


FACTOTUM
REGIA: Bent Hamer
CAST: Matt Dillon, Lili Taylor, Marisa Tomei
SCENEGGIATURA: Bent Hamer, Jim Stark
ANNO: 2005
A cura di Davide Ticchi
BUKOWSKI STORIES
Sulle note cadenti di una musica ovattata e sommessa da periferico pub
semivuoto, scorrono immagini nebbiose, dolenti e appesantite dalla sofferente
robustezza dell’uomo che le riempie. Una voce grave e strepitante
accompagna la nostra mente verso orizzonti invisibili perché coperti da palazzi
in muratura, ma prima di tutto da tende verdognole serrate alle finestre. Ci
addentriamo in una dimensione lontana dalla rapidità dei movimenti, dei
riflessi e dei mestieri stessi; una dimensione pronta ad accoglierci
apparentemente con grande indifferenza, con scarso interesse verso le nostre
capacità e virtù, perchè insufficientemente
conosciute e lontane dal “qui ed ora” frequentato.
Come in Kitchen Stories
l’amicizia e l’amore sono rappresentatati esclusivamente dal legame
presente fra due persone, che si stanno affianco e che si pensano quando sono
lontane, il resto è mero opportunismo, è immagine volubile e fatiscente in
attesa di scomparire alla prima occasione. Come Kitchen Stories ci ha insegnato, due persone di
qualsiasi nazionalità, stato sociale ed età possono condividere insieme momenti
di vera comunanza e sincera amicizia, che a noi globalizzati
paiono davvero magia.
Malinconia e speranza che pervadono entrambe le pellicole, binomio e dualismo
al tempo stesso che si fondono insieme in una particolare capacità d’intravedere
la vita. Factotum è un film che si segue da un cantuccio, come quello in cui si
appostava Grant
di Kitchen Stories,
sopraelevati e insicuri, liberati da qualsiasi autorità di giudizio sul
prossimo e le sue azioni, sul suo modo di vivere e sulle sue - per la verità
poche - sicurezze. Bent Hamer ci
invita a seguire il suo film nelle vesti di uomini ingenui, puri, che si
sorprendono facilmente e incoraggiano alla vita il loro protagonista senza mai
spegnere la sua forza d’animo, che lo porta semplicemente a proseguire
una vita da molti ritenuta meschina. Lottare contro la malinconia persistente,
ridondante, monocroma di Factotum deve dare speranza al nostro Henry Chinaski, che
sembra uscito dalle desolate lande della Norvegia di Bent Hamer, e approdato in un suolo nemico,
dove per vivere bisogna combattere contro sé stessi, contro la viltà e
l’insignificanza della propria persona. Ma la scrittura, il rumore della
penna che traccia linee, parole e sentimenti sopra un foglio, possono far
riaffiorare ancora quella forza d’animo residua, capace di credere che
infine qualcuno possa apprezzare uno di quei foglietti, e possa capire qualcosa
di più di una persona che non è mai stata compresa da nessuno prima
d’ora, in primis dai genitori. Personalità rara capace poi di comporre
vere e proprie opere d’arte? Da quelle parole distrutte di una dignità
sociale che non emerge mai dai pub costellati di donne in topless e uomini
sfiduciati, Henry Chinaski
riceve la forza di andare avanti, di sopravvivere per scrivere ancora qualcosa,
come Jan di scopare qualche uomo forte e vissuto,
capace di donargli quella sicurezza e protezione che in vita non è mai riuscita
a ricevere da nessuno, e Laura che cerca con più serenità la stessa sensazione.
Uomini e donne alla ricerca di pretesti per potere andare avanti, continuare a
bere e cercarsi un lavoro, in attesa di quel momento di piacere puro capace di
salvarli dal baratro. Henry nei suoi racconti cercava
di trascrivere le sensazioni che altrimenti sarebbero rimaste chiuse dentro la
sua corazza, dura e buffa, destinata al tormento. I suoi scritti sono come i
soldi che nessuno vuole concedergli, quelli spesi nell’alcool, una sua
scelta. Forse alla fine uno dei tanti racconti spediti sarà pubblicato,
apprezzato, e susciterà in qualcuno una riflessione più profonda di quanto si
crede capace l’autore del testo.
In factotum non vi è pregiudizio, vi è solo una radicata indifferenza,
rarefazione e un senso di profonda malinconia. Non mancano i momenti di humour
tipici del cinema di Hamer,
quelli della conciliazione e dell’immediatamente successivo addio, atto
di solitudine. Al fluido utilizzo del carrello fanno seguito numerosi primi
piani capaci di stampare negli occhi dello spettatore pelli sudate e sporche,
calde e dure, bagnate e secche. Sensazioni monocrome che fanno capo a soggetti
di contrasto e grande ispirazione. Scenografie e costumi rilassanti allo
sguardo permettono la comodità e la dispersione, talvolta più ironica di quanto
si creda. La grande qualità che va riconosciuta al regista norvegese e a molto
del cinema limitrofo è quella di sapere dosare i tempi e i ritmi giusti,
ovviamente lenti, creando grande armoniosità nel sottotesto filmico, e
contemplazione nello sguardo spettatoriale.
Estrapolandolo dal contesto filmico Factotum è un esempio eccellente di cinema
letterario, dove il primo episodio fa da leitmotiv per tutti i successivi, che
si vanno poi a spegnere cogliendo lo spettatore/lettore alla sprovvista.
Da un soggetto di Bukowski,
Matt Dillon riesce
ad esprimere meravigliosamente l’impostazione sottomessa e priva di
aspirazioni di un uomo sempre appigliato ad alcool e vaghi sentimenti.
Emblema di Factotum e di tutto il cinema di Bent Hamer è la sequenza in cui Henry guarda fuori da una finestra e vede palazzi e grattaceli
moderni, scrutandoli con grande diffidenza. Da Eggs a Kitchen Stories fino a Factotum, Bent Hamer ha
maturato il suo sguardo e lo ha impreziosito con una nuova materia sociale
rivolta al presente, mentre con malinconia e affetto osserva ancora il passato
ed i suoi sentimenti. Sempre e comunque dal suo amabile cantuccio.
(03/04/06)