ERAGON

REGIA: Stefen Fangmeier
SCENEGGIATURA: Peter Buchman
CAST: Ed Speleers, Jeremy Irons, Sienna Guillory
ANNO: 2006


A cura di Pierre Hombrebueno

DI(ef)FETTI SPECIALI

Da super ignoranti quali siamo in questo sito ignorante di merda, il nome del regista di questo Eragon ci era totalmente sconosciuto. Stefen Fangmeier: chi cazzo è? Da dove cazzo spunta? Perché? Come? Di chi? Per chi? Così, armati di Internet Movie Data Base, facciamo una piccola e veloce ricerca, acquisendo che tale Fangmeier mai ha diretto niente in vita sua, infatti è un curatore di effetti speciali. Sorpresa! Il primo pensiero subentratomi, è un’auto-citazione di quello che già scrissi su Le cronache di Narnia:
“La scelta che ricade su un (ex?) uomo d’effetti speciali è in effetti, tutt’altro che ambigua, in quanto ricalca immediatamente l’intenzione ideologica della produzione: puntare sull’impatto digital-visivo plastificante, trasporre il libro non in un film, ma in effetti speciali. In fondo, quale altra finalità esistente in questo pianeta potrebbe nascondersi dietro questa scelta? Il fatto che a capo della direzione ci sia un tecnico computerizzante è il primo passo verso il declino di quest’opera tanto attesa(?) quanto voluta.”
Effettivamente, per facilitarmi il lavoro, potrei tranquillamente piazzare il link della recensione del suddetto film di Adamson, perché ogni parola scritta in quell’occasione, varrebbe a tutto tondo anche per Eragon. Ovviamente, non sarebbe una mancanza di fantasia della penna del sottoscritto (che in fondo sappiamo essere infallibile, nonostante ami fare la vittima), bensì un’occasione per aprire gli occhi su una cosa assai più triste e grave: a eccezione de Il Signore degli Anelli e Harry Potter, tutti i film fantasy sono bruttamente tutti uguali. Uguali in quanto inter-scambiabili. Uguali in quanto nati dallo stesso processo (anti)ideologico. Uguali perché (perché, poi?) messi in mano a non registi, ma tecnici. Tecnici e solo tecnici perché per essi l’estetica cinematografica si riduce ad essere schermo blu verde giallo rossa o quelchesia. Personaggi non più personaggi ma manichini che si muovono. Anestesia. E sappiamo benissimo che non ci si può nascondere nel “ma è il genere che è così”, perché Peter Jackson e Chris Columbus sono lì a dimostrarci l’esatto contrario. Forse ciò che manca è proprio la fetta di sogno, la voglia di creare qualcosa di astrattamente concreto, oltre quei cieli digitali e quei draghi impetuosi sputa-fuoco, una realtà nell’immaginario, un far vivere il post-modernismo sepolto di tutto tranne che dell’epicentro cinematografico.
Che Eragon sia “tecnicamente” ben fatto lo vediamo anche esplicitamente, grazie anche e soprattutto a due montatori come Chris Lebenzon (La fabbrica di cioccolato e La Sposa cadavere) e Roger Barton (Starwars: La vendetta dei Sith). Sottolineamolo: DUE montatori. Due montatori. Due. Si, Due. Ancora una volta a dirci che qui bisogna ricoprire il vuoto, la nullità, e che quindi servono più tappabuchi contemporaneamente, a rimarginare le ferite che perdono di sangue ogni secondo di pellicola. E infatti eccolo: il montaggio scattante, talvolta delirante, adrenalinico. Ma nel contempo stesso, ciò che permane è la freddezza dell’operazione decoupagistica, da laboratorio, che tenta di compiere il miracolo fallendo miseramente: quando un corpo è morto, è morto. E’ scientifica la cosa. Qualsiasi elettroshock del cazzo dai dottori (tecnici) più professionisti del settore può fare pochissimo o niente. Meglio un valium.

Per di più, e questo ci fa mettere la testa sotto la sabbia (un po’), abbiamo percepito con ogni insistenza l’Effetto G.B. Spiegiamoci: tra il gergo positivista, esiste un fattore che abbiamo denominato “Effetto G.B”. Un virus pericoloso, perché trattasi di denigrare o rifiutare un film perché certi elementi logici della storia non combaciano. Essendo noi della Scuola del “in un Opera Cinematografica la Storia non conta un cazzo” (contano le poetiche, i modus operandi, l’estetica-semiologica), abbiamo sempre guardato dal non farci contagiare da questo virus pericoloso, da cui però il sottoscritto non è riuscito a sfilarsi da Eragon, perché opera così contraddittoria, così palesemente confusa, susseguita da buchi infiniti a rigor di (il)logica che vanno a scadere nella comicità involontaria, se non nell’incazzatura (cazzo bisogna aspettarsi dallo stesso sceneggiatore di Jurassic Park 3?).
Questo ci induce a riflettere più profondamente sull’Effetto G.B e sulla sua effettiva veridicità o meno. Una riflessione che ci porta a questa deduzione formulata: le incongruenze storiche, se troppe e mostrate in modo esplicitamente dannose, toccano irrimediabilmente non più la corda della storia stessa, bensì del nostro modo di percepire o meno un’opera(azione). Spiegandoci meglio, in Eragon non manca palesemente la verità (o meglio, si, manca, ma chissenefrega), bensì la vero-somiglianza. E in quanto vero-somiglianza, l’illusione filmica. Cioè quell’apparato emotivo che possa legare l’oggetto al soggetto, lo spettatore al film. Perché vedendo 2 personaggi in fuga da migliaia di nemici (“siamo in pericolo, non abbiamo un minuto da perdere”) fermarsi nella scena successiva nel ruscello per giocare con le spade divertendosi, fa scadere ogni minima barriera coinvolgitiva. Si ha l’impressione di assistere a 2 coglioni. Ed in fondo è così, probabilmente.
Dunque si prosegue, tra un pessimo doppiaggio (sopprimete il drago vi prego), la morte del pathos, la morte della stessa morte (la disattenzione affettiva e psicologica per il lutto) e ovviamente, i combattimenti mozzafiati degni di un’acrobazia al circo. Con la differenza che al circo, almeno, non ricorrono abusivamente alla finzione dell’effetto (non poi così) speciale.

(27/12/06)

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