

VENEZIA 2005: UNA MOSTRA MOSTRUOSA
A cura de La Redazione
Diciamo che
è da quando abbiamo letto il nome della giuria che l’entusiasmo è calato
a zero.
Vada per Reitz, anche per Gitai.
Ma non possiamo e non dobbiamo ignorare quel Dante
Ferretti che per ragioni nazional-politiche è stato
fatto capo-giurato di una Mostra sempre meno credibile, e che ancora una volta
dimostra la sua (quasi) inutilità.
Volevano far vincere a tutti i costi un italiano (in
fondo sono 3 anni che ci provano)? Beh, non ci sono riusciti
neanche questa volta. Pace fratelli la messa è finita.
Volevano stordirci all’apertura con quella bomba ad orologeria che è Seven Swords?
Beh, si, ci sono riusciti. A stordirci, a schifarci. Ma
chi diavolo riesce ancora ad apprezzare Tsui Hark? (o meglio, chi diavolo
l’ha mai apprezzato?). Però, attenzione, Tsui Hark è brutto e il suo Cinema ancor di più (ci dispiace
Luca Lombardini), però nel corso del Festival avremo
modo di rivalutarlo in positivo, per il semplice
motivo che, lezione numero 1 di Venezia: C’è chi è messo peggio di Tsui Hark.
Alcuni nomi? Andrew Lau, Laurent Cantet, Matthew Barney (che però è
talmente brutto che rischia di essere un autentico capolavoro).
Il resto? Non vale neanche la pena parlarne. Perchè,
attenzione, il programma di quest’anno
non è piena di merde. Di
quelle merde che fanno incazzare.
Ma (peggio), è pieno di film inutili. E sinceramente, noi preferiamo 30 film belli e 70 film di merda (generando così dibattito), piuttosto che 5 film
belli, 10 film di merda, e 85 film inutili. Inutili
nel senso eufemetico del termine. Perché si, può
essere vero che un film inutile è automaticamente una merda,
ma non ci sentiamo di giudicarli più di tanto, per il semplice motivo che provengono da cinematografie di cui sappiamo poco o niente
(Pakistan, Palestina, ecc).
Insomma, una Mostra piena di misteri inconcepibili che non riusciamo ancora a
capire fino in fondo. Una lotta di sopravvivenza fino all’ultimo giorno,
una guerra per un briciolo di freschezza e di salvezza (dell’anima e del
Cinema), una sovrimpressione fantasmagorica che ci sfiora ma non ci tocca, con
qualche rara occasione di gioia, che spesso e volentieri viene proprio dalla
cinematografia per la quale Positif lotta da sempre: quella asiatica.
La sorpresa ad uragano Takeshi Kitano
ci ha zittiti. Obbligati a riflettere sulla
riflessione di un uomo e un artista diviso in 2, il dramma e il comico
(metafora della vita che ruota attorno a queste due versanti
di gioia-dolore/ risata-pianto?).
E poi, quel sublime, indescrivibile Park Chan Wook e l’erotismo perverso e celato di Takashi Miike. Senza parlare della ottima rassegna della Storia segreta del Cinema
Asiatico alla quale il nostro Alessandro Tavola si è attaccato succhiando tutto
come una sanguisuga impazzita.
Infine, poche conferme. O meglio, poche nuove
conferme. Garrel e De Oliveira
respirano ancora, oggi più freschi di 30 anni fa (e
sicuramente, oggi più necessari che mai).
Ferrara, che comincia a dare segni di cedimento meta-alcoolici.
Il tutto a sostengo della tesi più ovvia di tutte: Il
Cinema Post-moderno è brutto e non necessario. Il Cinema che
conta, oggi, è ancora quel moderno (o classicista, neo-classico) che riesce a
farci distogliere lo sguardo, facendoci sognare ancora con le loro immagini fleshanti (ma non fleshosi), (dis)umanità a cui noi vorremo dedicare statue e targhette
per l’eternità, a discapito di un qualsiasi Oscar o Leone o Palma d’oro.
Non è nemmeno un caso, quindi, se il film trionfatore del Festival è quel Brokeback mountain di Ang Lee, un’opera
classicissima che tanto sa di vecchio e, volendo andare in pessimismo, (ri)muginito. Ed
è anche il motivo del perché più di qualsiasi altro, è l’opera che ha
diviso i positivisti in fazioni, tanto da costringerci, tempo e voglia
permettendo, di (re)incontrarci in una tavola rotonda in santa pace. Una delle
poche scosse (pre)(post)veneziane. Grazie al cielo.
Per ora ci impegniamo a distogliere dalla nostra mente
il vuoto che ci ha dato questa Mostra del Cinema, anche se (purtroppo) tocca
ritornarci sopra, giusto per impegno quasi (a)politico, con visioni, in questo
caso, più che mai “critiche”.
(21/09/05)