

SGUARDI D’AUTORE:
Elmore Leonard
Uno scrittore che pensa come un regista
A cura di Luca Lombardini
L’occasione
era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire.
L’imminente arrivo nelle sale italiane di Be Cool e la quasi contemporanea uscita nelle librerie
dell’ultima fatica di Mr.Leonard, non potevano
passare sotto silenzio. Elmore “Dutch” Leonard è un
simpatico vecchietto classe 1925, che sforna romanzi come un
aitante penna appena ventenne, e da circa quarant’anni
contribuisce a mascherare la crisi creativa degli sceneggiatori hollywoodiani,
rifornendo l’industria dello spettacolo con le sue storie, spesso tratte
dai suoi romanzi, ma altrettanto frequentemente messe nero su bianco
personalmente, appositamente per gli studios. La
carriera di soggettista e sceneggiatore inizia nel
1957 quando firma lo script di Un treno per Yuma, superbo western vecchia
maniera impreziosito dalla presenza di Glenn Ford e Van Helfin.
Successivamente si occupa della stesura di Hombre (1967), film interpretato da un Newman
a dir poco sugli scudi, e del suo terzo e finora ultimo western: Io sono Valdez (1971), pellicola impreziosita dalla presenza del
leggendario Burt Lancaster.
Fin qui nulla di strano si potrebbe dire, un buon romanziere che si cimenta con
il cinema, e invece il bello arriva proprio ora. Tre
anni dopo Io sono Valdez, Dutch consegna a Richard Fleischer la sceneggiatura di A muso duro, pellicola di
culto per tutti gli appassionati del giustiziere Bronson,
omaggiata anche da Quentin Tarantino
che ne mostra la locandina incorniciata nel camper di Madsen
del secondo volume di Kill Bill.
Leonard stacca con il cinema più o meno per una
decina d’anni, ma nel 1986 torna a far parlare di sè
grazie a 52 gioca o muori, una delle migliori performance del re del poliziesco John Frankenheimer, che deve i suoi natali proprio
all’instancabile stilografica dello scrittore di New Orleans. Passano
solo tre anni e la coppia Leonard-Ferrara realizza il
trascurabile Oltre ogni rischio, finora unico buco nell’acqua del nostro
scrittore. Ma il vero fenomeno Leonard
si abbatte come un ciclone sulla seconda metà degli anni novanta. E’ il
1995 quando con Get Shorty
(di cui Be Cool è il
seguito) esordisce sul grande schermo uno dei suoi personaggi più famosi: l’istrionico e mellifluo Chili Palmer
interpretato da un eccezionale Travolta. Il 1997 è però l’anno della
consacrazione, Quentin Tarantino
decide di basare la sua terza fatica di regista sul suo romanzo Rum Punch, dal
quale trae Jackie Brown. Il
risultato è la dilagante Leonard-mania, anche in
Italia cominciano ad arrivare, sulla scia di Rum Punch un po’ tutti i suoi
migliori lavori, prima quasi invisibili o perennemente fuori catalogo perché
distribuiti da piccole case editrici. Un anno dopo anche Soderbergh
si converte al Leonard-credo e con Out of sight ci regala la miglior trasposizione cinematografica di
un romanzo di Dutch, seconda solo al meraviglioso Jackie Brown.
La vera forza dell’autore di Mr.Paradise (sua
ultima pubblicazione), è quella di essere prima di
tutto un intrattenitore, con un grande talento nel descrivere le immagini.
Dotato di un illimitato bagaglio stilistico, grazie ad un sapiente uso della ellissi letteraria (eliminazione di alcune parole
della frase) mixato ad un frequente ricorso
all’anacoluto (assenza del nesso sintattico tra le parole di una frase), Leonard scrive i suoi libri come se stesse girando un
film;il lettore ha effettivamente l’impressione di vedere ciò che legge,
sensazione che viene accentuata dall’impiego di un participio presente
“visivo”, teso ad isolare l’unità spazio tempo per dare un’idea
di sincronismo tra parole e immagini. Dai suoi modelli, Steinback
ed Hemingway, Leonard ha
ereditato la passione per il dialogo e l’azione, strutture portanti dei
suoi romanzi da sempre privi di hooptedoodle
(descrizioni elaborate), che questo maestro dell’understatement
si guarda bene dall’utilizzare, preferendo, per far svagare il lettore,
dialoghi solo apparentemente insignificanti, basati sulle chiacchiere da bar.
Ogni romanzo di Leonard è scritto al plurale, lo
scrittore rimane in disparte per non esser di intralcio
al susseguirsi di corpus narrativi, che pagina dopo pagina si danno il cambio
come atleti di una staffetta ad ostacoli. Chi legge i suoi libri
si trova di fronte ad un abile dissimulatore, maestro nell’amalgamare
crime novel e black comedy, sempre attento ai
cambiamenti dovuti al gossip, alle mode musicali, alle nuove mafie, ai crack
economici, perché quella di Leonard è una comédie humaine della malavita a
stelle e strisce che non viene mai isolata dalla faccia pulita della medaglia,
ma amalgamata insieme ad essa. Altro punto di forza dei suoi racconti sono i
personaggi, perdenti anche nel lieto fine, criminali
di quart’ordine in camicia a fiori, spocchiosi
e nullafacenti, sempre alla ricerca del colpo perfetto, quello liscio come
l’olio che può cambiare la vita, ma incapaci di gestire al meglio
qualsiasi situazione, anche quella più apparentemente favorevole. Leonard li bracca in ogni situazione, immergendosi nei loro
slang di quartiere, farcendo di forme dialettali i suoi dialoghi allo stesso
tempo autentici e iperreali, illustrando ogni volta subculture sempre diverse raccogliendone verbo e
cadenza. Ogni suo romanzo, per quanto impolverato possa essere, non risulta mai datato, ma sempre fresco e al passo con i tempi.
Stephen King lo ha definito
il miglior dialogista di thriller su carta, Quentin Tarantino ha affermato che Leonard
è stato il primo scrittore ad avergli “parlato” con le sue storie,
e a giudicare dalla bellezza di Jackie Brown, c’è da credergli. Prima di scrivere queste
righe stavo gironzolando sul suo sito ufficiale, ed è li
che ho trovato questa battuta che in America pare essere molto popolare:
“Stavo per suicidarmi, quando ho saputo che Elmore
Leonard aveva scritto un nuovo
libro”……alzate il pollice dal cane e togliete la testa dal
forno, in libreria c’è Mr.Paradise.
(20/04/05)