Dumont non sono altro che dei soggetti artistici, prototipi di un’umanità intera. Ancora Hopper.
A volte viene in mente la metodica di Tsai Ming-liang, altre la capacità drammaturgica di far tossire la terra ammalata, di cui han dato prova Apichatpong Weerasethakul e Ivan Vyrypaev. Certo è, che la sensazione dominante, successiva alla visione di FLANDRES, è di sindromica euforia.

[1] “il cinema d’oggi non è più un’arte. Non parla della verità. È così che si finisce nell’astrazione. Ci sono ancora pochi cineasti che sono nel vero, come Doillon, ma siamo dei marginali tollerati”. (Il-Cinematografo Intervista a Dumont di C. Régin e S. Ardjioum)

(24/02/07)

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