ELIZABETH: THE GOLDEN AGE

REGIA: Shekhar Kapur
SCENEGGIATURA: Shekhar Kapur
CAST: Cate Blanchett, Clive Owen, Geoffrey Rush
ANNO: 2007


A cura di Luca Lombardini

ROMA 07’: GOD (?) SAVE THE (IRON VIRGIN) QUEEN

Il kolossal storico sta al cinema come il McDonald sta alle catene di ristorazione: nonostante vanti una schiera infinita di detrattori e di sospettosi, non passa mai di moda
. Quando ci si trova a corto di storie da raccontare, infatti, non sembra esserci nulla di meglio che attingere a piene mani dalla storia, quella vera, per impostarvi non una sola pellicola, ma addirittura una trilogia. Elizabeth: the golden age è il secondo lato del triangolo di celluloide ideato e progettato da Shekhar Kapur, che ha come obiettivo finale quello di mostrare le conseguenze di un potere assoluto racchiuso nelle mani di una sola persona. L’autore opta per un’immediata centralità spaziale e visiva degli interpreti principali, la macchina da presa viene messa non in primo, ma addirittura in terzo piano, pronta a scarificare ogni eventuale movimento ardito e poco conciliabile con l’occhio e il gradimento dello spettatore “medio”, sull’altare di corpi nobili prima e di una scenografia sfarzosa e imponente, figlia del lusso e della bambagia più assoluta poi. Fermo restando alcune sequenze sicuramente intriganti (la regina che passeggia tirannica progettando l’opposizione all’Armada sulla cartina geografica, ad esempio), Elizabeth: the golden age si rivela fin troppo presto per quello che vorrebbe essere ma purtroppo non è; e il messaggio di partenza cede quasi subito il passo ad un’operazione prevedibile, un superficiale rincorrersi di tessuti, spezie, vizi, virtù, palpitazioni e colori, che di superficiale ha troppo e di profondo fin troppo poco. Un compitino eseguito con sufficiente impegno enfatico e nulla più, ripreso con una regia spocchiosa e pomposa, e immortalato da una fotografia sfavillante, capace di superare ampiamente i limiti del kitsch. Kapur opta per la via più breve e meno rischiosa, commettendo, però, tutti gli errori nei quali un regista vero non dovrebbe incappare, e questo secondo episodio si trasforma ben presto in un film per scolaresche, pagando dazio in termini storici alla dicotomia inglesi buoni spagnoli cattivi, tanto semplicistica e potenzialmente accattivante in chiave cinematografica, quanto culturalmente errata. Detto che da un film così non ci si aspetta certo che sia la ricostruzione fedele degli eventi a caricarsi sulle spalle la responsabilità di fare da motore alla narrazione, sarebbe errato non sottolineare che tale scelta non porti ad altro se non a soffocare l’intento di partenza del progetto (non una crociata antispagnola, bensì una presa di posizione contro il periodo dell’inquisizione e l’errata presunzione/convinzione di voler interpretare soggettivamente la parola di Dio), facendolo assomigliare un po’ troppo pericolosamente a quello che non vorrebbe essere. Ma Elizabeth: the golden age è soprattutto un film di personaggi, sui quali svetta, maestosa, la performance di un’ispiratissima Cate Blanchett. Kapur gioca d’astuzia anche in questo caso, relegando a tappezzeria gli attori di talento (Geoffrey Rush) e traendo il massimo del minimo dalla posa monodimensionale di un impacciato Clive Owen che, detto fuori dai denti, nei panni del pirata avventuriero non si può proprio vedere. Ecco che la bionda australiana ha vita facile nel mangiarsi la scena e fare piazza pulita di comprimari e comparse, vuoi perché ormai a suo agio nei panni di Elisabetta, vuoi perché interprete principale di una pellicola di gran lunga più piccola di lei e della sua bravura. La sua interpretazione della “vergine di ferro” arriva a sfiorare passaggi iconici, finendo per rivelarsi, tra protestanti e cristiani, come l’unica divinità da riverire, un po’ natiche bianche da baciare sottomessi, un po’ madonna incapace di amare altro che non sia se stessa o il suo popolo. In conclusione, un “parte seconda” di cui non si sentiva certo la necessità, un passo falso che, ricordando la bontà del primo episodio, si spera di poter dimenticare con l’ultimo atto della trilogia, percorso questo, da considerarsi tutt’ora in progress.

(29/10/07)

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