EDITORIALE – A
CURA DI PIERRE HOMBREBUENO
AND WE DON’T
CARE! (a cura di Luca Lombardini, che
è così fottutamente rock n roll) – (03/07/07)
Perché uno speciale su i Sex Pistols
proprio ora? Molto probabilmente per nessun motivo. Perché si, perché no (?),
perché forse, o, più semplicemente, perché uno speciale sul cinema e i Sex Pistols non può mancare: quindi,
eccolo qui. E’ estate, comincia a fare (sempre) più caldo, e chi gravita
attorno a Positif e dintorni inizia a
battere la comprensibile fiacca dovuta alla cappa d’afa. Il cervello si
surriscalda, la voglia di scrivere si affievolisce, e la tastiera del PC si
trasforma in un nemico da tenere a debita distanza. Chi meglio della band più
violenta, sboccata e rivoluzionaria che l’intera storia della musica
ricordi, può dare una scossa a questo inevitabile e pronosticabile (quasi)
piattume telematico?
Quando il sottoscritto pensò per la prima volta di rimettere mano e occhi alle
tre pellicole che vedrete sviscerate una di seguito all’altra, era
inverno. Più precisamente a pochi giorni dall’ultima edizione di quel
baraccone inutilmente vecchio e barcollante, meglio conosciuto come il Festival
di Sanremo. L’idea iniziale era quella di dedicare un’intera mesata
ai film “musicali”, un calderone dove sarebbero dovuti finire anche
The Great Rock’N’Roll Swidle, The Filth And The Fury e Sid
& Nancy. Poi, come spesso accade, causa frizzi, lazzi, cazzi e scazzi,
non se ne fece più nulla.
Fare oggi uno speciale su i Pistols,
totalmente slegato da qualsiasi tipo di coincidenza storica, cinefila e
musicale, equivale (forse) a centrare in pieno il bersaglio. Non sono stati
forse loro ad alzare con maggior volgarità il dito medio? Non sono stati forse
loro a cambiare per sempre il concetto di musica e di movimento, fregandosene
bellamente delle regole? Non sono stati forse loro a fare del <<we
don’t care!>> e del <<NO FUTURE!>> degli slogan immortali?
Appunto. Ecco perchè uno speciale sul cinema e i Sex Pistols è giusto che arrivi nel momento meno adatto per la sua
pubblicazione. Diretto come un pugno di ferro in un guanto di carta vetrata,
immediato e rigenerante come un temporale estivo, veloce e irripetibile come il
biennio che diede i natali e contemporaneamente l’estrema unzione al
fenomeno punk. Così: perché ci piace, perché ci mancano, perché non ci sarà mai
nessun altro gruppo come loro, perché è estate, perché non ho/abbiamo voglia di
scrivere di altro: <<NO FUN>>, <<NO FUTURE>>, because
we don’t care….
Troppo troppo troppo poco ciò che siamo riusciti a scrivere sui film del FEFF
Udinese di questa edizione. Una lista di ciò che abbiamo sviscerato lo trovate
fra i links finali del report: http://www.positifcinema.com/feff072.htm
Purtroppo, all’appello mancano almeno The Host di Joon Ho-Bong,
Dog Bite Dog di Soi Cheang, e Agent X44 di Joyce Bernal.
Tre opere diverse per valori e portate, ma che sicuramente avrebbero meritato
ampie discussioni fra le nostre pagine.
Quel che è certo è che li riprenderemo al più presto possibile, anche perché in
un momento come questo, in cui certi babbei si divertono a scrivere altrove che
“Il Cinema Orientale E’ Morto”, noi di Positif abbiamo
deciso di ampliare ulteriormente i nostri angoli redazionali dedicati a questa
cinematografia ancora tutta da scoprire. Non solo per dimostrare il contrario,
cioè che il Cinema Asiatico pulsa vita da ogni poro, ma anche perché, come dice
anche il nostro Focus Speciale sull’argomento, nel nostro bel-paese
c’è da fare ancora un mucchio di lavoro per portare queste poetiche
agl’occhi della maggioranza cinefila. Citando il nostro Luca Lombardini,
in verità, “il Cinema Orientale, in Italia, non è mai stato vivo”.
Colpa della distribuzione. Colpa delle redazioni che di questo Cinema, non si
sono mai interessati. O che perlomeno, non si sono mai interessati a
promuoverlo. Noi, nel nostro piccolo, cercheremo di portarvi nuovi venti che
soffiano da Est.
Dunque, ufficialmente, il nostro palinsesto di Giugno si trasferisce in altri
lidi, più precisamente verso la copertura di un’altra manifestazione,
ovvero il Joe D’Amato Horror Festival, ma inufficialmente, le
nostre porte verso il Cinema Asiatico rimangono sempre aperte, ora più che mai,
per darvi revisioni imprescindibili per una conoscenza argomentata della
vitalità che il territorio pan-asiatico ha da offrire.
Intanto, prima di addentrarci ufficialmente all’interno di ciò che è
stato il Joe di quest’anno, proponiamo altri articoli pulsanti
orrori cults. In primis un Focus sulla saga slegata de Le colline hanno gli
occhi, complice l’uscita in sala del sequel-remake. Poi, ovviamente, arriverà
anche la Visione Critica dell’ultimo film di colui che ha sempre amato
Joe D’Amato et Autori Correlati. Parliamo ovviamente di Quentin
Tarantino e il suo Death Proof, arrivato da noi non solo mutilato,
ma addirittura privo dei mitici finti-trailer diretti da Eli Roth e Rob
Zombie. Il sottoscritto, Death Proof non l’ha ancora visto. Le
prime voci redazionali però, parlano chiaro e tondo: è una merda. Pace e cuore
per i fans del Quentin, che possono sempre incrociare il loro idolo in
quel di Venezia (il vero Lido), dove presenzierà come Padrino della rassegna
sugli Spaghetti Western. E sempre parlando della Mostra del Cinema, è stato
annunciato recentemente il degnissimo Presidente della Giuria della prossima
edizione: niente Meryl Streep, come si vociferava qualche mese fa, bensì
Dio Zhang Yimou, guardacaso attualmente nelle sale con quella meraviglia
de La città proibita, probabilmente la sua miglior opera dai tempi di Shanghai
Triad.
Guarda un po’, sempre sul Cinema d’Oriente si finisce (e si ritorna).
Il Cinema d’Oriente è Morto. E chi pensa il contrario è “da
compatire”. Lo afferma, con quel tono di pseuda-provocazione (per cosa
quando e perché?) Pier Maria Bocchi nell’ultimo Editoriale di Film
Tv. E’ morto perché, Bocchi docet, ormai in esso manca una
visione del mondo che oltrepassi il titolo e l’autore per allargarsi
“a tutti”. L’ultima corrente ormai risalirebbe (?) alla New
Wave Horror Giapponese, quando il nostro, fulminato da Cure (Kiyoshi
Kurosawa) e Ringu (Hideo Nakata), percepì immediatamente che
era la nascita di uno “stile universale”. Sappiamo anche bene che
però, purtroppo, come tutti gli “stili universali”, anche la New
Wave orrorifica targata jappo ben presto divenne moda, modus operandi
industrialmente obbligatoria. E questo, va bene, era palese, perché ogni
“rivoluzione” porta con sé pregi e difetti. Conviene però
soffermarsi per una breve riflessione proprio sulla presunte morte di cui si
parla, in un momento in cui, sinceramente, il sottoscritto non ha mai visto
così tanti autori orientali essere approdati in Festival Internazionali e ormai
consacrati del loro genio. Il Cinema Orientale si sta
“globalizzando” sempre di più, complice manifestazioni come il già
stra-lodato FEFF. Dunque, prima domanda, che potrebbe puzzare
semplicemente di natura “economica/distributiva”: Il Cinema
Orientale era più “morto” quando nessuno sapeva nemmeno
dell’esistenza di Tsai Ming Liang o Kim Ki Duk, od ora che
finalmente, queste personalità riescono a ricevere standing ovations a
Venezia-Cannes-Berlino?
Punto secondo. E qui, andiamo – ci addentriamo – prettamente - nel
nucleo della questione aperta dal Bocchi: Cosa cambia, qualitativamente,
da una cinematografia che propone una Visione d’Insieme / Uno sguardo sul
mondo/fareconcepireCinema collettivo_ e una cinematografia che invece non si
trascina in un progetto impacchettato e “globale”, ma che bensì
riflette molteplici voci e direzioni dei suoi singoli Autori?
Effettivamente, qualitativamente parlando, cambia un ceppo secco. Perché
l’importante non è fare “coro”, correre tutti insieme verso
la stessa direzione. L’importante non è il gruppo e la loro coerenza. Lo
sono invece i singoli Autori in rapporto ai loro singoli film. Rimane dunque
l’ultimo interrogativo, di cui però abbiamo facile risposta: Questi
Autori, questi film, oggi, ci sono? Guardiamoci in giro e bussiamo. E grazie a
Dio che almeno questo, Bocchi, non l’ha rinnegato. Dalla vecchia
guardia dei “mostri ormai consacrati” Takeshi Kitano - Takashi
Miike - Zhang Yimou - Hou Hsiao Hsien
_ alla nuova generazione degli Edmond Pang - Bong Joon-Ho - Leste Chen -
Auraeus Solito. Va bene, ognuno di loro va per i cazzi suoi. Non c’è
“uniformità di movimento e visione”. Questo significa per caso
“morte” o stasi? Noi pensiamo assolutamente di no. Perchè
attenzione, questa è invece fottuta vitalità per una cinematografia che ha
ancora pulsante in sé un’anarchia intellettuale come raramente si vede da
altre parti del mondo. Non serve fare “sguardo universale” (per
cosa poi? Per il pubblico soprattutto occidentale?!) per Vivere e Concepire
Arte. Perché il Cinema Orientale continua a compiere miracoli, a fare Scuola
anche e soprattutto da singoli. Continua a superare e superarsi ogni volta. A
ritagliarsi spazio nel mondo. Perché io mi sveglio e ringrazio iddio che Kitano
o Tsai abbiano ancora qualcosa di nuovo (si: nuovo!!) da darmi e dirmi
ogni qualvolta si mettono dietro la macchina da presa. E invidio la Cina perché
un ragazzo di 23 anni di nome Xia Peng è capace di farti un capolavoro
col beta-cam(!!) e di portarlo al Torino Film Fest.
Non è bello? Cazzo se è bello. Il Cinema Orientale è Vivissimo. E ancor più
meraviglioso è che c’è ancora tantissimo (troppissimo) da scoprire.
Ovviamente, per chi ha la passione di farlo.
SENZA COINCIDENZE - (15/04/07)

“Friends say it’s fine.
Friends say it’s good.
Everybody says it’s just like rock n’ roll”
Non sappiamo, con franca certezza, se siamo effettivamente “rock n’
roll”.
Quel che è certo, e non abbiamo/avete bisogno di paradigmi intrinsechi per
dimostrarlo, è che siamo fottutamente e semplicemente il Miglior Sito di Cinema
del Globo interstellare.
Siamo i Migliori non semplicemente perché abbiamo sempre e comunque ragione su
ogni cosa che ogni giorno scriviamo/meditiamo/riflettiamo, ma anche perché non
sbagliamo nemmeno quando abbiamo torto.
Come a dire che non siamo
semplicemente geniali, ma che siamo totalmente posseduti dal genio. E ciò
concerne che ogni cosa che tocchiamo, irrimediabilmente, anche contro la nostra
volontà, diventa cazzutamente geniale. Siamo, come dire.. incapaci di falsità
metodica. E se ciò, contro ogni corollario, ci rende si “rock n’
roll”, al contempo ci costringe anche ad un meritato festeggiamento di
questi primi 2 anni di attività.
Si, Positifcinema.com compie 2
anni esatti.
Era il 28 Febbraio del 2005
quando è cominciato il nostro voyage dans le Cinema, facendo del nostro meglio
per implicare un serio terrorismo web che soddisfi le nostre voglie
sado-masochistiche. In Copertina avevamo il Million Dollar Baby di
Clint Eastwood. Perché ci rispecchiava – e ci rispecchia
tutt’ora, in quanto ancora prima del rock n’ roll,
dell’essere paranoicamente para-culi, intrippati, Positif nasce
soprattutto come atto d’amore. E in quanto atto d’amore, vero,
reale, carnale, anche una sua necessaria dissacrazione, autopsia per covarne
riflessi, echi, riflessioni, fantasmi, resuscitazioni.
Focalizzatissimi Cappa e Spada,
Fantasmi giapponesi, Nouvelle Vague.
Auteurs coronati, dai più ovvi
Godard e Resnais, alla nuova ondata-vecchia ondata di
(ri)valutazione Castellari/DiLeo/Massi/Lenzi, toccando cinematografie e
occhi – sguardi – ancora da far conoscere al grande pubblico dei
Cinefili, da Garrel a Mamoru Oshii, arrivando all’ultimo
Dumont.
Il tutto con procedere politico,
senza però rischiare di cadere nell’auto-boicottaggio o auto-censura di
chiusura mentale qualsivoglia. E probabilmente, davvero, più che Nouvelle Vague
(come ci hanno definito in molti), forse siamo più vicini ad una delle sue
radici successive che non abbiamo ancora avuto modo di affrontare: la New
Hollywood. Una sramificazione cinematografica totale, di personali individui
che scoprono la libertà di forma e di contenuto, il tutto tinto di nero sporco
e libertino. E quale miglior occasione per omaggiare questa grande catena, se
non il nostro secondo anniversario? Proprio oggi, che ci ritroviamo infangato
nero – depresso – onirico – più che mai racchiusi in buchi
neri e rivelazioni (ri-cit.).
Non è un caso che se 2 anni fa
c’era The Clint, oggi, 28 Febbraio 2007, a 2 anni dalla nostra
nascita, ritroviamo invece in Home Page quel Martin Scorsese emblema del
movimento/dellamovimentazione.
Inchiostro. Che pulsa sangue,
come ci ricorda anche quel meraviglioso momento enfatico agli Oscar, del
logorroico atteso sul palco da Spielberg, Coppola – e Lucas. Ieri,
come oggi. New Hollywood che rifiuta di tramutarsi in Old. Freschi e lucidi.
Ancora. Alcolizzati come sempre. Noi, li seguiamo a ruota, dedicando
l’intero palinsesto del mese proprio ad uno sguardo globale a questa
generazione che salvò Hollywood, con la pretta convinzione avvertita che in 30
giorni non riusciremo neanche a fare metà del progetto predisposto.
Ma probabilmente ci vorrebbe un
anno intero per focalizzare questa facciata in modo degno.
Come sempre, ci proveremo.
E ovviamente, Buon Compleanno a
positifcinema con un ringraziamento infinito ai nostri lettori, terroristi come
noi.
OSCARS - (20/02/07)
Più le osserviamo, effettivamente, e più ci rendiamo conto di quanto siano
candidature generalmente soddisfacenti, quelle degli Academy Awards di
quest’anno. Non staremo qui a ripetere e a ripeterci sul meccanismo
(anti)formativo di queste e altre premiazioni, di tutti i fattori industriali
ed extra-artistici che ne delineano vincitori e vinti. Il velenoso meccanismo
lo conosciamo (le diverse Major e le loro promozioni di locandine e dvd a casa,
escludendo i tanti film “piccoli” senza copertura ma non certamente
minori); si dice tutti contro tutti ma in verità si è in venti contro venti, se
va bene. Ma come ogni veleno, soprattutto quest’(ottima)annata, gli Oscar
si rivelano tutt’altro che di fattura debole, raggruppando seriamente,
per quanto concerne le loro necessità e possibilità (volute o involute, per
caso o per volontà qualsivoglia), una gran parte di ciò che questa stagione ha
di MIGLIORE.
Basti soffermarci sul magnifico duello Eastwood vs Scorsese / Lettere
da Iwo Jima vs The Departed, dualità che ha nettamente divisa anche
la nostra piccola redazione.
In riferimento a Eastwood/Letters abbiamo scritto “E ciò lo rende,
oltre che il cineasta più sincero che ancora abbiamo, anche e soprattutto
semplicemente il MIGLIOR Autore che il Cinema di oggi possa vantare”,
mentre per Scorsese/Departed: “ne vien fuori un film immenso,
privo di qualsivoglia difetto, che ricolloca Scorsese al fianco di Mann e
Malick, sul podio virtuale dei maggiori autori americani”.
Abbiamo un tantino le idee confuse? No. Semplicemente, anche noi siamo
fottutamente divisi (d)al nostro interno, e quella fatidica notte del 25
Febbraio sarà una fottuta e totale lotta a tifoseria tra Eastwoodiani e Scorsesiani.
Positif vs Positif. Classico vs New Hollywood. Grande Cinema vs Grande Cinema.
Senza contare tutto il nostro Amore per quell’altro The Queen di Stephen
Frears (“un'indimenticabile suggestione della essenzialità
cinematografica”), ma anche per Babel di Inarritu (“opera
completa di uno degl’autori (sempre) più interessanti del panorama
internazionale”).
Di nuovo: Positif vs Positif vs Positif vs Positif.
E ancora: Staremo dalla parte della regale eleganza minimale di Helen Mirren
(“'incredibile ed asciutta”), o con la strafottenza diabolica di Meryl
Streep (“l’attrice che oggi, più che mai, meriterebbe di
sedersi nella scrivania superiore per guardare tutti dall’alto e
criticarli”)? Ricordandoci anche di quella Penelope Cruz
magnificamente potente nel Volver di Almodovar, e fidandoci
ciecamente di Judi Dench e Kate Winslet, che amiamo entrambe in
quanto seriamente fra le migliori attrici del panorama, che meriterebbero ogni
Oscar/Palma/Orso/Leone del mondo.
Certo, odiamo tutto ciò che è confezionato Dreamgirls (che pur essendo
rimasto fuori dalla cinquina di Miglior Film, rimane la pellicola col più alto
numero di nominations, 8) e Little Miss Sunshine, ma qualcosa di vago ed
illuminato ci suggerisce che la prossima Domenica (o meglio: Lunedì mattina),
dormiremo tutti col sorriso stampato sulle labbra.
Potremo anche sentire la fottuta mancanza ingiusta di Lynch, Cuaron,
Aronofsky e di tutti gli Orientali ed Europei che amiamo. Ma se la gara
è fra Eastwood, Scorsese, Greengrass, Frears, Inarritu,
Whitaker, O’ Toole, Mirren, Streep, Dench,
Winslet, Cruz, Barraza, Blanchett, Kikuchi…
allora, comunque vada, a vincere sarà il Cinema. Almeno, così si spera. E a
tutti, auguriamo un buon Oscar.
NOW THAT WE’RE BACK FROM THE DEATH –
(31/01/07)
A volte, accade che Positif, tutto d’un tratto, smetta praticamente di
essere aggiornato. Lasciando gli stessi articoli nell’home page per
giorni o settimane, per non dire mesi.
A volte, accade che alcuni lettori, i più aficionados, comincino a scriverci
degli e-mails tutti preoccupati chiedendoci se ci sia qualche problema e quando
torneremo online.
E ovviamente, quando accade così, ci sentiamo terribilmente in colpa.
Fottutamente fuori di testa. Perché significa che non stiamo mantenendo le
promesse effettuate, non solo quello di una costanza nelle proposte e
riflessioni, ma anche quelle di un presupposto come può esserlo un palinsesto
annunciato. Ci sentiamo, irrimediabilmente, come delle specie di alunni
bacchettati dai professori. Con la differenza che mentre gli alunni si
incazzano con i suddetti prof, noi ci incazziamo solo con noi stessi. Ci
incazziamo perché in un certo senso ci sentiamo traditi dalle nostre stesse
prospettive e dai nostri stessi piani, maledicendo magari il tempo, sempre così
alle strette, per portare avanti con un minimo di decenza un progetto come
questa Rivista telematica. E ovviamente i vari contrattempi, o forze di causa
maggiore, che ci rende improvvisamente inefficaci in confronto a ciò che
vorremo fare.
Visioni critiche che non arrivano. Palinsesto che viene interrotto a metà.
New(s) che si bloccano. Coperture che si disperdono nella nebbia. Ovviamente ce
ne scusiamo fottutamente a testa bassa.
Risvegliandoci, con la fottuta voglia più che mai di ributtarci nella mischia.
Perché a volte, accade che proprio come dei bambini, ci serva essere
bacchettati per ritornare nuovamente sul fronte. E ri-acchiappare quelle
immagini che ancora stanno passando fra le nostre menti e le nostre sale.
Per la consapevolezza e la cronaca, comunque, non eravamo a grattarci i
coglioni.
Alcuni di noi sono rimasti bloccati e traumatizzati da quel Future Film
Festival Bolognese, tra cortometraggi iraniani che sembrano fatti con Front
Page (e di più: sono anche fottutamente evocativi!) e una full immersion (con
grossa possibilità di annegamento nebbiatico) fra le nuove tendenze spazza
demodé.
Altri ancora hanno passato le giornate immersi in viaggi mentali. Non è un caso
che un blackout positivista avvenga proprio pochi giorni prima
dell’uscita in sala dell’ultimo, maestoso, geniale, David Lynch,
quell’ INLAND EMPIRE viaggio iper-visivo senza ritorno. Da cui è
difficile resuscitare con lucidità una volta che si è dentro. Da cui bisogna
nuotare, fare ritorno verso la luce, luce abbagliante e onirico per ritrovarsi
al punto di partenza che (non) chiude il cerchio.
Non potendovi promettere nulla,
lasciamo il nuovo palinsesto di Febbraio all’ignoto (spazio profondo).
Affinché le pulsazioni si lascino trasparire fra i nostri pori, in scoperta di lidi
sempre e comunque incentranti.
Positif immerso fra imperi della mente e della passione. E si, gioiosamente
ascoltando i Sex Pistols.
(Riding in a rocket to a
planet of sound
shooting the moon, playing dominoes in drag
An increase in population of a hundred percent)
VITA E MORTE DEL SOGNO (AMERICANO) – (03/01/07)
(in via speciale a cura di luca lombardini)
Il suono e la composizione della parola Hollywood lo si può amare, odiare o
addirittura storpiare (Holywood ad esempio, come recita il titolo di un
noto album di un noto rocker). Ma una volta nominato non si può rimanere
indifferenti al suo fascino, alla sua storia, ai suoi film, meglio se in bianco
e nero, con la pellicola segnata dall’usura e dall’inesorabile
scorrere del tempo. E’ si, perché quella che una volta veniva tacciata
come gabbia dorata all’interno della quale rinchiudere l’estro del
regista (i generi, le sceneggiature di ferro, la struttura verticale dello
Studio System), rivista oggi sembra, almeno nell’interpretazione di
superficie dei suoi volti noti, un vero e proprio inno alla libertà e alla
sensualità. Fabbrica dei sogni. E di conseguenza, come anti-tesi, della stessa
morte di questi stessi sogni. Ecco allora che anche la nazione che per prima
intuì le spropositate potenzialità della settima arte, pare essersi convinta a
ritornare sui suoi passi, interrogandosi sulle possibilità, sui suoi sogni e
sulle sue delusioni (complice forse, quel 9/11 nero) proponendo due pellicole (Bobby
di Emilio Estevez e Hollywoodland di Allen Coutler, in
passerella a Venezia e nelle nostre sale a gennaio) che affondano le proprie
radici nella vecchia America e nelle sue aspettative (viventi e morenti),
facendo riaffiorare ferite mai cicatrizzate (l’omicidio di Robert Kennedy
e della speranza di un intero paese) e irrisolte scomparse
(l’omicidio/suicidio dell’attore Gorge Reeves), rivelando così il
lato oscuro di un paese e di una delle più grandi industrie di sempre. E se dal
punto di vista simbolico, il film di Estevez si lega indissolubilmente
al James Ellroy di American Tabloid (e di rimbalzo a Black
Dahlia, di cui si è gia scritto e discusso in abbondanza), Hollywoodland
ci offre la fin troppo ghiotta possibilità di dire la nostra su Viale del
tramonto, permettendoci di parlare di cinema americano classico e dei suoi
sogni. Estetica a cui siamo ben abituati. Il metabolismo delle anime, dei
corpi, come delle delusioni spente e delle speranze bruciate che riaffiorano
dalle memorie, a cui si aggiunge anche il ritorno di un esempio (stavolta,
anti-classico) più lampante che mai: Rocky Balboa, incarnante la vita e la
morte del sogno (americano), non solo per ciò che il film originale di
Avildsen ha rappresentato per la massa, ma anche e soprattutto per la
distruzione di questa stessa rappresentazione tramite i suoi numerosi sequel, a
cui si aggiunge l’ultimo col fiato in gola (ancora non l’abbiamo
visto, ma qualcosa ci garantisce della sua inutilità, della sua
“morte”, appunto), come se proprio Stallone, Stallone
attore e regista, diventi l’esatta emblema di come a Hollywood le stelle
vivano e muoiano ogni giorno, dal nulla e per il nulla, come una bollicina nel
vento afoso.
Il momento distributivo ideale quindi, per (ri)tinteggiare di disillusioni gli
interni di Positif questo Gennaio, forti di un Settembre nero già alle
spalle. Partiremo dunque dal classicismo americano, magari facendo tappa anche
per la new-hollywood, e chissà, forse arrivando fino ai più recenti Solondz e
Clark. Ma per cominciare, abbiamo ripescato dai nostri archivi tracce di
melò: Un posto al sole di George Stevens, precedentemente
pubblicato in uno speciale sul Cinema d’Amore, e ora nuovamente qui ad
aprire la rassegna. Forse non è un caso. In fondo sappiamo bene che la morte di
un’ Amore equivale proprio alla morte dei sogni e delle speranze.
SOFISTICATI PUNTI DI VISTA – (11/12/06)
C’è un uomo seduto su un divano davanti alla televisione, laggiù. Con
grazia leggiadra, pare commuovere con quella sua coreografica esistenza di
movimenti corporali fantasmagorici e fantasmatici.
Ectoplasma vivente. O morente, fa lo stesso.
E’ sveglio, lo vediamo in quel primissimo piano.
E’ sveglio, ha gli occhi aperti, eppure dorme. Dorme coi fantasmi del suo
passato, presente, e futuro.
Ha gli occhi aperti perché viene travolto da una veglia esistenziale, da una
soverchiata potenza invisibile, risucchiatoria, di un buco nero (e rivelazione)
che pare trasparire da quella scatola televisiva, vaso di pandora incubatrice
di incubi che escono dal sogno per infrangere il vetro ed aggredire la trasparenza
più fisica, corporale, seppur sagomatica.
L’uomo, il fantasma, il corpo, lì, incapace di movimento e travolto in
una vortice invisibile ma percepibile come una ventata di odio e amore, di
aggressione emotiva.
Ma non può reagire né lottare: è anestetizzato.
Quindi vola, come soverchiato da una forza androgina, uragano di sentimenti
distruggenti e distruttivi, che attendono con ansia di vederlo nella fine
amara, come un tuffarsi da una rupe ad occhi bendati, convinti di essere
medicati forse, in cerca di un sofisticato punto di vista, di
un’emancipazione sensoriale che lo sblocchi dallo shock percettivo, da
questo fermarsi del tempo, infrangersi dell’istante.
Video-arte, video-clip, video-musicale, rimangono le immagini in movimento più
belle, evocative, ed interessanti che abbiamo visto in questi ultimi giorni. Si
chiama “Follow the cops back home”, ed è del gruppo inglese
Placebo.
Una quiete, l’impotenza medicinale tanto caro a quel Tsai Ming Liang,
dove il senso, i sensi, esplodono ma contemporaneamente implodono. Esplodono
perché lo vediamo lì, da quella televisione flashata che pare essere un trip
lynchiano jia zhangkeiano. Ma soprattutto implodono, perché più importante è il
meccanismo celato, internato, appunto astratto, sensitivo, che causa questo volo
nell’oblio, nel fuori-campo e nell’inesplorato. Inesplorato
immaginario, come se per pochi istanti, ci fosse finalmente rivelato e concesso
il dopo-Weerasethakuul, dentro il suo fumo avvolgente, la sua spirale di ipnosi
visiva e iniettiva.
Un invito alla quiete. Al sentire le pulsazioni più profonde dei corpi e delle
vene. Dei flussi sanguigni. Davanti al prossimo Cinema Natalizio che sarà
invece piena di bombardamenti, cine-panettoni, facili consumi, facili
sentimenti. Un Cinema dove nessuno viene più aggredito. Dove niente più
implode. Così ad alta dose di (finta) adrenalina. Lo sappiamo vi ci tufferete
come lerci godosi. Lo faremo anche noi, ahimè.
But just one more time before we’re through, anche e soprattutto Follow
the cops back home, come sempre, ci ricorda che non esiste solo Superman. Che
dall’altra parte del varco, possiamo ancora visitare mercati neri,
incrociare fantasmi che dormono, e imbottirci delle tante aspirate medicine.
Ancora di più, e questo è fottutamente rivelatorio, ne è prova il fatto che
questa parentesi immaginifica nella carriera della band inglese non è piaciuto
a nessuno tra i fans. Troppo contaminati e dallo sguardo superficiale,
probabilmente. Come a dirci ancora una volta che chi fa dell’Arte in
questo mondo deve necessariamente subire lo sputo degli altri, anche dei propri
seguaci.
Li attendiamo lì in
prima fila, a vedere i draghi impetuosi di Eragon. O Massimo Boldi che viene
inchiappettato da un Toro. Olè!!
don’t give up on a dream – di un Cinema che muore ma risorge
ogni giorno. ne è estrema prova l’ultimo Torino Film Festival. un
luogo. ma a tutti gli effetti, un sogno. che si realizza per 8 giorni
materiali. ma che poi continua nell’infinito cosmo spirituale ed emotivo.
don’t give up on a dream – di un burger queen senza spazio e
senza tempo, oltre lo schermo, oltre l’occhio della
video/tele/cellulare/camera. per un Cinema di anime viventi, senza giochi
economici, senza interessi di lucro. pura Arte e contemplazione
dell’immagine. poesia che rinasce dalle ceneri. stavolta in modo
illimitato. è possibile. Urupong Raksasad e Xia Peng sono lì a
dimostrarcelo.
don’t give up on a dream – il sogno della libertà ritrovata
in Velvet Goldmine. oggi in Hedwig. una libertà che ci possiamo
concedere. l’accettazione di sé stessi e dei propri limiti. di scalare un
palco di ghirlande intrecciate come nelle favole. trapassando nuovamente per
Torino, ecco quel Nacho libre di un indie sempre più maturo e
consapevole. sogno e libertà, perdio.
don’t give up on a dream – jlg che con la sua Arte,
la sua (effettiva) preghiera per i Refuzniks, spezzata forse. ma con
dignità. l’utopia del comunismo tanto espresso da Straub-Huillet,
che abbiamo odiato, che tutt’ora odiamo. è libertà (espressiva) anche
questa, forse. Si a Godard. No a Straub-Huillet.
don’t give up on a dream – di un cambiamento. di una
maturità. espressa, concepita, regalata da Flags of our fathers.
“Il Cinema è vivo ma è vecchio”, diceva G.Manzoli. sarà, ma se
tutta la vecchiaia fosse come Flags, allora vogliamo un Cinema
cazzutamente sempre più vecchio. con il sacrosanto diritto di distruggerlo
(distruggerci) quando vogliamo.
- don’t give up on a
dream – and everything that’s true – don’t give up on
the wanting –
Sappiamo bene di non aver esaurito nemmeno il 2% di ciò che offriva la nostra
dedica bellica post 9/11 dello scorso mese, ma promettiamo di ritornarci al più
presto e in modo più avvolgente.
Ora cambiamo momentaneamente pagina, e come anticipatovi nello scorso
Editoriale, questo Novembre tratteremo dell’emarginazione. O meglio,
degl’emarginati, i freaks, gli stessi fotografati ed immortalati da Diane
Arbus (alla quale dedicheremo un Intermezzo) trasfiguratosi in Nicole
Kidman per Fur, un’opera che al contrario del sottoscritto,
non ha purtroppo soddisfatto le esigenze degl’altri colleghi Positivisti.
Eppure ritengo che quell’immagine voyeuristica della Kidman/Arbus,
così attratta ma anche così schifata dal buco della serratura mentre spia un
uomo cane/leone, sia proprio la metempsicosi ideale del nostro palinsesto di
questo mese.
Positif, subito/incanalato/assorbito il nero, si precipita ulteriormente in un
mondo di trasparenze gotiche, in un scivolamento alla Marebito verso la
ricerca dell’altro, dell’altra parte della barriera che ritorniamo
a battere imbottiti di pillole e medicine. Non chiedeteci come stiamo, perché
non siamo medicati. Ci si immerge (sommerge) di nuovo, stavolta verso il Circo
di scimmie spaziali, di emarginati bastonati ma così fottutamente suggestivi e
fatalmente attraenti, di transessuali omosessuali travestiti nancy boys
alcholic kind of mood, di nani e giganti, uomini elefanti o uomini forbici che
sia. Riflessi, specchi, sindromi del weird, alla ricerca di un posto al sole,
in preda a paranoia incurabile. In questo senso, è forse paradossale che ad
aprire la rassegna sia invece quel Velvet Goldmine di Todd Haynes,
la trasformazione dell’essere freak in pieno glamourismo, in esibizione
di un’avanguardia rock, dove la diversità diventa sinonimo di
“fico” e non più di emarginazione. Controcambiamo con la solitudine
di Samuel Beckett, con i suoi personaggi non solo emarginati dal mondo,
ma anche da sé stessi, dalla propria logica percettiva. Simbolo indiretto del
post-modernismo (ah, quanto diavolo ha anticipato Beckett!), di questo
vecchio nuovo mondo sociale fatto di Gogo & Didi falliti e fallimentari,
nuovi freaks più Napoleon Dynamites di quanto si creda. Oggi, noi siamo così.
E’ ciò che siamo diventati. 11/9 o meno.
Dedicato a chi si sente così diverso, talvolta.
I barboni mi guardano mentre mastico la lucertola
anche oggi è domenica tutta d'oro la gente luccica
mentre osserva le anatre inventandosi la felicità
la sorvolo e capisco che maledice la mia diversità
ma nel parco ci abito è la vita mia esser simbolo
di paura e di morte, sono tenebre i miei abiti
i bambini sorridono "mamma guardalo, che bestiaccia è?"
gli alberi mi consolano apro le ali e resto immobile
gli studenti li evito
preferisco le ricche vedove
con gli anelli di platino
sono un ladro ma fine gentleman
Io sono il corvo Joe
faccio spavento
state attenti lasciatemi stare
solo certi poeti del male mi sanno cantare!
I borghesi si siedono e poi leggono il giornale
i ragazzi si baciano, mezzogiorno sta per scoccare
senza grazia e gracchiando mi avvicino e poi li supplico
se soltanto per oggi fossi libero di parlare:
"Piacere: corvo joe,c'è da mangiare?
solo sassi sapete lanciare
meritate di andare per me nell'eterno dolore"
Io sono il corvo Joe
faccio paura
state attenti lasciatemi stare
solo certi poeti del male mi sanno cantare!
Ma vi perdono
perchè in fondo portate nel cuore
sangue che è destinato a seccare
vivete a morire
E cominciamo finalmente, anche noi, a delineare un po’ meglio e un
po’ più concretamente questa tanta discussa (e chiacchierata) Festa del
Cinema di Roma. Con tutte le buone aspettative per un progetto che nasce
esplicitamente per (ri)portare lo spettatore medio nel fascino della sala
filmica e nel mito (vivente e morente) del Cinema, siamo stati pienamente
soddisfatti. Il Cinema, se promossa, incitata, organizzata bene, riesce a
infilarsi tra il sangue e le vene dei comuni mortali, a perlustrare strade,
ponti, vicoli.
Roma insegna: ogni città dovrebbe poter avere la sua Festa del Cinema. Una
Festa che non dura 10 giorni all’anno, ma 365. La critica e il popolo
(soprattutto il popolo) sono invitati a ricostruire un mito, un fascino
perduto, la gioia incontemplabile dell’occhio del 900’ e del
post-moderno. Facciamo sfilare le novità. Chiacchieriamo, ragioniamo,
filosofeggiamo con gl’autori. Tiriamo fuori i grandi classici dalle
cantine impolverate della cineteca per proiettarli in piazza, perdio!. Roma,
per 10 giorni, ce l’ha fatta. La città del Cinema. La Cinecittà del
Cinema.
Per l’occasione, un primo piccolo riassunto tra i reports, sia di chi a
Roma c’era e ha vissuto tutto, sia di chi, come il sottoscritto, ha
ragionato e riflettuto tramite lo specchio dei nuovi media. Un parere interno e
un parere esterno che pare abbracciarsi l’un l’altro, come a dire
che si, questa Festa ha vinto. E per questo, ancora di più, bisogna continuare
a festeggiare e brindare.
In breve arriveranno anche le piccole visioni critiche di diversi film in
programma. Il migliore, a detto del nostro romano Lombardini, è The
Prestige di Christopher Nolan, un autore che ci ha uniti in amore
sotto Memento, e che ci ha divisi con Batman The Beginning.
L’attesa è tanta, trepidante, enfatica, quasi come quella per (ormai non
c’è editoriale in cui non si citi) Flags of our fathers di Clint
Eastwood, selezionato invece ad aprire le porte di un'altra importantissima
manifestazione cinematografica nostrana: Il Torino Film Festival, programmato
dal 10 al 18 Novembre. Anche lì, con tutta la nostra passione ed euforia,
presenzieremo all’appello. E invitiamo anche voi, cari lettori, a
prendere posto in prima fila.
Invece, ancora novità auto-citazionistiche: nasce oggi su Positif la nuova sezione
NEW(S), un sub-specchio del già precedente Graffiti
in cui vi riproporremo a pillole le notizie più interessanti che corrono,
girano, (auto)confermano attorno alla Settima Arte. Di nuovo, un servizio in
più a voi lettori sempre più esigenti e numerosi.
A dire il vero ci sono anche stati dibattiti interni sull’apertura di
questa nuova sezione, chi ha temuto che ciò porti la nostra piccola rivista
telematica ad essere sempre più commerciale ed informativa, piuttosto che
riflessiva e critica. Ovviamente è una cosa che non dobbiamo e non possiamo
permetterci mai, noi non siamo il Ciak del web né intendiamo esserlo, e il solo
pensiero che ci possa avvicinare a quella testata ci dà gli stimoli più
negativi e neri. Dunque, notizie si, ma sempre riflessive e riflettenti, e se
lo facciamo, sappiate che è per voi, che ci regalate emozioni.
Infine, esponiamo anche il palinsesto previsto per il mese di Novembre: uno
sguardo ai freaks del Cinema, da quelli di Browning a quelli iper-kitsch
d’inizio secolo. Non solo in occasione dell’uscita (proprio questa
settimana) di Fur, con Nicole Kidman nei panni di Diane Arbus,
la fotografa che ha mostrato al mondo quel ghetto fatto di nani e giganti che
ripudiano, ma anche per cavalcare Halloween, che all’inverso, è il giorno
in cui tutti tentano di essere più freaks possibile. Una riflessione questa, a
cui torneremo nuovamente al momento opportuno.
S’apre il sipario su Ottobre, certo, il post-venezia (di cui sentiremo
ancora echi), ma anche e soprattutto il post-settembre nero. Che ci ricorda
necessariamente, ancora una volta, di quell’11 che ha cambiato la
percezione del Cinema e del mondo. Come testimonianza c’è l’uscita
dell’ultimo lavoro di Oliver Stone, World Trade Center,
mera schifezza che difficilmente riusciamo anche solo a sussurrare, perché per
dirla alla Kubrick, “Questo non è un film sull’attacco
terroristico alle torri gemelle. Questo è un film sul successo
commerciale”. Una pura banalizzazione del nero e degl’orizzonti
sporchi da parte di colui che con pronta reazione aveva invece grandiosamente
risposto al post-Vietnam. Ma i tempi cambiano, e forse anche i registi, ormai
solamente fantasmi volteggianti, un po’ come l’ultimo Eastwood
che ogni micro-secondo che passa fa alzare la temperatura d’attesa verso
il suo ultimo (capo? Si, capo)lavoro, che voci inufficiali ci dicono in uscita
ormai questo 27 Ottobre. Un motivo in più nello sprofondarci, per il palinsesto
del mese, nel Cinema Bellico e Politicizzante Post11-Settembre. L’uno per
risaltare e ricordare la vera forza del Cinema di Guerra, ovvero
l’antimilitarismo, e l’altro per avere in mano una mappa delineata
e perfetta bussola per capire dove stiamo andando (dove sta andando il Cinema)
e cosa stiamo diventando. A permanere, un mese dopo la ri-apertura stagionale
di Positif, è ancora quel buco nero, risucchiante e ipnotico (nuovamente Weerasethakul,
ormai emblema). Mancanza di direzione. Ma la stiamo cercando, questa via.
COMUNICAZIONE DI SERVIZIO
Finalmente aperta la nuova sezione Intermezzo,
dove dibattere ed affrontare tutto ciò che non è (puramente) Cinema, dalla
Musica alle nuove forme d’immagini televisive.
Poi, ritrova i battenti anche Boiling Point, la
sfilata dei nostri piccoli cuoricini neri, nient’altro che una mappa
inter-stellare di pseudo-guida redazionale.
Infine, per facilitarvi l’orientamento in questo piccolo portale sempre
più labirintico, abbiamo cominciato ad inserire, alla fine di ogni articolo,
anche gli altri pezzi vicinamente correlati. Un servizio in più, per voi che
ogni volta ci fate l’onore di leggerci, criticarci, e perché no,
correggerci.
Il presentimento è quello del (terzo)occhio che sente pulsare le frenetiche
vene in questa nuova stagione cinematografica, che dalla corrente
(scossa/brivido/euforia premeditata) sembra essere tra le migliori mai viste
nelle ultime annate. Non solo dopo l’ormai stra-citata/lodata Mostra del
Cinema di Venezia (in uscita: Resnais, Cuaròn, Aronofsky, Tsai Ming Liang (?),
Jia Zhang-Ke, e tantissimi altri), ma anche a quelle vibrazioni ultra(n)sonore
che trasuda di (tantissima) attesa – voci di corridoio – fiducia
politicizzante (a oltranza) verso nomi che prestissimo si tradurranno in
immagini vive e concrete, finalmente abbracciabili, contestualizzabili, e
perché no, criticabili.
Solo ormai pochi giorni e arriva in sala il nuovo Shyamalan. Lo
attendiamo per legare il filo della sua (grandissima) cinematografia, per
tirare le somme non solo della sua strada autoriale, ma di tutto il percorso
(filmicamente) reazionario che sta attraversando il neo(new)Hollywood. Pronta
risposta a The Village, ancora una volta dunque, l’11 Settembre,
ma stavolta con la speranza/resuscitazione come già in Bobby di Estevez.
In questo senso, ancor di più attendiamo Clint Eastwood, che si sdoppia
addirittura in 2, impersonificandosi nell’antropologismo psicologico più
estremo nonché progetto (economicamente, ma non solo) più ambizioso della sua
carriera. Un Autore che per completezza si assume una doppia (poli)valenza,
proprio come il suo Cinema sempre doppio (classico/neo-classico)
(perdente/vincente) (vita/morte), duplicità destinata però ad incontrarsi nello
stesso punto d’arrivo, presentandosi infine con la stessa medesima
facciata. Siamo pronti ad urlare e gioire dell’ennesimo capolavoro.
Dal vecchio continente sono invece in arrivo quei prodotti più estremi, pronti
a raggrupparci nuovamente in fazioni, a dividere l’unione positivista. In
primis Bruno Dumont (già trionfante a Cannes), che ancora una volta
sfiderà la nostra concezione di Cinema e Cinefilia, Uomo e Umanità, tra i
meandri del suo (rinnegato) estremismo. E
Lars Von Trier, che interrompe momentaneamente la sua
trilogia sull’America per cambiare genere ed affrontare la commedia, con
tutto il rischio che ne consegue. Che dire poi di Ken Loach, Palma
D’Oro a Cannes, sempre un autore sul filo dell’ambiguità artistica,
in bilico – quindi, come il Cinema stesso, il tutto e il niente.
Da terra asiatica, Zhang Yimou si sveste del wuxia-pian per ritornare
alle sue storie intimistiche (il Yimou che continuiamo a preferire), di
province e di cuori, di rapporti spezzati che cercano di ricollegarsi. E grande
colpo della Festa del Cinema di Roma, che non se l’è lasciato sfuggire.
(per il programma completo: http://www.romacinemafest.org/rcm/documenti1/Cartella%20stampa_ita260920061757265.pdf
)
Sempre dalla kermesse della capitale (molto più festivaliera che festaiola, a
dir la verità) arriverà il nuovo lavoro di Shinya Tsukamoto, un neo
viaggio verso i meandri della psiche, dell’incubo e della percezione
portata alle sue estremità sensitive.
Visioneremo invece in fuori sede i nuovi film del Takashi Miike, pronto
con ben 3 (si: 3!!) opere per scavare(scavarci) deliri onnipotenti oltre ogni
immaginabile (come già col Lynch veneziano). Shocks euforici, metafore
metallizzate, metafisiche, trip senza ritorno nei limiti della sovra-umanità.
Unico modo per recuperarli: tenere d’occhio http://www.yesasia.com/ - si, perché
purtroppo rimane ancora l’unica via per ottenere certi tesori, sepolti nel
nulla e/o mai distribuiti.
Come in guerra (e lo siamo, ahimè), ad ognuno il suo. La sua immagine
riconciliante. Il suo orgasmo visivo. Tutti in fondo ancora vittime della
Politica degl’autori, o semplicemente accecati dalla filia più estrema:
affondate nelle vibrazioni del Cinema.
Come sempre, noi saremo qui, pronti a dire tutto e il contrario di tutto.
Con i più sinceri auguri di Buona Stagione Cinematografica 2006/2007.
Tre come numero perfetto. Non solo il terzo anno dell’era Muller
sotto la direzione dell’ultima – magnifica – lucidissima
– Mostra del Cinema di Venezia, ma anche terzo anno d’attività per
il nostro piccolo portale. Permane la riflessione e la sperdutezza, e la scelta
di quella nuova icona in Home Page non è ovviamente dettata dal puro caso.
Diventa invece la certezza della perfezione, l’imperfetta coniugalità del
Cinema, della visione, dell’occhio, trasportato in questa vita smarrita,
tra queste strade minacciose ma illuminate dalla direzione autoriale.
Stiamo andando avanti, non sappiamo verso dove, né quando ci arriveremo. Ma
l’importante è che stiamo andando, contro ogni paralisi e congettura
–trip-vortice di sensi e sensazioni. Non solo strade perdute, ma anche
angeli perduti, verso l’oblio dello schermo che si fa vita vissuta o da
vivere, un ritorno estremizzato verso le origini per chiudere e aprire un nuovo
cerchio. Mai così rispecchiante come il tanto amato Lido Veneziano di
quest’anno, che per l’occasione promettiamo di coprirvi al massimo
delle nostre forze e della nostra velata lucidità (già presenti le primissime
riflessioni dalla manifestazione, che continueranno fino al prossimo mese). E
proprio da Venezia viene l’immagine più potente e suggestiva pronta a riflettere
il vecchio-nuovo Positif: il buco nero di Weerasethakul, quello che
risucchia enigmaticamente e ipnoticamente il fumo che s’intorpiglia e
s’avvolge nello spazio libero e circolatorio. Qualcuno direbbe: Le nostre
speranze e aspettative: Buchi neri e rivelazioni.
Positif - Anno Terzo. Più cupo. Più noir. Più depresso. Più digressivo. Ma
anche più consapevole, finalmente.
EDITORIALI DELLA SCORSA STAGIONE