EDITORIALE – A
CURA DI PIERRE HOMBREBUENO
SUSHI & FRICO: UN DIRITTO DI
TUTTI
(ASPETTANDO IL FAR EAST FILM FESTIVAL 08’) – 15/04/08
Il countdown sta raggiungendo il suo culmine di calore, ancora pochi giorni e
risuoneranno nuovamente fra le nostre vene, come pulsioni narcotiche, l’audiovisività alcoholic kind of mood del Far East Film Festival, la maggior manifestazione europea
dedicata al Cinema dell’Estremo Oriente.
Chi ci segue da qualche tempo sa del nostro amore afrodisiacamente
incondizionato e nerdificato per questo Festival, che
quest’anno giunge pure alla sua Decima
Edizione, un primo importantissimo traguardo che ha inciso nel modo più positivo e brillante possibile: un programma coi contromaroni come non se ne vedevano da anni. Si apre col
patrocinio di Hideo Nakata, colui che con Ringu rivoluzionò il modo di fare Horror in patria e nel
mondo, e si chiude con Johnnie To, forse ormai il regista asiatico più ricercato e piazzato
nei Festival di tutto il mondo. Di loro vedremo ben due film a testa: L change the world
(l’atteso spin-off dei Death Note avvistati proprio in quel di Udine l’anno scorso) e Kaidan per
l’autore giapponese, Mad Detective e Sparrow per il
Maestro Hongkonghese. Si delineano
bellissime immagini all’orizzonte, immaginando anche la fatica dello
staff udinese nel portare al Fest due personalità
ormai così internazionalmente accreditate: come di consueto, abbiamo già una
piccola vittoria ancor prima dell’aprirsi delle porte.
In mezzo, tante-troppe pellicole per cui strapparsi i
capelli, dall’ultimo lavoro del sempre-verde Takashi Miike, Crows Zero, pronto a regalarci orgasmi multipli con tanto di sangue rock
n’ roll, fino all’arrivo di uno
degl’autori più cult fra i positivisti, Edmond Pang, che ha curato anche la sigla queer del festival, sprizzando coolness
da ogni angolazione. E ancora: gli ultimi film di Ching Siu Tung, Oxide Pang, Jin Ho-Hur, e chi più ne ha ne emetta. Nomi che almeno sulla carta, ci danno quella
garanzia di cui abbiamo bisogno per partire col massimo dell’entusiasmo cinefilo, quella trepidante attesa per questo che consideriamo l’evento cinematico
più elettrificante nel nostro territorio. Il resto è curiosità e gioia della
scoperta fra più di 50 opere che verranno sparse come
oro nello spazio dal 18 al 26 Aprile in quel di Udine, pronta a trasformarsi
ancora una volta in una piccola-grande capitale, centro-vitale del Cinema
Orientale (che è sempre vivo oppure non è mai esistito), di questi fantasmi
evanescenti denominati “film”, nuovamente lì a disturbarci,
scoparci, insegnarci. Nuovi vasi di pandora destinati ad
aprirsi generando caos ma anche stupore, didattica ed intelletto, eiaculazioni
precoci o metabolizzanti, in ogni caso, tripudio.
Abbiamo
tutti troppo da imparare, e il Far East Film Festival dimostra
ancora una volta di essere tra i professori migliori. Anche e soprattutto
perché ama ubriacarsi coi suoi allievi.
Che
altro dire, vi ordiniamo di presenziare a Udine!
Per maggiori info: http://www.fareastfilm.com
CERTE COSE CHE NON DOVREBBERO SUCCEDERE..
– 27/03/08
Ma che invece succedono. Come andare, e non è la prima volta, in un fottuto blackout del nostro amato portale, che però
stavolta dura più del previsto, tanto da soffiarsi quasi interamente il mese di
Marzo, portando danni redazionali, report che
arrivano in ritardassimo (Berlino), e articoli/visionicritiche che forse non vedranno mai più il fiorire
del sole (i pre e i post-Oscar), dimenticati
nell’oblio dell’incazzatura.
Stavolta l’abbiamo vista veramente brutta. Positif
è morto. Evviva Positif. La fottuta
paura e la fottuta tristezza che il lavoro (ormai
giunto alla sua quarta stagione) svolto negli ultimi
anni sia sparito nell’aria come bolle
d’acqua. Sottolineamo ancora una volta che sono
problemi totalmente indipendenti da noi, che stiamo
solamente rannicchiati sotto il tavolino a grattarci le palle e fumando una
sigaretta in silenzio. Semplicemente, ci sono persone che non sanno fare il
loro lavoro (o perlomeno lo fanno molto molto molto male).
Esatto: certe cose che non
dovrebbero succedere, ma che succedono. Un po’ come svegliarsi una mattina e
ritrovarsi un bel brufolo gigantesco sul culo.
Ma che cazzo d’altro fare,
quando ormai il danno è fatto. I problemi tecnici, ahimè, fanno parte
del giro, si vede che noi siamo solamente più sfigati
degl’altri, che rischiamo ogni sacrosanto giorno di andare verso la non
esistenza, risucchiati da questa tecnologia virtuale che ama ancora prendersi
gioco di noi.
Non rimane che rollarci una bella sigaretta, rimboccarci
le maniche, e cercare di riordinare un poco questo caos che ci ha sommersi di impercettibili valanghe malinconiche, una
pulizia e un recuperare graduale, che comunque continua a lasciarci un certo
amaro in bocca.
I Coen hanno fatto in tempo a vincere
l’Oscar. I David di Donatello han fatto in tempo a dimostrare nuovamente quanto siano
poco affidabili. Edison Chen ha fatto in tempo
a scoparsi mezza industria del Cinema di Hong Kong. E
domani, uscirà pure il nuovo film di Wong Kar Wai. Non mettiamo ancora
la mano sul fuoco per My blueberry nights (aka: Un bacio romantico), essendo questi dei giorni
strani, palesemente retrò, che ci inducono di più a
ripensare nuovamente al passato, quegl’anni
90’ (di cui Wong fu proprio uno dei
massimi espositori) che ogni tanto ritornano sempre a galla dallo scavo filmico
color neon e juke-box. Allora, quell’immagine in copertina non solo ci calza a pennello, ma è
addirittura fottutamente commovente – sognante
– intrippante – densa e maestosa.
In cerca di ordine, riscaviamo dagl’archivi positivisti due dei nostri evergreen più amati: Hong Kong Express e Angeli
perduti, per noi probabilmente il binomio più importante di tutto il Cinema
degli anni 90’, sia da un punto di vista formale che emotivo, in quanto
film che giustificano il perché di notte ci ritroviamo fottutamente
a parlare coi nostri peluche.
Tutto questo, tentando di tenerci aggrappati all’ancora di salvataggio
esistenziale.
Questo Febbraio 2008 è proprio un mese turbolento per Hollywood (e di
conseguenza, per tutto il mondo Cinematografico), ancora in semi-shock per la
morte di Heath Ledger,
come confermano le recenti e commosse dichiarazioni di Daniel Day Lewis sia al talk-show di Oprah che alla cerimonia di premiazione degli Screen Actors Guild, il sindacato degli attori U.S.A.
Come se non bastasse, continua e pervade incessantemente lo sciopero degli
sceneggiatori, che ha già messo al muro la Foreign
press association costringendola ad annullare la
cerimonia dei Golden Globes, finita dunque ad
annunciare i suoi vincitori solamente attraverso una conferenza stampa molto
poco eccitante e ancor meno emozionante. La domanda che ora mette sotto assedio
tutto il System si direzione quindi verso la prossima
Notte degli Oscar: Si farà? Non si farà? La cerimonia sarà gambizzata se non
addirittura fottuta? O si andrà direttamente a fare la conferenza stampa come i
Globi? Domande ancora senza risposta, tutto ciò che sappiamo è che l’Academy sta cercando di trovare un accordo con la Writers Guild,
affinché la Notte delle Stelle possa brillare del suo solito glamour
indisturbato e terribilmente affascinante. Certo è che se la cerimonia fosse annullata, oltre ad una grave perdita economica, il
tutto sarebbe anche una mancata occasione festiva per i cinefili.
Inutile fare i fottuti snobboni, noi AMIAMO
guardare gli Oscar. Lo consideriamo una sorta di neo-capodanno, occasione non
solo per stare insieme o ri-acchiappare quel pezzo di sogno hollywoodiano che
tanto ha brillato e tanto brillerà ancora, ma anche e soprattutto per il cultismo di quell’amalgamarsi
ritrovato dei miti: Clint Eastood che consegna il Premio alla carriera ad Ennio
Morricone / Martin
Scorsese premiato da Spielberg-Lucas-Coppola
_ giusto per rimanere nella precedente edizione. Immagini e
frammenti che non possono lasciare l’indifferenza a nessuno che osi
chiamarsi cinefilo. Gli Academy
Awards sono pura emo-zione. E
ovviamente anche di frequenti incazzature, ma quelle
sono altre storie per altri approcci. Nell’attesa di sapere se la
Cerimonia si farà o meno, non ci rimane che tenerci
aggiornati con le Visioni delle pellicole candidate, che proprio in questo
Febbraio arriverà al suo culmine di uscite con Il Petroliere di P.T Anderson, Non
è un paese per vecchi dei Coen, Lo
scafandro e la farfalla di Schnabel,
Sweeney Todd
di Tim Burton,
et altro ancora, mentre già si trovano negli scaffali
delle dvdteche film come Espiazione di Joe Wright, e tra
qualche giorno, Michael Clayton
di Tony Gilroy.
Breve commento spensierato sulle Nominations: Ci
sembrano strane. Più strane delle scorse edizioni. Chi ci ha seguito negl’ultimi mesi sa del nostro rifiuto per il
bruttissimo film di Gilroy e la nostra duplice
(ma ancor ambigua) antipatia per l’opera di Wright.
In questo senso gli Academy Awards si rivelerebbero la solita ciofeca,
eppure tra i candidati si scorgono anche nomi non solo
portatori di una garanzia o attesa sbavosa (P.T Anderson, Jason Reitman), ma
addirittura sorprendentemente nuovi per un’istituzione antiquata come
l’Academy. Dico: persino Julian Schnabel
nominato fra i registi? Allora è proprio vero che questo piccolo club elitario sta allargando sempre più i propri orizzonti di
anno in anno. Ciò confonde maggiormente le carte, e rende il tutto più
interessante nonché intrigante.
IN MEMORIAM: HEATH LEDGER – 23/01/08
Ora qualcuno ci darà pure del marchettari, perché non abbiamo scritto niente alla
sorpassata di Bergman e Antonioni,
mentre ora lo facciamo per Heath Ledger. Ma la verità è che, e questa non ce la può
togliere nessuno, a Heath vogliamo più bene,
perché semplicemente rappresenta uno dei nostri specchi di vissuto e immaginato
(idealizzato) positivista, il suo-nostro spirito
re-impresso in quel incarnarsi cinematografico e fantastico,
proiezione di sensi, modi di essere, totalmente punk, rockstar, enfasi della dolcezza sempre silenziosa proprio
come Ennis Del Mar, il nostro sentire più queer, più tangibile e tangente, addirittura rivoluzionario
e miracoloso, ormai dritto in memoria, inciso ed intagliato, flash indelebile.
Non ce lo aspettavamo proprio, Heath.
Ci hai colti di sorpresa, come un Dio del rock
n’ roll che magicamente, all’improvviso,
sparisce nel nulla lasciando lacrime ai suoi tanti fan, esattamente come il tuo
ritratto soverchiato di Bob Dylan che coesiste
nella non esistenza, nel non esserci. Ciò che c’è, rimane, e rimarrà,
sono i tuoi ritratti in cui tanto ci siamo specchiati e tanto ancora ci
specchieremo. Quella disperazione nel non riuscire neanche più a respirare di Monster’s ball, decadente,
auto-distruttivo, e per questo così maledettamente attraente
e magnetico, proprio come anni dopo in Paradiso+Inferno,
probabilmente l’ultima vera performance grunge
degl’ultimi anni su quel telone bianco che amiamo chiamare Cinema, ma che
in realtà è ormai piscina di vita in cui nuotiamo convinti di riuscire a
conoscere e migliorare quel qualcosa di noi che ancora non riusciamo a
controllare.
Eppure, come
tutte le medaglie, anche tu hai il tuo rovescio, quel viso che è pura
perfezione, quando ancora ti conoscevano solamente come “il figlio di Mel Gibson nel Patriota”.
Ammetto che all’epoca ti snobbavamo quasi
totalmente, in fondo eri solo l’ultimo degl’idoli delle giovani
fanciulle a cui hai rubato il cuore, e a noi non piacevi neanche un po’.
Ti avremmo amato dopo, in tutta la tua completezza e versatilità, e da lì a
poco ancora non sapevamo che saresti diventato il
nostro nuovo James Dean.
Che
sorpresa vederti in Casanova, dove ci hai lasciato intravedere il tuo
lato più solare e colorato. Allora dopotutto non sei solo
implicita disperazione alla Marlon Brando
o Kurt Cobain,
ma anche ludicamente carnevalesco, tinto zucchero
filato e sapor caramello.
Per questo si, sei tutto ciò che del Cinema abbiamo
voluto essere o siamo. Figlio testardo ma cavaliere coi
suoi principi, disperato ma in cerca del sogno, dongiovanni ma evocativo come
il Mare, contemporaneamente Queer e Playboy, Cowboy e
Joker; immaturo ragazzo dai capelli che gli coprono
gli occhi, che ama disperatamente nel suo soffrire silenzioso ma così forte da
scuotere le nostre lacrime. Six months
off for bad behaviour.
E’ ormai nostra affettuosa abitudine dedicare parte del palinsesto
d’inizio annata al Future Film
Festival di Bologna (http://www.futurefilmfestival.org/it/festival), giunta alla
sua decima edizione che aprirà le proprie porte esattamente domani sera, per
poi proseguire fino a Domenica 20 Gennaio.
E’ una manifestazione che ci piace non solo perché
un Festival di Giovani e per Giovani, con un’aria sempre techno-cool e relax che pervade il lavoro allontanandolo
dallo stress di altri Festival più grandi, ma anche
per il suo saper esplorare quel certo Cinema ignoto che è come sempre,
arricchimento culturale da parte di un Cinefilo
disposto a tuffarsi in nuovi territori raramente esplorati o esplorabili. Il Future ci arrapa per
quel suo certo gusto di curiosità, capace di alimentare l’interesse di un
pubblico nerd fanatico delle nuove tecnologie, con la
presenza in cartellone di incontri con casate come la Weta,
Pixar, Industrial
light & magic et affini, senza scordarsi però
quella necessaria attenzione di uno sguardo rivolto al passato, quello scavare
di pezzi più unici che rari, che in questa Edizione vedrà il suo fiorirsi con
una vera chicca, la micro-rassegna dedicata alla Toei Animation, lo
storico studio giapponese che ci riproporrà classici d’animazione made in japan anni 50’ e
60’. Allora il Future Film Festival
non sarà né glamour né autoriale, ma nel suo piccolo,
riesce a prefigurarsi non tanto come semplice rassegna filmica, bensì come vero
e proprio filo rosso capace di coniugare passato-presente-futuro,
sempre e comunque illuminazione degl’occhi e dei sensi, trepidazione
dell’attesa e della (ri)scoperta.
A completare il programma, tra anteprime tamarre (Aliens vs Predators 2), cyber-movies (Ben X di Nic
Balthazar), fantasy (Ge ge ge no Kitaro
di Katsuhide Motoki)
e fantascienza (Black sheep di Jonathan King), una
pioggia di altre opere d’animazione, sia cinematografiche che televisive,
con occhio particolare a quella latino-americana, spagnola, e ovviamente,
quella orientale che tanto piace alla nostra Redazione, non a caso quest’anno la sigla del Future è stata proprio
prodotta dalla MadHouse, la stessa casa madre
dell’anime di Nana, il fenomeno jappo-animato
tratto dal Manga di Ai Yazawa che ha
invaso anche gli appassionati italiani, e i cui primi episodi, guardacaso, passarono proprio alla scorsa edizione del
Festival bolognese.
Noi, dunque, ci piazzeremo come vedette, cercando di darvi il massimo possibile
della copertura, ri-tingendo ancora una volta le nostre pagine di sguardi
prevalentemente rivolti verso l’ignoto al di là, senza ovviamente trascurare
le pellicole in arrivo fra le nostre Sale in questo Gennaio ormai entrato nel
vivo della stagione cinematografica, con AngLee-RobZombie-Kechiche
già atterrati, e Ridley Scott/Sean Penn in dirittura
d’arrivo.
DON’T BE PLASTICINE – 08/01/08
Di riflessioni su riflessioni. Radunati in tavola per l’ultimo Paff, riunione redazionale très
privè tra i positivisti, e l’affermazione
scaturante del nostro Nicola Cupperi:
“Ma a dire il vero non siamo noi ad essere troppo avanti, sono gl’altri che sono troppo indietro”.
Scavi di (auto)coscienza a parte, nonché di solleticazioni cool tipicamente
da “noi”, a ripensare ancora una volta alla nostra piccola italietta di giovini ormai senza più spirito critico,
rinchiusi in quella caverna mitologica ad osservare ombre sulle pareti, ormai
increspati di desolazione. E va bene, non faremo più neanche nomi, fra quegli
amici-colleghi che pululano riviste di Cinema,
“più occupati a fare public relations che
altro”, ma la cosa più fottutamente triste è
invece notare come persone con un’intelligenza alle spalle si copra gli
occhi e le orecchie arrendendosi alla vogue, e che
strano caso che proprio in questi giorni, Filmtv,
una rivista che abbiamo sempre apprezzato, sia stata abbandonata dalla sua
schiera storica (Emanuela Martini, Bruno Fornara,
Goffredo Fofi tra i tanti), personalità che a
questo punto meritano un grandissimo standing ovation,
e la motivazione la si capisce leggendo l’ultimo numero della Rivista
(passata alle direzioni di Aldo Fittante),
dove il bagliore critico si spegne pian piano per dare spazio alle trame. Si,
le trame. Perché a quanto pare è ciò che il pubblico
(quelli “troppo indietro”) pretende. Cioè
leggere, in una recensione, 8 righe di trama e 2 di aggettivi.
Ora, non voglio star qui a puntare il dito contro il neo-direttore. Le leggi
del mercato sono quelle che sono. Però il Fittante-Pensiero è semplice: “Se gli altri
sono troppo indietro, adeguiamoci a loro e andiamo indietro anche noi”. A
questo punto la strada è totalmente intrappolata. Facce da scimmie. Si fa il fottuto fan service, e a dire il
vero non sentiamo il bisogno di un’altra rivista emule
di Ciak, dove l’intelligenza si inginocchia all’ignoranza
perché stare insieme alla massa fa sempre più comodi al tornaconto delle proprie
tasche. Ma la verità è che ci troviamo dritti davanti
ad un genocidio della razza cinefila. Permettetemi di
dire: fottuta tristezza.
E allora si, va bene, non sono i positivisti ad essere
troppo avanti, ma sono gl’altri ad essere troppo
indietro. Ma perlomeno Noi abbiamo sempre cercato di
lottare portando avanti le nostre idee e i nostri principi. Si può affermare
che siamo fottutamente sboroni,
se volete anche fottutamente ignoranti, delle
autentiche merde, ma se c’è qualcosa che NON si
può dire di noi, è che abbiamo tradito la nostra coerenza ideologica per
piegarci a volontà esterne.
Perché se puntassimo a leccare il culo,
probabilmente ora, al posto di Positifcinema,
vi ritrovereste un clone di Filmup, senza
offesa ai nostri amici che lavorano lì, ma penso lo sappiano benissimo anche
loro, più di noi stessi.
La nostra redazione non riporta mai le trame dei film se non quando servono per
spunti riflessivi, perché siamo convinti che un Cinefilo
che legge un Articolo di Cinema se ne debba sbattere i
coglioni della Storia. Non abbiamo mai fatto le
classifiche dei divi più fighi e delle donne più arrapanti di Hollywood, perché non ce ne frega
assolutamente nulla. La sezione News è stata tolta dopo neanche un mese,
perché alle notizie privilegiamo le riflessioni. Non
ci siamo mai curati nemmeno del formalismo accademico che ci insegnano
testardamente a scuola, perché è fottuto terrorismo
contro la creatività individuale. Di questo abbiamo pagato e stiamo pagando il
prezzo: Positifcinema è probabilmente tra i
siti del settore meno letti in Italia.
Ma perlomeno di notte dormiamo tranquilli e orgogliosi
di questo nostro contenitore, che continua a rimanere una delle ultimissime
ancora libere, intelligenti, indipendenti, con il coraggio e la voglia di
cambiare le cose. Rimarremo fedeli alla nostra Linea Editoriale andando ancora una volta controcorrenti, perché amiamo troppo il Cinema per
ridurlo a semplice chiacchiericcio semi-pettegolo fra comari.
E con noi i nostri lettori, piccola ma grande schiera di aficionados, la prova oggettiva che esistono ancora persone
che non sono rimasti indietro ma che anzi, puntano avanti. A
voi, ovviamente, come sempre, i nostri primi brindisi e ringraziamenti di
questo 2008.
Il Positivismo non muore mai. Don’t forget to be the way you are.
Non dormo da giorni.
Esattamente da quando ho visto le prime locandine (e successivamente,
il trailer) di Paranoid Park, ormai in
uscita venerdì prossimo. Che poi, Gus
Van Sant è un regista
strano. Continuo a ritenere Elephant e Last Days tra i
film più lucidamente e gelidamente Magnifici degl’ultimi
anni, e contemporaneamente più penso a Will
Hunting o Scoprendo Forrester,
più le ritengo merde. Però
rimane in me la vaga impressione da terzo occhio che Paranoid
Park sarà uno dei film più evocativi della stagione.
Non dormo da giorni.
Cercando di scrivere qualcosa su La valle di Elah, l’ultimo film di Paul
Haggis visto in quel di Venezia. Un’opera
matura, che conferma (non senza aumento della mia auto-stima nonché
sboronia) il barlume di potenzialità che vidi in Crash.
Fui uno dei pochi ad averlo difeso, quando uscì nelle sale ormai 2 anni fa.
Ora, con questo nuovo film, tutti i miscredenti dovranno prostrarsi ai piedi di
Haggis, la cui poetica è di provenienza
esplicitamente Eastwoodiana. Anche
e solo per questo, da Amare a priori.
Forse, presto o tardi, riuscirò a terminarla, la recensione. Non prima di aver
rivisto il film, comunque.
Non dormo da giorni.
Cioè da quando ho rivisto il dvd
di Hong Kong Express di Wong Kar Wai, che continuo a
ritenere il film più bello-importante-emblematico di
tutti gli anni 90’.
E più ci penso più ho paura a vedere il suo ultimo My blueberry nights, dopo il calo, di pochi passi alla volta - ma
passi percettibili, degl’ultimi tempi.
Sarà anche per questo che non sono al Torino Film
Festival.
Non dormo da giorni.
Cercando di elaborare mentalmente almeno 500.000 frame
di Takeshi Kitano.
Contavamo di terminare lo Speciale in Novembre, ma ci tocca (giustamente)
prolungarlo almeno fino a metà del mese. Gli farà buona compagnia David Cronenberg, i cui sguardi sono iniziati già la scorsa
stagione, e che vedremo di continuare in vista dell’uscita di Eastern promises il 14 Dicembre. Anch’esso
è in anteprima al Torino Film Festival. Ma perché diavolo non sono a Torino?
Non dormo da giorni.
Ma poi, chi diavolo c’è a Torino dei nostri? A
dire il vero direi un po’ tutti.
Cupperi c’è accampato
dall’inaugurazione, in buona compagnia di Compiani.
Tavola è saltato su un giorno dal nulla, quasi
apposta per l’ultima opera di Edmond Pang (cazzo, però un micro-specialotto su di lui dovremmo farlo, presto o
tardi). Ticchi dovrebbe presenziare in maniera fantasmatica solo per l’anteprima di Eastern promises.
Si… tutti e nessuno. E per nessuno ovviamente intendo me.
Perché se non dormo da giorni, perché diavolo dovrei
essere a Torino?
Non dormo da giorni.
Pensando all’ultimo film di Francis Ford Coppola, Un’altra giovinezza. A prima
uscita gli piazzai il 2 cuoricini (come il resto della redazione, tra
l’altro), ma se sono già passati quasi 10 giorni da quando l’ho
visto e ancora ripenso a molte scene ed inquadrature del film, vuol dire che ho preso un granchio. E se
sono già passati quasi 10 giorni da quando l’ho visto e ancora ripenso a
molte scene ed inquadrature del film, vuol dire che tale film è un Capolavoro.
Da 5 cuoricini.
Però io, non dormo da giorni comunque.
FUORI
ARGENTO. DENTRO KITANO – 04/11/07
A dire il vero, per questo mese di Novembre i positivisti volevano preparare
uno speciale su Dario Argento, anche per cavalcare, una volta tanto, la
tradizione dei film horror sotto Halloween.
Uno speciale d’Amore, attendendoci, con grande
sicurezza, il nuovo Capolavoro, in quanto come già detto altrove, qui dentro, insieme
ad altri pochi là fuori, figurano entità che hanno sempre difeso e amato
l’autore di Profondo rosso, nonostante siano già tanti anni che la
critica (o pseudo-tale) distrugge ogni suo film che
esce in sala. Ma è proprio vero che ogni tanto i
programmi vanno a puttane, anche se stavolta sia la nostra pigrizia sia i
terroristi lanciatori di virus centrano niente: Crisi della sera del 31
Ottobre, Visione (de)sincronizzata de La terza madre, e crolla ogni
piano; il film è brutto. Anzi, di più: è pessimo. Cuore spezzato, ancora sotto
shock e leggermente impappinati, un po’ come essere
cornificati dalla propria ragazza, quella troia che nessun altro voleva più se
non te e unicamente te, ma che nonostante ciò, dopo decenni di convivenza, te
l’ha messo nel culo lo stesso. Forse proprio
per questo motivo lo speciale su Dario Argento poteva comunque
essere idoneo, per scaricare le frustrazioni da abbandono, con quelle lettere
d’odio che però invocano in lontananza l’amore passato. Eppure,
proprio per non rischiare di annaspare l’ (ex)
amore, quello che Argento di buono ha fatto nell’arco della sua
carriera / quella che la nostra morosa ci ha dati in termine di memoria e mood
(si, rimangono solo quelli), abbiamo deciso all’ultimo minuto di cambiare
direzione e pianificazione. Meglio lasciare la troia a
invocare cazzi altrove.
Ed è qui che arriva la proposta “last
minute”, guardacaso dal nostro ultimo compagno
d’avventure Nicola Cupperi: “perché non facciamo uno speciale su Takeshi
Kitano?”.
“Come? Kitano? E
perché mai? Perché proprio ora?”. Ciò,
effettivamente, non è una domanda insensata, ma a dire il vero c’è una
cosa che accomuna i due registi: ad entrambi la critica ha ormai voltato le
spalle. La differenza è che La terza madre non fa altro che dare ragione
ai tanti detrattori di Argento, mentre
l’accoglienza riservata agl’ultimi due film di Kitano
non fanno che dimostrare proprio la cosa opposta: la critica ha ancora il
brutto vizio di non conoscere il Cinema e i suoi Autori. Come sempre, dunque,
siamo in territori contrastanti, divisi, bombardati e bombardanti.
E non è un buttarsi sulla prima gnocca trovata per
strada dopo il tradimento della morosa, perché in fondo era solo questione di
tempo: Presto o tardi uno speciale sul regista di Sonatine e Hana-bi doveva arrivare, dunque, perché ritardare i
tempi? Perché aspettare un’eventuale uscita in
sala del suo ultimo film, quando è palese che ormai andrà dritto nei canali
satellitari e nell’home-video? Si, Kitano
nemmeno viene più distribuito in sala. Anche e soprattutto per questo, ora più che mai, uno
speciale dedicato a Lui è sacrosanto giusto e doveroso.
E’ un fottuto e cazzuto
segno del destino: Novembre in suicidi artistici ed evocazioni binomici, tra pistole volanti _samurai ciechi,_bambole d’amore_e ovviamente, quei due punti d’arrivo che
corrispondono a Takeshis’ e Kantoku Banzai,
ritenuti dai più le opere peggiori del regista giapponese, ma in verità le più
importanti ed esplicative non solo della sua filmografia, ma addirittura di
tutta la sua personalità e vita artistica.
E parlando proprio d’Arte, dopo le digressioni (auto)riflessive in Deep Focus, riapre
anche la nostra sezione dedicata a tutte le altre forme espressive
extracinematografiche, Intermezzo, il cui articolo
d’apertura è dedicato a nientedimeno che alla pittura e alla fotografia
di David Lynch, in Mostra proprio in questi
giorni (e fino al 13 Gennaio 2008) in quel di Milano. Urge una visita, se
ancora non ci siete andati.
SUL BLACK OUT – 17/10/07
A dire il vero non sappiamo ancora che diavolo di diomondo
sia successo. Rimane il fatto che il nostro Portale
non è mai stato in fottuto blackout per così tanto
tempo. Praticamente tre settimane, prima di un buio
totale e glaciale, prettamente sado-terroristico e apocalitticamente kubrickiano, se
la situazione non fosse stata così perennemente pratica e concreta nella
propria astrazione intrippata e visiva.
E poi, di quella scritta “Registrato e Ospitato da Revhost”
che diventerà successivo fastidio (se non addirittura causa di bestemmie),
incapacità di poter fare qualcosa, intanto che il tempo scorre veloce e
doloroso, mentre là fuori, le immagini continuano a
proiettarsi fra le sale, e i ricordi si inscatolano sempre più in un punto
irrecuperabile, dove la voglia di tirare fuori la penna è fermata da una
depressione paralizzante.
Incontabili e-mails per tentare di indagare/capire
chi diavolo ha osato sabotarci. Solo una frase ricorrente: “Tutti
i maledetti server sono down”. Ed è stato un piccolo grande allontanamento,
non solo perchè ci ha praticamente
troncati la copertura veneziana (che ora come ora non sappiamo più nè come nè se riprendere), perchè qui si tratta anche di fottuti
18 giorni di evocazioni perse, di eventi ormai alle porte, di focus infossati. Insomma, ci troviamo in
un fottuto casino organizzativo, come se non fossimo
già abbastanza disorganizzati per conto nostro prima.
Ma teniamo il sangue freddo, cercando di accendere l’ultima sigaretta tra
un Fassbinder in post-post-recupero
e l’esperimento concettuale degl’ultimi gigs dei Nine inch nails come scudo
intellettuale di ripresa redbullica.
Nel frattempo, brindisi redazionale per il nostro ritorno all’etere. Aspettando di recuperare tutto il recuperabile, tentando stavolta
di sfuggire al tempo perduto e di velocizzare i battiti cardiaci, esattamente
come fece quella Girl who leapt
through time di Hosada, non solo un
trattato teorico sul tempo cinematografico, ma una suggestione che è anche la
prima immagine flashata che attraversa il cervello
del sottoscritto in questo stesso istante, in questo Editoriale improvvisato
– improvvisatissimo (ma alla fin fine, quando cazzo mai non lo è?), dopo che 5 minuti fa ci hanno
annunciato del ritorno in attività.
You can’t kill us motherfuckers.
GLORIA ALL’AUTORE (ASIATICO) – 27/09/07
Ve l’avevamo promesso agli sgoccioli della
scorsa stagione, e noi manteniamo sempre le promesse: (Ancor più) Maggior
bombardamento di Cinema Orientale fra le pagine positiviste. Ed in fondo, i
nostri lettori sanno bene quanto noi di Positif
abbiamo sempre amato in modo particolare questo Cinema, e ancora una volta,
guardandoci indietro dal ritorno in caserma dopo Venezia, capiamo di non esserci affatto sbagliati.
Non un caso l’ingresso in scena ufficializzato
del nostro Nicola Cupperi, il terzo Beat del
mondo dopo Takeshi e Kiyoshi, che arriva rockeggiando
fra le note di Linda linda linda,
ri-presentandoci l’incessante Spedizione Asiatica da quel che fu
l’ultima Mostra del Cinema.
Già Cannes (e ancor prima Berlino) ce l’aveva dimostrato (o
meglio, confermato, come se ce ne fosse ancora bisogno): Il Cinema Orientale è
ormai infermabile. E’ ormai sempre più consolidato ed applaudito fra le
platee internazionali. Inutile dire che sti fottuti cinesi o koreani o
giapponesi sianosolo una fottuta
moda.. e semmai lo fossero realmente, forse è anche
arrivata l’ora di prenderla seriamente, questa moda. Chea
quel punto andrebbe corretta in “forma modale”. Questi Auteur, vecchi e nuovi, semi-sconosciuti o semi-divinità, i
cui tracciati vanno ormai evidenziati e studiati, cosa
che effettivamente negl’altri paesi già si fa (di nuovo, guardiamo
l’utopistico territorio francese, in cui escono regolarmente nelle sale i
film di Lee Chang
Dong, tanto per fare un lurido esempio), ma
ovviamente non qui in Italia. Ed in fondo, che cazzopretendere,
a malapena si conosce il proprio Cinema, perché diavolo immischiarsi in quello degl’altri, no? Soprattutto se hanno
gli occhi a mandorla.
Eppure tutto questo esplodere di bellezza non può
scorrere invano. Noi, ancora una volta, dalla prima fila, ci siamo e per sempre
ci saremo. In difesa degl’Autori,
dell’Autore Asiatico.
Kitano, che ri-esplode con la sua seconda tappa nella trilogia del
Cinema, con quel ri-unirsi con sé stesso, ri-agganciare il Duo in Uno, il tutto per la gloria e l’anarchia della macchina
da presa. Perché si, che quel poco di anarchico si
nasconda proprio in Oriente ormai è risaputo, e non solo per piccole produzioni
indie come i già pluri-citati film di 9 ore firmati Lav Diaz, ma anche per Autori con un taglio
più commerciale, Johnny To
in primis. Il fottuto To
che con i suoi specchi esteti-mentali, è riuscito a convincere anche i più
titubanti fra i positivisti. O Miike,
accolto con uno standing ovation del cuore, per quel roller coaster ride supremo che è
Sukiyaki Western Django,
di cui purtroppo non siamo riusciti ad occuparci in questa prima ondata di
Speciale. Ma ovviamente arriverà, perché noi Amiamo i meltin-pot
così come amiamo l’autore di Visitor Q in qualsiasi veste ed oltranza.
E proprio parlando d’Amore, vorrei dedicare queste ultime righe ad
un’ombra elettrica passata praticamente
inosservata, nonostante abbia trionfato alla Settimana della Critica: The
most distant course di Jing Jie-Lin, love-emo-story che
spezza il cuore a pezzi per poi ricomporlo, con quella sensibilità ormai
esclusiva di un certo giovane Cinema Taiwanese (vedisi Leste Chen),
dall’approccio ancora certamente immaturo, ma proprio per questo, con una
spontaneità d’altri tempi, di pluri-poeticità
che ha del fetale e del fatale. Guardacaso, proprio
come il mio film preferito di tutta Venezia 2007: Help me Eros di Lee Kang Sheng, che sarà pure troppo simile al Maestro Tsai (come afferma l’inviato Cupperi),
ma trovatemi un’altra gioventù con cotanta
militanza scenica nel mettere in atto l’audiovisivo, nell’usare
l’artificazione per identificare ed
identificarci.
Cazzo, siano
lodati questi musi gialli!
Ma che fottuta tristezza, fare i super-scandalosi incazzati delusi schifati perchè
a Cannes non c’è nemmeno un film italiano in Concorso, e poi ritrovarci alla Mostra di Venezia 3 (e dico, ben 3) italiani in
competizione che però fanno seriamente a gara di chi è più brutto e mal girato.
Un ulteriore (l’ennesimo) segnale di come siamo
realmente immersi nella merda con la nostra
cinematografia, che smentisce Bellocchio per
dare ragione a Tarantino sulla situazione
attuale dei nostri prodotti nazionali. La verità è che non ci caga
veramente più nessuno. Non l’ha fatto Cannes così come non l’hanno
fatto Zhang Yimou
e soci quando si sono ritrovati a decidere gli eventuali vincitori del
Concorso Veneziano appena trascorso. Non gli sarà neppure saltato in mente,
neanche per mezzo secondo, un eventuale premio a L’ora
di punta o Il dolce e l’amaro. Neanche Crialese od Ozpetek
hanno osato insistere. Ma poi vabbè,
tanto chissenesbatte il cazzo
dei premi, tanto il pubblico quest’anno è
andato a vederli i nostri film in sala, Scamarcio
e Vaporidis servono a questo no? (eppure
avevo giurato a me stesso di non tirare mai fuori il nome di Scamarcio fra le pagine di Positif–
e qui siamo alla contraddizione numero 1, e per giunta al primo Editoriale
della stagione).
Ma che fottuta tristezza, vedere che il film italiano
che ha figurato meglio al Lido sia quel Non pensarci di Zanasi, presentato alla Settimana
della Critica. Un film che sarà pur
simpatico/divertente/brillante(brillante?), però, sticazzi,
Muccino ha saputo darci di meglio 10 anni fa
per quanto riguarda i prodotti del genere (seri, ma non troppo – alla fancazzara tra amici e bella colonna sonora – con
qualche dilemma esistenziale del chi siamo perché siamo ma mandiamo affare in culo tutti dai).
Ma che fottuta tristezza, che per trovare qualcosa
che sia seriamente degna di nota bisognava infilarsi
in una di quelle sale-seminascoste a vedere gli Spaghetti Western di 30 anni
fa, come se il nostro Cinema che conti (per noi e per il mondo, cult o meno),
si sia fermato proprio lì, mentre oggi a malapena si riesce a respirare, e con
grandissima fatica. Perché di nuovo, Venezia si
dimostra un tracciato veritiero e decisivo, un punto riflettente che ci disegna
e ci disintegra dalla mappa globale, che ci obbliga a stenderci inginocchiarci
all’ennesimo segno di morte. Non più Settembre nero. Ma Settembre morte. E stavolta, senza
apparente rinascita, né allusione enfatica di un possibile qualcosa _un
possibile salvataggio_ perché vogliamo anche noi il nostro Kechiche, il nostro Lee
Kang Sheng: non è
questione di soldi o di sistemi produttivi (maquandommai
perdio! Nelle Filippine fanno i film di 9 ore col
cellulare (o quasi)!!), ma di semplice voglia e talento. Idee. Modus operandi nel trattare pensare congegnare il Cinema,
riflettere avanzare – militare! (ma militare sul serio
eh, non le finzioni anti-cinematografiche di Sabina Guzzanti
e Le ragioni dell’aragosta) – amare – stupire –
stupirci.
E queste cose le dobbiamo dire noi, che siamo solo un
piccolo sito nero cagato da pochi (ma preziosi e amatissimi) aficionados, perché sui quotidiani e gran parte delle
riviste pseudo-specializzate si preferisce parlare
delle scarpe di Brad Pitt
o degl’occhiali di Richard Gere. Che poi è comunque la
solita vecchia storia, alla fin fine. Noi ritorniamo in etere anche e solamente
per questa fottuta tristezza dilagante, immersi in
quel che è stato Venezia 07’, con uno sguardo ancora più flashbackoso in quel di Locarno,
sistematicamente cercando di riunire a tavola i nostri redattori – cari
amici e colleghi terroristi – ancora sparsi per il globo, o seriamente
inghiottiti da quel buco nero di Weerasethakul
(mi si permetta l’ennesima citazione di quest’immagine,
ma è troppo e tanto più forte di me), che quest’anno
viene sostituita da quel viso mezzo joker mezza rockstar e mezzo dio.
Stando zitti e fingendo di essere stupidi, con la
consapevolezza che noi SIAMO ancora. E ciò ci basta
per respirare – assorbire ancora e sempre più fortemente che mai, il
mondo audio-visivo che non smette di uccidere/uccidersi e rinascere. Per questo quell’espressione
facciale è l’unica cosa che ci rimane, e che c’accompagnerà
per i prossimi mesi di questa nuova stagione ormai entrata nel vivo del suo
incendiare ed incendiarsi.
Perché non c’è nient’altro
da fare, ogni me e ogni te.
Il positivismo, è consapevole di essere. Di Esserci.
EDITORIALI
DELLA SCORSA EDIZIONE