FAR EAST FILM FESTIVAL 2007: TIRANDO LE SOMME
ELOGIO AL FAR EAST - 1° PARTE
– A cura di Nicola Cupperi
Chi vi parla in effetti s’è fatto quasi tutto il festival. Gl’altri
positivisti duri e puri hanno smontato mercoledì, non perdendosi in realtà
quasi nulla. Al contrario il sottoscritto ha smontato venerdì pomeriggio
dall’ufficio del Far East, sorbendosi le inutili oscenità filmiche
dell’ Horror day (ma questo è
un personale problema col genere) -fra cui spicca, osceno fra gli osceni, The Slit-Mouthed Woman di Shiraishi Koji, il terrorista
cinematografico che a Torino aveva portato la sua opera prima (Noroi), un tentativo occhi a mandorla di
imitare The Blair Witch Project- e nella mattinata di
venerdì una triste commedia coreana, dove la donna più bella del mondo (Kim A-jung) prova a farti ridere
imitando il peggior Eddie Murphy.
A che pro rimanere or dunque? Per due semplici motivi: Kisarazu Cat’s Eye: SAYONARA GAME e Thirteen Princess Trees, due stupendi film. Il primo è la solita
giapponesata demenzialmente esilarante (alcuni ricorderanno due anni fa Sky Jumping Pairs: Road To Torino), che
stavolta però riceve dalla casa di produzione Tokyo Broadcasting System una vagonata di soldi e che risveglia a
schiaffi gli assonnati festivalieri delle 9e30 del mattino. Kitano Takeshi sono dieci anni che
ripete che non riproverà mai più a fare un film comico (dopo Getting Any) senza gli adeguati mezzi
tecnici ed economici. Questo è un film che conforta la tesi del Beat, e che ricorda a tutti gli
spettatori distratti che il genere comico non è figlio della serva
cinematografica, e che ha pari, e forse più dignità di tutti gli altri
linguaggi filmici. Il secondo è stato presentato sul catalogo come il più bel
film in uscita nella Cina continentale nel 2007; quando uno legge queste cose
vorrebbe fare tutto tranne che entrare in quella sala. Ma spinto da un arcano
senso del dovere verso il BuonUomo, mi fiondo apaticamente, e assisto a un film
di un’intensità, una passione uniche. Un film corale che narra le
vicissitudini di una classe di un liceo dello Schichuan che si prepara agli
esami di ammissione universitari; tutti i pianeti dei protagonisti girano
attorno all’unico vero sole del film: He Feng, una ragazza arrabbiata e
nichilista, riflessiva e impulsiva, amata e amante, amica e nemica, donna e
bambina, figlia e madre di sé stessa, imprigionata fra una chimera utopica e la
realtà. Lei, insieme al paffuto personaggio di Bao –un adolescente
samurai, che combatte l’autorità e l’adultità con una lealtà e un
onore commoventi- sono sicuramente i personaggi più profondi, sfaccettati,
meglio recitati, umani e compassionevoli che il festival di Udine di
quest’anno ci abbia regalato (altro che Osaki Nana..).
Non
resta dunque che confermare il mio giudizio a proposito del Festival: ottimo,
come sempre. Solo leggermente diverso rispetto agli anni passati, ma sempre in
corsa per cercare di migliorarsi. Per esempio il tentativo di dare più
risonanza al cinema giapponese ad alto budget non ha assolutamente dato i suoi
frutti (eccezion fatta per i due Death
Note, splendidi), anzi, ha regalato momenti di noia e irritazione, di
frustrazione e di odio profondo nei confronti dei sommozzatori (mi mancava Michael Bay in certi momenti); ma
dall’altro lato della medaglia il costante predominio numerico della
partecipazione sudcoreana è segno che questi qua del Friuli sono veramente gli
unici al passo coi tempi.
Come non ricordare poi che gli organizzatori sono, in un modo o
nell’altro, riusciti a fare sganciare al Film Beureau di Pechino, organo censore principe del regime, ben
otto film, risultato mai raggiunto in precedenza?
Mi viene difficile non guardare a questo Festival con ottimismo. I film, è
vero, erano migliori l’anno passato. Ma la retrospettiva di questa nona
edizione non ha eguali al mondo, grazie ad Alberto
Pezzotta, Tim Youngs e allo
stesso, grandioso, enciclopedico Patrick
Tam.
Arrivederci alla prossima edizione quindi, il decimo per il Far East, con l’augurio e la
speranza che nell’anniversario della prima decade laggiù a Udine ci
preparino qualche bella sorpresa.
ELOGIO AL FAR EAST - 2° PARTE – A cura di Pierre Hombrebueno
Per tirare le somme di questo e degl’altri articoli precedenti
riguardante una panoramica generale del
FEFF Annata 2007 – Pare consenso generale quello di considerare
quest’edizione come inferiore ai precedenti – conclusione con cui
il sottoscritto può concordare tranquillamente, per il semplice motivo che si,
è vero: andando a voti immaginari, la presenza di film insufficienti sovrasta
quella dalle medie alte. Eppure se si ama il Far East, se continuiamo a
scriverne ancora elogi a non finire, non è tanto, a dire il vero, per quei
(pochi?) film bellissimi che comunque ogni anno ognuno di noi ritrova sempre,
perché a dirla tutta, il sottoscritto ha orgasmi multipli anche con i film
brutti, bruttissimi, inutili. Perché ciò che il Far East Film Festival di
Udine ci offre, questo ammassare di pellicole – che siano meravigliose o
merde rinsecchite – è sempre e comunque fottuto oro (cultura e
conoscenza!) da subirsi infinitamente con grazia: Signore e signori, è obbligo
morale per tutti noi fare un pompino al FEFF.
Proprio nell’offrirci nello stesso piatto opere belle quanto brutte, sta
la vera poetica e la magnificenza di questa manifestazione_ Una visione globale
e totale del Cinema Asiatico. Ed è fottuta visione/visionare completa proprio
per il mischiarsi di nero e bianco, sporco e pulito, dritto e contorto; il FEFF è si passione a 360°, ma
giustamente, quando si tratta di Cinema, anche studio analitico, e
l’unico modo per avere una finestra aperta di assorbimento della
cinematografia di queste produzioni (Giappone – Korea - Hong Kong - Cina
- Filippine - Tailandia - Taiwan in primis) è contemporaneamente conoscerne gli
Auteurs più disumanamente impegnati, ma anche i suoi film di bassa lega (i già
citati Sinking of Japan o Eye in the sky, giusto per dirne un
paio). Bisogna conoscere Patrick Tam
ma è sacrosanto necessario conoscere anche Kentaro
Otani. Avere la fottuta libertà di cognizione per dire “Leste Chen è un fottuto figo”, ma
anche di urlare “Higuchi Shinji
è nammerda!”.
Per assorbire (dunque, conoscere ed amare/odiare) realmente il Cinema Asiatico
contemporaneo, il Far East, quest’anno più che mai, ci ha dato
l’opportunità inappagabile dell’ambivalenza, una condivisione di
forme e spazi che formano l’Assoluto, e il nostro ringraziamento in
ginocchio va davvero al di là di ogni parola scrivibile possibile fra le nostre
reti di bytes.
Far East Film Festival. Nove anni di assoluta coerenza
ideologica. L’evento che ha portato nel nostro paese autori come Johnnie To, Park Chan Wook, Takashi Miike
o Kim Ki Duk quando ancora non li cagava
nessuno al di fuori delle proprie case domestiche. La Manifestazione che in
questi anni di estrema coerenza ci ha dati l’opportunità di amare su
grande schermo Soi Cheang, Herman Yau, Panna Rittikrai (PERDIO SI!!), Derek
Yee, Edmond Pang, Ann Hui - e di odiare Feng Xiaogang, James Yuen, Erik Matti, Ten Shimoyama, et altri ancora –
cosa prettamente impossibile prima del FEFF.
E nonostante oggi esistano 40milioni di siti per ordinare i DVD asiatici
d’importazione a prezzi più che ragionati, il Far East Film Festival è
e rimane comunque la nostra maggior fonte di risorse e di didattica capace di
soddisfare appieno i nostri bisogni orientelofili. Che presenti capolavori o
marciume, ogni sua Edizione va accolta e salutata con grandi festeggiamenti e i
fuochi d’artificio.
Sempre e comunque il nostro fottuto ottimo Capodanno Positivista. Evviva il FEFF di Udine!
FILM RECENSITI:
-
ETERNAL SUMMER di LESTE
CHEN
-
DEATH NOTE & DEATH NOTE:
THE LAST NAME di KANEKO SHUSUKE
-
ONE SUMMER WITH YOU di
XIE DONG
SGUARDO AL CINEMA DI PATRICK TAM:
- 1° PARTE
- 2° PARTE
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