

STORIE DI FANTASMI GIAPPONESI –
2° PARTE
VIOLENZA E COLORE
A cura di Elvezio Sciallis
Non sorprende che
dell’intero immaginario riguardante i fantasmi giapponesi, la tipologia
che alla fine è riuscita a sfondare maggiormente in Europa e Usa sia proprio
quella che può più o meno essere fatta risalire all’Oiwa,
sorta di fantasma femminile mosso da vendetta.
Ciò è accaduto vuoi in virtù dell’accessibilità e somiglianza di questa
figura con analoghi miti o storie occidentali (quanti spettri di donne sparsi
per le maggiori letterature occidentali…) vuoi per una certa facilità di
ricezione dell’apparato iconografico (una donna dai capelli lunghi, spesso
dotata di un solo occhio visibile, l’altro perennemente chiuso) a essa collegato, apparato di sicuro più digeribile rispetto
a forme totalmente aliene e alle volte anche sottilmente comiche, quali quella
per esempio di un Kappa (tartarughe/anfibie con un
piattino in testa?) o i Tengu (colore rosso acceso,
naso mostruosamente lungo, zoccoli ai piedi?).
Come spesso accade per quanto ci riguarda, quella che sembra apertura e
assimilazione da parte dell’Occidente è in realtà solo modesta
accettazione degli elementi più facilmente comprensibili di mitologie,
letterature, religioni e culture “altre”.
In realtà l’intera cinematografia giapponese rigurgita un colorato e
caotico carnevale di spiriti, mostri, fantasmi, demoni di ogni fattezza, spesso
ritratti in celluloide con un gusto fra il naif e il delirante ma sempre
all’insegna di un marcato gusto per il macabro.
Che poi sono gli stessi demoni che trovano fantasmagorica trasposizione in un Devilman o nelle
infinite serie dei robottoni, spesso dando volto e
corpo ai nemici, siano essi invasori spaziali o demoni abissali o robot
meccanici.
Comprensibile che di fronte a tale folle immaginazione, il pubblico occidentale
preferisca il più “facile” (e comunque
fonte di ottime pellicole) fantasma-bambina con i capelli lunghi. L’altra
alternativa comunemente accettata e che ha preso piede
accanto a questa icona è il concetto di oggetto maledetto, sia esso una casa o
un apparecchio di uso comune e quotidiano come il cellulare. Fonte di opere meno riuscite rispetto all’Oiwa, anche questo concetto è comunque radicato da molti
secoli nella cultura giapponese che assegna agli oggetti di età venerabile
poteri e caratteristiche semi-divine che possono assumere valenze negative o
positive.
Tentare quindi una classificazione dei film in base alla tipologia di spiriti
che li abitano sarebbe comunque un gioco sterile e poco interessante che
trascurerebbe molte variabili in gioco. Ecco quindi che possiamo, negli ambiti
di un articolo che ha il solo scopo di stimolare i neofiti a qualche ricerca
iniziale, ricordare qualche altro titolo sparso oltre a quelli imprescindibili
già citati da Andrea Fontana nella
prima parte di questo articolo. Si può spaziare dai
racconti di fantasmi veri e propri fino alle storie di serial killer e ultraviolenza
senza comunque uscire dal comune humus culturale che
li ha prodotti.
Ecco allora che, in una veloce e frammentaria rassegna, diventa importante
ricordare la trilogia di Evil Dead Trap
(vero e proprio frullato di influenze eterogenee a partire da certo cinema
sadico italiano degli anni settanta…) e quella di Tomie (che dal fumetto di
partenza trae una deriva verso la follia quale raramente abbiamo avuto
occasione di assistere nel cinema horror) senza trascurare i fin troppo
discussi (e sopravvalutati, ma comunque da vedere) episodi della serie Guinea-Pig.
Discorso a parte merita Kurosawa Kiyoshi e il
suo magnifico Kyua
(Cure, 1997) che parte come un thriller metafisico con l’indagine sugli
strani omicidi “della X” per poi far perdere ben presto lo spettatore
dentro un deserto gelido e silenzioso fatto di location deserte e continue
stratificazioni di senso.
Fantasmi, in tutti i film citati, molto più tangibili o appartenenti più alla
sfera della mente e delle sue malattie, ma non certo per questo meno
terrificanti di Sadako e delle sue angoscianti e
angosciate sorelline.
FINE 2° PARTE