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FAR EAST FILM
FESTIVAL 2007
NESSUNA PIETA’ PER IL LERCIO – MALINCONIA
IN UDINE
A cura di Pierre Hombrebueno
Leggendo
la Top Ten dei vincitori del Far East Film Festival di quest’anno, che
come sempre non è stilata da una Giuria di Addetti o Critici, bensì
rigorosamente votata dal pubblico (non a caso è L’Audience Award), la
prima impressione accaldata (o in calore) è: Nessuna pietà per il lercio. Udine
nero. Nerissimo e malinconico. Anche quando sembra bianco e candido. Proprio
tutto l’opposto della scorsa edizione, dove campeggiavano in cartellone
una serie di commedie demenziali – spensierati – strapparisata
ammanetta – o pure love alla 2
young di Derek Yee, opere
rasserenanti e quasi sempre prive di masturbazioni.
Seguendo quello che ormai sembra davvero essere il trend dell’anno,
iniziato da Venezia (il nostro mitico
ed irripetibile Settembre Nero) e replicato dagl’Oscar, anche Udine si tinge di color inchiostro. In primis per una
presenza sovrabbondante di Noir e Gangster movie, proprio come il film premiato
No Mercy for the rude di Park Chul-hee, che sulla carta pare di
ricordare il Park Chan Wook di Old boy, per quella violenza però
ricoperta di un’ironia grottesca brividosa, e che sullo schermo,
diventato finalmente ossa e fantasmi, è riuscito a dare un fottuto buongiorno
dal filtro buio un martedì mattina alle 9.30: scombussolamento del pubblico
udinese pre-colazionato. Ci svegliassimo così ogni sacro-santa mattina forse
non saremmo arrivati fino a questo giorno, perché ci saremmo suicidati prima.
In Top Ten anche Dog bite dog di Soi Cheang, hard-boiling ancor più in
over-dose del suo precedente Love
battlefield, sangue_budella_sgozzamenti (talvolta eccessivi, ma sempre
elettro-shoccanti) dall’inizio alla fine, dove non basta nemmeno
l’affetto più grande dell’universo come l’Amore per poter
sistemare le cose e ritrovare un possibile futuro. In fondo massacro dei sogni,
accoltellamento di quella speranza di poter cambiare la propria vita verso una
nuova direzione di stabilità e ri-pulizia, in un gran finale di rassegnazione
Eastwoodiana che vede sfociarsi nella morte (forse vita?).
Che dire poi di A dirty carnaval di Yu Ha, di chiara ispirazione Scorsesiana
(o volendo tutta la parte più metropolitianamente sporca della New Hollywood), o di Cruel winter blues di Lee Jung-bum,
fuori classifiche ma ognuno intenso a modo loro, con pesanti sforbiciate alle
rose incapaci di fiorire in quanto torchiati dall’infamia.
E persino quella merda di Yau Nai Hoi
(presentato a tutti come lo sceneggiatore di fiducia di Johnnie To), per quanto abbia fatto un film aborto come Eye in the sky, continua il viaggio
nell’ombra inseminando ingiustizie mortali nel suo spazio prescelto sotto
una Hong Kong post Woo.
Ma se questi potrebbero essere letti tranquillamente come convenzioni di genere
(Il noir, anche etimologicamente parlando, è per forza di cose Nero), Udine ha
scelto la malinconia anche in territori più quotidiani, riproponendo sulla
schermata la disumanità o l’alienazione dei nostri sobborghi vitali, e ne
è porta-bandiera After this our exile
di Patrick Tam, direttamente al
numero Due dell’Audience Award, la storia di una famiglia spezzata, di
figure materne che scappano dalle difficoltà della vita rifugiandosi in una
sicurezza che sa tanto di consolazione tardiva – di padri che costringono
i propri figli a rubare nelle case, perché incapaci di reggersi il peso di un
sostegno. Opera girata quasi in modo classica, ben lontana dagl’anni new
wave dell’autore, tanto da essere l’unico suo film presente in
rassegna ad aver nettamente divisa la nostra piccola redazione.
Perfino The Host di Bong Joon-ho (Settimo in tabella), la
pellicola miticizzata e lodata un po’ ovunque (dalle pagine dei Cahiers fino agli Asian Film Awards, dove ha battuto gl’ultimi Tsai Ming Liang e Apichatpong
Weerasethakul), che a prima occhiata sembrerebbe l’altra faccia della
medaglia famigliare del film di Tam,
si rivela ben presto un film di emarginati sociali e di eccentricità ancora
inaccettabili per il buonsensismo della società odierna. Ok, c’è
l’avventura, il ridere clamorosamente, la fantascienza, ma a permanere è
anche e soprattutto il ritratto di questa famiglia che dalla grande battaglia
sembra essere uscita tutt’altra che vincitrice e ricoperta di gloria. A
rimaner impressa è quella sensazione di ghiaccio dell’ultima scena,
dell’isolamento che è un ending in fondo non poi così happy, ma cosparsa
di blue.
Idem quel bellissimo Family ties di Kim Tae-yong, purtroppo rimasto fuori
dalla Top, storia corale di questi legami, queste famiglie che difficilmente
trovano punti d’incontro e incrocio fra di loro (il frammento più
interessante è quello madre-figlia interpretata da Kong Hyo-jin, vincitrice di numerosi premi locali proprio per
questa performance). E nonostante un epilogo capace di riscaldare i cuori e a
tessere con eleganza e poesia tutti i pezzi del puzzle, Kim Tae-yong porta invece a galla il vero obiettivo emotivo
principale: mostrare_rafforzare_riflettere le problematiche relazionali
dell’essere umano, con una tesi più sfiduciante di quanto lo dia a
sembrare.
Il Far East abolisce le zuccherate anche in campo amoroso, a iniziare da quel
Terzo posto in classifica per Memories of
Matsuko di Nakashima Tetsuia, che
pur riproponendo le stravaganze multi-colore del suo precedente Kamikaze girls, ci porta questo film
(queste memorie) che è un girotondare e susseguirsi di fallimenti amorosi da
parte della protagonista, vissuta e morta sola come un cane. Concepita con
str’abbondante materiale (durante la proiezione diversi positivisti hanno
cominciato a sputare sullo schermo tutti incazzati), l’opera rimane
comunque una risposta in black all’arcobaleno nipponico, che nonostante
la messa in scena che pare esplodere di felicità euforica e zucchero filato,
con sorpresa si fa poi auto-esplodere con una cognizione più amara del caffè.
“Se l’Estate è eterna, allora anche l’eternità giunge ad una
sua fine” sembrerebbe invece la tag-line di Eternal Summer (Leste Chen
– Sesto), che oltre ad essere fottuta poesia, è anche il Miglior film
visto in quest’edizione del FEFF (nonché uno dei migliori della
stagione), girato con la sensibilità del primo Wong Kar Wai, assorbimento EdmondPanghiano, in questo ritratto
melò-malinconico di un addio all’adolescenza silenziosa.
Con un finale aperto che forse, e ripeto forse, filtra una spirale alla (poca)
luce che in fondo si cela sempre dietro ogni pessimismo cronico: quella di una
piccolissima speranza che rifiuta di spegnersi totalmente, di chi (Leste Chen) come noi (Positivisti) ha
ancora una fetta di cuore e di umanità per sognare che le Anime Gemelle non
muoiono mai. Soulmates never die, direbbe qualcuno lassù.
FEFF 2007 – THE AUDIENCE AWARD:
1) No mercy for the rude – Park Chul Hee
2) After this our exile – Patrick Tam
3) Memories of Matsuko – Nakashima Tetsuia
4) One foot off the ground – Chen Daming
5) 13 Beloved - Chookiat Sakweerakul
6) Eternal Summer – Leste Chen
7) The Host – Bong Joon-ho
8) Battle of wits – Jacob Cheung
9) Dog bite dog – Soi Cheang
10) Death note: The last name – Shusuke Kaneko
(29/04/07)