INTRO: UDINE DES?? NO PEACE OR WARS - FAR EAST FILM FESTIVAL 9

A cura di Alessandro Tavola

20 – 25 Aprile, questi i sei giorni della full immersion non neolatina di quest’anno che, come solito, per le tipiche cau$e di forza maggiore, è rimasta mutilata, cutted della sua seconda metà (augurandoci di ricevere resoconti da qualcuno dei cari adepti che hanno avuto la fortuna di rimanere sull’amata collina udinese), lasciandoci ciò nonostante pieni e pienamente soddisfatti, seppur non entusiasti come per l’edizione precedente, di tantissimi titoli altrimenti letteralmente inesistenti per noi, ben lungi dalla distribuzione in sala, al massimo futura preda di qualche remake (americano, anche perchè l’idea di un rifacimento nostrano di qualsivoglia titolo asiatico suona ridicola nonchè surreale) e vittima di dowload.
In ogni caso: visioni su visioni, alcune stupefacenti, altre dalla totale sterilità; visioni talvolta distratte, puerilmente sonnecchiose, altre letteralmente mutilate (a malincuore, visto che un film anche se brutto è sempre meglio di un succo di frutta); poche quelle che c’han fatto gridare “CAPOLAVORO!”, molte, troppe quelle da “ECCO, LO SAPEVO.”.
Perchè questo è “il più grande festival del cinema popolare asiatico” ed è proprio quel popolare che l’edizione precedente fu stendardo glorioso di grande non pretenziosità dei titoli, di estrema naturalezza e semplicità nella maniera di narrare, questa volta ha mostrato l’altro lato del suo essere medaglia, quello sporco e graffiato, che si sperava tardasse ad arrivare: vicende e ritmi che scadevano non più nell’ammicco al pubblico ma a una sorta di standardizzazione fin troppo occidentofila, una blockbusterizzazione che appare quasi già stanca soprattutto per quegli occhi che a quei blockbuster sono sempre stati allenati. Pare essere venuta meno quella diversità epidermica che faceva risaltare anche il meno interessante dei film, facendo sì che la ricerca di pregi diventasse fin troppo simile a quella di casa nostra.
Magari si è trattata di una stagione non troppo rosea tra i paesi asiatici, magari è stata la nostra ad essere troppo bella. Globalizzazione a fottere. Ma anche boh.
Lamentela totalitaria, ma si tratta solo di un’impressione complessiva, perchè ognuno ha trovato un suo nuovo film mentale e/o del cuore e/o degli occhi, e le divisioni sui pareri ci sono state – e non poco, perchè il cinema è sempre cinema anche se non rigidamente splendente, e questo è quanto basta.
Niente buchi neri e solo qualche rivelazione, il complesso delle proiezioni (solamente 21 per il sottoscritto, che cumulate con quelle di noi tutti della redazione daranno luogo ad alcune – ma minuziose – Visioni Critiche specifiche) nella sua prominente insipidità è principalmente motore di alcune considerazioni, che rinsecchite, sezionate e in maniera abbastanza qualunquista riportiamo:

- I giapponesi sanno fare da dio fumetti, videogiochi e cinema. Ma appena si tratta di mescolarli combinano solo cagate pazzesche. Come Dororo di Akihiko Shiota, il film d’apertura, che potrebbe anche sembrare scritto a quattro mani da David Cronenberg e Peter Jackson, ma anche diretto da Ron Howard e con un team degli effetti speciali che par’essere composto da un mucchietto di tirocinanti sottopagati; oppure Nana 2 di Kentaro Otani, che vive (vegetalmente) unicamente di luce riflessa a partire dal proprio manga d’origine.

- Patrick Tam è senza ombra di dubbio uno dei più grandi registi hongkonghesi di sempre. Basterebbe quel capolavoro ormai quasi invisibile di Love Massacre (la cui copia qui presentata è una delle poche esistenti al mondo, se non l’unica, nonchè cuttata, nonchè ritrovata in chissà quale archivio di chissà dove... Grazie FEFF per questo regalo), senza contare opere immense come Nomad, anche se probabilmente sarebbe da elencare qui tutta la sua filmografia.

- Per quanto riguarda i filmonacci catastrofici (Umizaru 2 di Eiichiro Hasumi e Sinking of Japan di Shinji Higuchi) nel bacino orientale hanno nulla da invidiare a guerci come Wolfgang Petersen o Roland Emmerich – Respect.

- Joyce Bernal (che torna con Agent X44 dopo D’Anothers e Mr. Suave) è di certo una dei maggior autori di film comici filippini, se non del mondo intero.

- I film di mafia, al midollo, sono gli stessi in tutto il mondo, è la regia a farne la differenza e A dirty carnival di Yoo Ha ne è la prova.

- La Cina, si sa, come paese è in fase di ripresa economica totale e per questo, anche per il cinema, guarda agli Stati Uniti, divisa appunto tra questa corsa e l’assurdo sistema di censura al quale è ancora sottoposta: The matrimony di Teng Huatao (il primo mainstream-horror prodotto da anni) è l’aborto che ne è risultato.

- Anche da idee che cercano semplicemente di insorgere nel “poco più che un... possono saltare fuori grandi/piccoli/intensi momenti di cinema, dall’hardboiling di Dog bite dog di Soi Cheang (Hong Kong) all’action di Dynamite warriors di Chalerm Wongpim (Tailandia) fino al pinkmovie Uncle’s paradise di Shinji Imaoka (Giappone), circoscritti e spremuti all’osso, senza fronzoli, dure et pure. Noi invece abbiamo i filmati su youtube di stupri e risse.

- Il fascino quasi sessuale della fotografia dei film di Kim Ki-Duk e Park Chan-Wook non è una loro prerogativa: è una tendenza generale del cinema Coreano.

- L’estate è sempre e sempre sarà il luogo dei sogni (ir)reali(zzabili).

- Yau Nai Hoi è più merdoso del suo maestro Johnnie To.

Fine degli sproloqui introduttivi.
A prossimamente, forse, con le testimonianze degli altri fanti festivalieri.
A presto con le Visioni Critiche delle opere maggiori di questo festival. Che, come sempre, si merita un brindisi e un applauso (quest’anno da seduti però).

 

(28/04/07)

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