


STORIE DI FANTASMI GIAPPONESI
– 1° PARTE
RIFLESSI IMPERCETTIBILE DI RESIDUI
CINEMATOGRAFICI
A cura di Andrea Fontana
Fantasmi giapponesi.
Fantasmi. Astrazioni ectoplasmatiche,
riflessi di un altrove impercettibile, intoccabile, non vedibile, a sua volta
mondo enclave della nostra esistenza. Suo opposto. Questo gennaio sarà
un mese freddo, non solo per le temperature polari, ma anche per la
presenza/assenza di questi fantasmi, che trovano senso
e spazio nella cultura orientale e più precisamente in quella giapponese. E
potrebbe sembrare un paradosso il trattare questo argomento,
potrebbe andare contro la nostra stessa essenza positivista, il che pone una
questione rilevante: positivista in senso ottocentesco o in senso
comportamentale? Questo è un dubbio che lascio sciogliere a Pierre
Hombrebueno, nel frattempo, mentre mi maledice,
intendo affrontare un argomento a me caro, che è quello appunto della potenza
iconografica dei fantasmi (giapponesi). La scelta di tale argomento non è
casuale, anzi in linea con l’apparato tematico
scelto dal Future Film Festival (Bologna) di quest’anno.
Ma è anche coerente in prospettiva
dell’influenza che la new wave horror nipponica
ha avuto sul cinema contemporaneo.
In Giappone non esiste un religione come noi occidentali la intendiamo. Non
c’è una “religione del Libro”, scritta, rigidamente canonica.
La percentuale di cattolici, protestanti, ebrei e musulmani è irrilevante se
non assente. In Giappone la religione prevalente è il Buddismo e lo Scintoismo.
Il primo è stato introdotto dalla Cina e si è imposto
per essersi imposto come guida spirituale della classe politica e culturale
della Storia giapponese. Il secondo era presente ben prima,
ma in forma arcaica, quasi sciamanica. La compresenza delle due religioni è una realtà con non
comporta necessariamente scontri frontali di tipo spirituale. Una delle componenti fondamentali di queste religioni, fortemente
spirituali, è appunto il ruolo dei morti e dei loro spiriti. Sussiste una vera
e propria co-abitazione fra il mondo dei morti e quello dei vivi, che devono
continuamente ossequiare i primi. A seconda della vita
passata e del culto presente, gli spiriti sono quieti o furibondi (e qui potrei
partire per la tangente, buttandomi sull’attuale revisionismo giapponese
– che onora i caduti responsabili della strage di Nanchino
- tacciato di nazionalismo, a sua volta giustificato in senso religioso, ma non
è questa la sede e Pierre continua a
maledirmi…).
Questo aspetto ha influenzato non solo la letteratura giapponese ma anche, inevitabilmente,
il cinema. Insomma, non esistono solo Kurosawa, Mizoguchi, e Ozu: per tutto il
corso degli anni 40’, 50’, e 60’, il Cinema nipponico sarà
invaso da questi esseri mitologici/religiosi, dando vita a veri cult come Yotsuya Kaidan di Kinoshita Keisuke. Recentemente, il genere si è invece
trasfigurato nel post-moderno: i fantasmi maledetti si manifestano
improvvisamente tramite le avanguardie elettroniche (telefonini, tv al plasma,
personal computers, ecc..),
hanno i capelli lunghissimi, e trucidano con sguardo incazzato.
E’ la nascita della new wave d’horror
asiatica. Capostipite di tale corrente è Hideo Nakata, autore del dittico Ringu e dello
splendido Dark Water. Dopo il remake
americano The Ring,
l’esportazione di questo genere assai particolare di film è stato un
corso naturale e piuttosto prevedibile. Non si spiega perché un argomento
simile abbia avuto un tale impatto nel mondo occidentale, che ha reagito con Il Sesto senso di Shyamalan
e The Others
di Amenàbar, senza considerare tutti i remake-sequel
dei rispettivi lavori giapponesi. Si pensi a Shimizu Takashi, vero erede di Nakata, che ha
firmato Ju-On
(The Grudge), interessante esempio di cinema sulla
presenza di spiriti maledetti che punta sulla destrutturazione
narrativa e temporale. Fa pensare se persino il prolifico Takashi Miike si è addentrato
nel genere con The Call.
Per non parlare del cinema (segreto) di Kurosawa
Kiyoshi, che rappresenta ancora la punta innovativa e
autoriale del cinema horror giapponese.
Fantasmi giapponesi. Corpi incorporei che trovano
forse maggiore senso nell’animazione giapponese, perché anch’essa è
priva di corporeità, di tangibilità, semplicemente costituita da figure in
movimento, funzionali alla struttura narratologica,
tesi verso una propria riconoscibilità, ora di
pubblico, ora esistenziale.
Penso allo splendido e sottovalutato Boogiebop Phantom, serie episodica strutturata a scatole cinesi,
piena zeppa di fantasmi, che perseguitano e piangono e ridono e tremano di
paura. Penso a tutto il cinema di Mamoru Oshii, composto da fantasmi
cibernetici in cerca di esistenzialismo. Penso ai fantasmi/spiriti miyazakiani, vivi di ingenuità e
sogno. Penso ai fantasmi paranoici di un capolavoro quale Paranoia Agent, di Satoshi Kon o a quelli trasversali che
percorrono presente, passato e futuro in Millenium Actress, a quelli killer di Perfect Blue. Penso ai fantasmi passati che
ritornano incessanti in Cowboy Bebop
e Gungrave,
sorretti completamente dalla memoria. Penso al finale metafisico e stupefacente
di Akira di Katsuhiro Otomo, a quel Io
sono Tetsuo in mezzo a dimensioni sconosciute,
perentoria dichiarazione di presenza/assenza e di esistenza altra. Cosa è diventato Tetsuo se non un Dio a-materico?
E soprattutto, cosa è il cinema se non un continuo sfilare di fantasmi alla
ricerca di un proprio luogo, un proprio tempo, un proprio senso?
FINE 1° PARTE
(02/01/06)