ETERNAL SUMMER

REGIA: Leste Chen
SCENEGGIATURA: Cheng-Ping Hsu
CAST: Bryant Chang, Hsiao-chuan Chang, Kate Yeung
ANNO: 2006


A cura di Pierre Hombrebueno

FAR EAST FILM FESTIVAL 07’: APPUNTI MENTALI SU ETERNAL SUMMER DI LESTE CHENPICCOLI AUTORI TAIWANESI CRESCONO E SCINTILLANO DI GRAZIA E MERAVIGLIA – NEOCAPOLAVORO DAL CINEMA ORIENTALE – SENSIBILE_DOLCE ORGASMO DI PUREZZA POETICA: CONSAPEVOLEZZA, FINALMENTE

La prima volta che incrociammo Leste Chen fu in quel di Venezia 2004, dove il nostro ha presentato Uninhibited alla sezione degli esordienti (o semi) della Settimana della Critica; il film è poi misteriosamente scomparso nel nulla (addirittura manca del tutto consultando la bibbia del web IMDB), ma già allora, Chen ci folgorò per una chiara dichiarazione di poetica, in cui il regista dimostrava e delineava il proprio approccio con la materia cinematografica. Si trattava di una storia prettamente giovanile, di angeli perduti finiti in nuovi chungking generazionali trascinati dalla solitudine e dal fumo delle sigarette, raccogliendo dunque l’eredità dei Wong Kar Wai di metà anni 90’, strada che del resto seguirà anche Edmond Pang, però con la malinconia coperta da un’ironia che manca nei film di Kar Wai e di Chen.
Messa in scena post-modernissima, sicuramente immatura, come a voler dimostrare al mondo la totale padronanza degl’insegnamenti della New Wave o del videoclippare più da MTV, di queste immagini_specchi_onirici acidomani e para-evocativi, seppur ancora rilegati sotto un certo procedere meccanico tipico dell’esordiente sicuramente talentuoso ma ancora incapace di padroneggiare totalmente il proprio talento. Sta di fatto che dopo allora, Leste Chen lo perdemmo completamente di vista, eppure, succede raramente ma ogni tanto succede, è vero il detto che chi ha talento e capacità presto o tardi avrà la sua rivincita: dopo la parentesi horror di The Heirloom, passato semi-inosservato nonostante i buoni incassi in patria, Chen ritorna sulle scene con Eternal Summer, già acclamatissimo ai Golden Horse Awards di Taiwan, e che anche il pubblico udinese ha avuto l’onore di amare. Perché Eternal Summer è Puro Amore. Non solo perché nuovamente, ritorniamo su quelle tracce già percorse nell’esordio con Uninhibited (aka piccola gioventù ai primi approcci con l’età adulta), ma anche e soprattutto perché esplode dalla pellicola tutto il talento del regista, che sa finalmente controllare le proprie potenzialità alla perfezione, con una maturità nei confronti delle immagini che ha quasi dello sbalorditivo, del miracoloso. A cominciare da una messa in scena che esprime consapevolezza in ogni singolo frame, dove niente è più lasciato al caso o al post-modernismo del caos infettante: i quadri sono calcolatissimi fino al centimetro più midollare, per dare agl’occhi e allo spettatore quella meraviglia estetica e ricercatezza della visione (del mondo).
Chen usa e sfrutta le angolature dello spazio senza mai cadere nel voyeurismo, quasi come se la modernità della New Wave abbia finalmente incontrata e abbracciata la pulizia del classicismo; adopera il riflesso e lo specchio, ma stavolta non più in modo frammentario o fracassone, in quanto il tutto è di una lucidità cristallina, una rappresentazione dell’equilibrio estetico molto più vicino al pittoricismo di Kim Ki Duk, all’importanza dei singoli quadri che prendono vita, più che all’espressionismo sintattico.

Eternal Summer pare proprio re-incarnare tutto ciò che oggi amiamo del Cinema Orientale, come se Leste Chen abbia assorbito tutte le potenzialità degli auteurs a noi cari per trasfigurarli in una sua personale Visione amalgamata ed iper-concentrata; la magnifica cura ed attenzione del rapporto fra i corpi e gli spazi, invasi o invadenti, relazionati – legati – cuciti in un micro-mondo che è quello cinefilico dal gusto Tsai MingLianghiano. Ma anche e soprattutto un Cinema di sguardi e di silenzi, non per la mancanza delle parole (che ci sono – e sono anche fottutamente incisive), bensì per il loro sottomettersi automatico alle scene di silenzio, dove assimiliamo questi corpi intrecciati, prima di concentrarci sui volti dell’impassibilità poetica, dell’aver vissuto qualcosa che non si vivrà più, dell’essere cresciuti sognando che il calore rassicurante dell’Estate non finisca realmente mai. Eternal Summer è un Addio, ma anche un riprendersi per mano insieme, sospesi del giudizio di cosa accadrà nel nuovo stadio che varca le porte: l’essere finalmente e totalmente adulti.
Così la prima scena è una carrellata che ci mostra la consumazione dell’azione, dell’inizio ma anche della fine di tutto: la giovinezza – la vita – l’innocenza che i nostri personaggi hanno in sé, è già racchiusa – custodita – abbracciata in quel sintagma di iper-emotività. A seguire è un espansione che Chen ci concede, con un flash back del passato che diviene presente e poi futuro, dove ancora una volta, a permanere nelle nostre percezioni sono quei lunghi silenzi enfatici accompagnati dalla soave melodia di un pianoforte mai invasivo, dove ogni istante è una prova d’Amore fotografato che si stampa su pellicola, fino alla tanta attesa resa dei conti, in cui esattamente come un cerchio, tutto finisce per poi iniziare, e tornare dove e come eravamo. Magica e malinconica estate. Che non ritornerà mai più ma che in fondo è sempre lì che ogni giorno pulsa e vive. Per questo l’opera di Leste Chen segue un percorso di transizione, per di più senza una micro-sbavatura nella gestione temporale della diegesi e dell’intreccio: tutto scorre nella dolcezza, a volte retrò come un melodramma d’altri tempi – a volte attualissimo come le serate di riflessione esistenziale che passiamo al buio nelle nostre stanze da letto, accompagnate dal nostro Cd preferito e da una sigaretta che è salvezza. In ogni caso, momenti da immortalare.
Non solo il Miglior Film del FEFF 2007, ma anche una delle opere più intense mai viste sugli schermi negl’ultimi anni.

 

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(20/05/07)

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