FAR EAST FILM FESTIVAL 2006: REPRISE

A cura di Alessandro Tavola

Aprechiude, anche quest’anno il Far East Film Festival (Udine: 21/29 Aprile 06’), mostrando (ancora una volta) a pieno la sua forza, dirompendo di immagini, senza deludere. Perché il FEF non può deludere, FEF can’t fail.
Ottava edizione (e mezzo), da collasso olimpico, maratona altalenante di (re)visioni, come ogni festival trip degno di tale appellativo.
Perché se lo scopo principale di ogni festival è per noi l’overdose di quella tossicodipendenza totale che si chiama Cinema, nuovamente il Far East è la nuova luce che mette in mostra una vena ancora (poco per alcuni, molto per tutti gli altri) inesplorata.
Non è Venezia-Cannes coi suoi film che prima o poi verranno distribuiti. Non è Pordenone col suo muto, Courmayeur col suo Noir. Tantomeno il Future coi suoi cineibridi. Sì, non si tratta di un evento collaterale del Cinema come normalmente concepito in quella visione tipicamente euroamericana oramai troppo classica come per i suddetti, è più che altro un avvenimento paracinematografico(ccidentale): non blow up di un terzo occhio sul cinema passato-futuro, ma un paio di pupille nuove sul cinema presente-passato (che risulta anche più futuro del nostro odierno) dell’altra parte del mondo, quasi solo immaginato, a tratti sfumato nella nostra (ancora più infame) distribuzione, sostanzialmente invisibile, se non in sussurri di pixel di dvd import o downloads selvaggi.
Parere scritto di chi ancora crede nella distribution, seppur col contagocce.

Manifestazione sul Cinema Popolare Asiatico
. Quell’aggettivo anteposto che è reset aspettativo, nuovo imene Miikenamente vi(sionario)vo, dove l’idea di autore, almeno una volta, almeno in parte, si annulla, per poi rinascere, splendidamente, in gustose sorprese: il FEF mostra il cinema che Tutti andremmo a vedere se vivessimo a Hong Kong, in Giappone o in Corea, ed è un riassumersi in dieci giorni che valgono tanto quanto (e più) di una nostra stagione, un ripercorrere di crescita cinefiloide nel giro di pochi film.
Si risubisce il fascino dell’andare a vedere un film per la sinossi o per la locandina o per un attore sentito da qualche altra parte, e va a farsi benedire il preconcetto di percorso autoriale, giudicando, amando-odiando, assaporando e ricollegando ai ricordi semplicemente il Film, dal logo della casa di produzione al fluire dei titoli di coda, (ri)diventando puri e semplici spettatori critici. Rimanendo comunque alieni post-latini, affascinati da quelle differenze di fondo, nel modo di dipingere la realtà, nel modo di concepire cinema che da noi “non esistono”, forse perché indelebilmente marchiati dagli scheletri americani.
Ciò accade quest’anno ancora più evidentemente, visto che se l’anno scorso il filone generale era tutto poliziesco o comunque devoto all’azione, quest’anno è la commedia a farla da padrona, e il concetto di Popolare si dilata al massimo, le differenze si fanno più accentuate che mai, nella maestria nel coniugare dramma e comicità, il mescolarsi di generi, di stili di recitazione, delirio e freschezza visivi in stili che, soprattutto per quanto riguarda Hong Kong e Corea, fanno soffocare nella polvere i modelli USA.
E vale più un M.A.I.D. di un Austin Powers o un Charlie’s Angels.
E valgono di più 10 minuti di I’ll Call you dell’esordiente Lam Tze-Chung che tutta la filmografia dei Farrelly.
E vale di più lo scialbo film d’apertura Rules of dating (sì, perché i film relativamente brutti non mancano) che un The producers.
Questo perché qui siamo in mano a delle mummie con gli occhi chiusi e ci ritroviamo con la commedia che raggiunge il suo picco in televisione, in Scrubs. Che almeno ha un minutaggio altissimo.
Questo è ciò che in linea generale rimane del Far East Film Festival numero 8, retrospettive ed eventi annunciati a parte, che fa venire voglia di emigrare, che fa risplendere il gusto dei semplici movies, mentre tutto fuori rimane come una spiaggia alla Kitano, come un treno 2046 (quello del collasso USA) che va verso il nulla, mentre a oriente, nel 2006, forse più che mai, il cinema respira ancora. Eccome.

(04/05/06)

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