
ECHI TEATRALI: FINALE DI PARTITA
REGIA: Franco Branciaroli
CAST: Franco Branciaroli, Luca Ragni, Tommaso Cardarelli, Alessandro Albertin
PIECE: Samuel Beckett
A cura di Davide Ticchi
QUEL TOPO MORIRA’ SE NON
L’AMMAZZO
Proprio così: “siete al mondo, ormai non
v’è rimedio!”. Beckett esprime la sua decadentista filosofia di vita, e
quindi di morte, attraverso il teatro, il proscenio che annulla la cavea in cui
siedono spettatori attoniti, fissi a trangugiare parole illuminate dalla luce
multicolore che filtra dalle due finestrelle sul palco e dai secchi della
spazzatura, che tondi, perforano il pavimento come colonne greche di molare
pesantezza e, che aperti, emanano un bagliore caldo e gutturale. Oltre a questo
vi è poco altro, il microcosmo è così riassunto in una stanza dove personaggi
corrono da una parte all’altra come impazziti. In verità solo uno, figura tuttofare che vive tra cucina e sala, dove qui
sì la luce artificiale talvolta illumina la scena, dipartendo da una lampada materica, occhio fisso sul privato. Quello di Beckett è
essenzialmente unidirezionale, volto al microcosmo che aspira al macro, aldilà
delle finestre dove più volte dai protagonisti vengono
evocate le bellezze, i porti, i mari, le montagne, la terra. Sbagliare finestra
significa rendersi conto che la terra è stata sommersa dal mare o che questo si
è prosciugato. Sbadato, pazzo Beckett mette in risalto tutta la
nostra intima sventatezza, la nostra mancanza di confidenza con il mondo
esterno, scrutato dai vetri, mai toccato con mano. E
se Branciaroli ricorre
alla sottrazione, all’annullamento degli sfondi e delle macchine sceniche
per lasciarci immaginare ciò che sta aldilà delle finestre, gli interpreti
devono far uso di mezzi, arnesi per “guardar fuori”, prendere in
mano il cannocchiale. Scoperto dall’ingegnere fiammingo e perfezionato da
Galilei in età barocca, induce a credere che la
poetica della meraviglia sia familiare a Beckett, quella per cui si gira intorno a un tema per lungo tempo cavandone
fuori solo contraddizioni, vaneggiamenti e paradossi. Meravigliare è una virtù rara, e Beckett nel ventesimo secolo è stato in grado di darcelo a
credere fornendoci quel gusto ermetico di aristocratizzazione
dell’arte con il nichilismo. Profondo e opulento, pieno zeppo di orpelli dialogici negati dalla neutralità degli ambienti,
dalla scarnezza dei volti di protagonisti intorpiditi
dalla noia e dall’abitudine, quasi diseducati da queste. Personaggi
ridotti a gridare: “cibo!”, come dei cani
a cui viene guardacaso concesso un biscotto a forma
di osso, da dividersi. Veri e propri incubati nel mondo fatto di presente,
ossessionante, vivono quattro individui dei quali ognuno è caratterizzato da un
handicap, quattro freaks futuristici anchilosati dal
tempo. Hamm è seduto sulla sedia a rotelle, con
rotelle troppo piccole per correr via, alle quali
servirebbero cerchioni da bicicletta, è cieco; Clov è
il suo servitore gambe di legno, indisposto e apparentemente folle, ci addentra
nell’anfratto beckettiano ridendo come uno
stolto alle mosse più routinarie della sua incolore
esistenza, come aprire le finestre o i secchi dove vivono Nell
e Nagg, genitori di Hamm
ormai sul “finale di partita”, ansiosi di vivere insieme per
sempre. Finita qua la descrizione dello spettacolo degli
spettacoli di Samuel Beckett,
la favorita opera del genio di Dublino, che si riduce all’essenziale
fisico per conseguire l’astrazione assoluta, sfavillante alternarsi di
scintille concentrate fra quattro mura, capaci di raggiungere e colpire gli
spettatori seguendo le traiettorie intelligibili più disparate e incredibili.
Ridere dell’infelicità umana sembra essere il suo “scoop”
(anche Allen
intrattiene i deportati sulla barca della morte, in Allen c’è molto Beckett), votato
al relativismo più pernicioso secondo i canoni usuali della società, che reputa
sfortunato il cieco, il folle, il vedovo e la morta. Abbandonarsi quindi tra le
grinfie di uomini che normalmente eviteremmo, a cui
stiamo bene alla larga, ma che nascondono l’ignoto e insperato spazio
metafisico cui, abbandonate le briglie del reale, sarebbe splendido lasciarcisi
cadere. Gli sproloqui non finiscono mai, le infinte contorsioni del verbo non
smettono mai di meravigliare, gli sbadigli di Hamm
sono come respiri profondi che è necessario fare per continuare a renderci
conto che ciò che si ha di fronte non è altro che noia, riempimento. Beckett, come
la superba messa in scena di Branciaroli, concede tanto divario a questo dualismo, divertimento-annullamento,
da farci vivere epidermicamente il mistero della
vita, nel suo eterno sfumare, diradarsi di emozioni,
fino alla morte, alla scritta fine sui nostri occhi ben chiusi, per sempre. Il
finale di partita è quel bilico immutabile tra burrone e vuoto, l’uno
ancora saldato alla realtà invivibile dei non mostri,
l’altro già precipitato nella vuotezza del
vuoto. Il tutto e la negazione di tutto pervaso di inquietudine
metafisica, interplanetaria e immanentistica al tempo
stesso. Interpreti tagliati per il ruolo che rivestono fanno apparire esile la
soglia tra la vita e la morte, tra lo: “ieeeeeeeeeeeeriiii” che si perde
nell’infinito e l’ “oggi” che non termina mai,
continuando a ripetersi.
Tutto è mortibus.
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(05/11/06)