


LA
NASCITA DEL CINEMA POLIZIOTTESCO ITALIANO
INTRODUZIONE
A cura di Federica Basso
Anni ’70. Le
pistole stanno ancora sparando a Tombstone ed ecco che in Italia si assiste
all’imponente conquista degli schermi cinematografici di una vera e
propria orda di regolari corpi di polizia impegnati in una lotta strenua ed
agguerrita contro delinquenza organizzata e mafia.
Come molti dei generi nati in Italia, il cosiddetto “poliziottesco”
sarà guardato con sospetto o, ancora più frequentemente, con sufficienza dalla
critica del tempo, bistrattato come mera esibizione di violenza gestita da
registi considerati incapaci e spesso afflitti da un innato gusto trash o tendente
al demenziale.
In realtà c’è da dire che in questi anni il genere poliziesco diventa un
proficuo punto di incontro di varie morfologie narrative che vanno dalla
commedia al film politico. Molto spesso i prototipi originali provengono, come
tradizione comanda, da oltre oceano, ma ben presto, l’Italia tormentata
dalla delinquenza, dal dilagare della droga e dal terrorismo diventerà terreno
fertile per una produzione inarrestabile di un vero e proprio genere made in
Italy, talvolta con un malcelato orgoglio dietro al quale si nasconde la
convinzione che, in fondo, il dilagare della delinquenza e dei conflitti è
prova inconfutabile dell’aggancio del paese con le nazioni più
industrializzate.
Il primo tentativo in questo senso arriva da Fernando Di Leo, geniale maestro
del noir poliziottesco italiano, che con la sua trilogia della Mala formata da
Milano Calibro 9, La Mala Ordina, e Il Boss, porterà il Cinema D’Azione
(in italia e oltre) a livelli stupefacenti.
Seguiranno poi tentativi di carattere quasi cognitivo, in cui i fenomeni
vengono accostati con finalità per lo più spettacolari, fino ad arrivare, in un
crescendo di violenza che sembra non aver fine, ad una messa in scena della
violenza intesa come unica via di scampo, in un Italia sempre più simile ad un
campo di battaglia e in cui le forze dell’ordine sono impotenti e
l’unica forma di sopravvivenza è l’autodifesa.
Se si leggono in sequenza i titoli del poliziesco anni ’70 si ha la netta
impressione di scorrere le prime pagine ormai ingiallite di una serie infinita
di quotidiani di cronaca nera… si va da “Roma violenta” a
“L’uomo della strada fa giustizia”, in una sorta di calderone
in cui convivono, più o meno felicemente, tanto i film d’autore in cui si
punta l’indice contro le organizzazioni di destra intese come embrione di
delinquenza quanto i cosiddetti film satellite che fanno invece leva sulle
paure individuali e si schierano dalla parte delle forze dell’ordine
(“La polizia ha le mani legate”, “Paura in città”, “La
polizia brancola nel buio”).
Anni ’70. L’Italia di Zavattini e De Sica non esiste più.
Non esiste più l’Italia povera ma orgogliosa. Il boom economico è
esploso. E gli anni di piombo con lui.



FERNANDO
DI LEO E LA TRILOGIA DELLA MALA
A cura di Pierre Hombrebueno
PRIMA DI TARANTINO,
C’ERA DI LEO:
MILANO CALIBRO 9
Il Cinema Italiano, più di chiunque altro, ha saputo portare con sadismo la
violenza nelle strade metropolitane. Anni prima di Taxi Driver e decenni prima
di Le Iene e Pulp Fiction, Di Leo batteva già la via dell’iperviolenza
poliziesca con occhio crudo e spietato. I primi quindici minuti sono da
antologia, in quanto lo spettatore si ritrova immediatamente impreparato in
medias res. Di Leo non spreca tempo e ci butta in faccia come un forte schiaffo
la violenza della malavita milanese. La Colonna Sonora di Luis Bacalov ci
introduce l’enunciazione del prologo, e poi, neanche una parola di pausa,
ma solo un mafioso incazzato che fa esplodere la dinamite in testa a 3 sfigati.
E’ nella presentazione di questo mafioso, Rocco, che vediamo subito la
cura maniacale/caricaturale di Di Leo di fronte ai suoi personaggi, e regala
loro la possibilità di interpretare personalità che in futuro avrebbero fatto
la fortuna di Joe Pesci, ma anche del Kitano di The Boiling Point.
La messa in scena è precisa ed asciutta, non ci sono mai sbavature di troppo e
i vari elementi del quadro sono sempre disposti congiungenti alla plasticità
dei movimenti di macchina: Non è ciò che vediamo che ci fa capire il mondo
storto che Di Leo espone, bensì come lo vediamo; i quadri sono spesso
sbilanciati e obliqui, la fotografia di una sporcizia metropolitana, accentuata
da luci grezze e stonate. La degradazione è stampata in ogni minimo frame, e
alla presentazione dei personaggi, capiamo che è un mondo di merda senza
speranza, dove non ci sono eroi salvatori ma solo anti-eroi (rimandi a
Melville?). Quello di Milano Calibro 9 è un universo dove la giustizia e la
malavita sono divisi da una linea sottilissima, dove i poliziotti usano lo
stesso linguaggio volgare e meschino dei mafiosi, dove tutti sono bugiardi e
corrotti, ma pronti a soccombere con dignità, fino all’ultimo respiro. Di
Leo dimostra di conoscere il lato più oscuro dell’essere umano, c’è
una grande carica psicologica in Milano Calibro 9, difficilmente contenibile
per un’opera poliziesca, ma ugualmente incisiva. Di Leo ci prende per
mano e ci trascina in una spirale di decadenza, ci presenta gli uomini come
animali da bastonare, un mondo dove si uccide per non essere ucciso, buttandoci
dentro la vortice di un climax adrenalinico in attesa dell’epilogo,
quando gli intrecci verranno sciolti per far luce sul mistero, che ancora una
volta si rivelerà una soluzione pessimista che non lascia scampo a niente e
nessuno, tradendo anche quei pochi bagliori di positività buonista che il film
a malapena delineava.
Di Leo ha un uso della grammatica filmica efficacissima nel dare fluidità
geometrica alle scene d’azione, in particolare i raccordi di grandezza
scalare, la cui alternarsi di piani stretti e piani larghi nella scansione ci
dà l’idea di una coreografia in cui al posto dell’orchestra
classica abbiamo i rimbombi delle pallottole. Nei tempi recenti solo John Woo,
l’ultimo regista poliziesco che il Cinema abbia conosciuto (venduto poi
alle maledette leggi di Hollywood), è riuscito ad eguagliare la dinamicità
d’azione di Fernando.
Funzionale anche la scena di Barbara Bouchet che balla sul cubo, una scena
fissa che il regista gira sotto l’occhio di diverse angolazioni della
macchina da presa, dando all’opera quella carica sexy immancabile nel
genere e lasciandoci ammirare le curve e la sensualità
dell’attrice/icona.
Ed infine, l’inquadratura finale, l’inserto indiegetico della
sigaretta che si sta spegnendo, metafora riassuntiva di tutto il significato
dell’opera: Noi siamo solo le ceneri di un mondo che va a fuoco, bruciamo
come sigarette in questa realtà, che non è altro che l’inferno fattosi
concreto.
E LA MALAVITA
CONTINUA… : LA MALA ORDINA
Fernando Di Leo continua la sua scoperta verso le viscere mafiose italiane
fatte di sparatorie e violenza dopo il grande Milano Calibro 9, pietra miliare
del Cinema d’azione.
L’autore riprende una tematica cara a Hitchcock: un uomo insignificante
che a sua insaputa viene coinvolto in un affare più grande di lui.
L’insignificante della situazione è niente di meno che Mario Adorf, che
dopo aver interpretato magnificamente il Rocco duro e meschino di Milano
Calibro 9, si trasforma in uno straccio, un magnaccio qualsiasi pescato dalla
strada che si ritrova in mezzo ad una caccia all’uomo da parte di Mafiosi
dove la preda è nient’altro che lui.
Di Leo ci porta un’opera meno dinamica del precedente, in La Mala Ordina
non sussiste il prologo adrenalinico, in quanto il regista intende ricreare un
climax direttamente proporzionale alla psiche del protagonista.
La tematica affrontata è quella dell’uomo sempliciotto che davanti a
barbarie subite, si trasforma in una belva assassina, pronta a fare il culo a
chiunque, sia ai malavitosi da 4 soldi che con il Padrino in persona.
Se in Milano Calibro 9 la spirale decadente in cui Di Leo ci butta è la
violenza più esplicita (quindi visiva), questa volta l’infernale spirale
è dentro la mente del protagonista: La violenza non è più nelle strade, ma
direttamente nell’anima, e nasce pian piano prima di esplodere in un
delirio di carneficina.
Proprio perché il film ruota attorno al personaggio principale che giocano un
ruolo essenziale le soggettive, numerosissime. Non solo subiscono la
funzionalità di trasmigrare emotivamente lo spettatore, facendolo riconoscere
nel protagonista come fosse nei suoi panni, ma anche una funzione
“taglia-quadro”. Vedendo infatti solo ciò che il personaggio
delinea con lo sguardo, il quadro è inevitabilmente tagliato, frastornato,
ricreando così un clima di enorme suspense ritmico.
Ancora una volta Di Leo ci espone il suo pessimismo, un mondo dove non ci sono
vincitori, ma solo perdenti. La vittoria è solo simbolica, la lacerazione
interiore è incancellabile. Come in tutte le guerre, quelle guerre che non sono
fatte di bombardamenti capitaliste in terre lontane, bensì tutt’attorno a
noi. Dentro di noi.
L’ATTUALITA’ DEL DI LEO: IL
BOSS
Resa dei conti a casa Di Leo. Sequestri di persone, sparatorie, omicidi. La
polizia trema ed osserva impotente l’ira dei clan mafiosi.
Qualcosa suona così famigliare? Si, Di Leo termina la sua trilogia in grande,
portandoci un’opera tutt’oggi molto attuale. Non è più un film ciò
che vediamo, ma lo specchio di quella realtà che l’Italia tende ancora ad
ignorare, come se nulla fosse. Quelle strade insicure della Palermo (ma anche
Napoli e altre decina di città), dove un agguato sanguinoso aspetta dietro ogni
angolo.
Dopo l’introspezione cervellesca de La Mala Ordina, Di Leo ci riporta
sulle vie della violenza che fece di Milano Calibro 9 un cult, questa volta
ambientando l’opera nel cuore della mafia, in Sicilia.
Ritorna anche l’estabilishing prologue che ci immerge nell’azione
fin dalla prima scena, dove vediamo in azioni dissolventi guidate dal fantasma
di Henry Silva un gruppo di calabresi arrostiti in un Cinema pornografico. La
carneficina ha subito inizio davanti ai nostri occhi, e fin da questo bel
barbecue iniziale capiamo che Di Leo non ci lascerà scampo, nessuna via di fuga
tranne chiudere gli occhi e tapparci le orecchie. Ma perché giocare al
sordo-cieco, perché Il Boss è un film troppo violento? No. Semplicemente perché
con questo film Di Leo ci offre un riflesso della realtà (di allora e di oggi),
una realtà cruda e dura da digerire. Per questo la carica emotiva del Di Leo non
ha parità in questo genere, perché colpisce e rompe la barriera della finzione,
scavalcando oltre tutto ciò che è puramente filmico per approdare laddove il
Cinema diventa oggetto di riflessione sociale e veritiero.
Se in Milano Calibro 9 Di Leo ci narrava di un ex-mafioso (apparentemente)
cambiato e in La Mala Ordina addirittura di un magnaccio qualunque, ne Il Boss
si entra focalizzando il mondo della Mafia, dove tutti i personaggi sono killer
o padrini. Il regista ci mostra come ragiona la mala gente: occhio per occhio,
dente per dente. La cura per la rappresentazione di questo mondo sta tra
fiction e documentario: la finzione nell’enfatizzare, il documentario
nella meticolosa messa in scena, che ricostruisce segno per segno, codice per
codice, la società delinquenziale della Mafia et affini.
Della trilogia questo è senz’altro il film più spietato, manifestando nel
suo protagonista tutta la disumanità più massacrante. Henry Silva se ne fotte,
ammazza chiunque gli capiti sotto tiro, che sia un nemico, che sia l’uomo
che l’ha cresciuto ed insegnato tutto quello che sa.
Ancora una volta è un mondo senza speranza, ed è un mondo che continua, così
come Il Boss è un film infinito, perché la Mafia continua e non finirà mai. Le
carneficine, i rapimenti, la paura percorrerà sempre la Storia Italiana.
Pessimismo? Speriamo tanto di sbagliarci. Ma intanto Fernando Di Leo ci ha
regalati uno degli affreschi più imponenti e belli sul mondo mafioso, perché a
differenza di molti film a susseguire, lui non usa il Cinema, lui fa del
Cinema.
(23/03/05)