EDITORIALE – A cura di Pierre Hombrebueno 

STUCKED ON REWIND – (19/06/06)

 

E questo è forse il primo editoriale dalla (breve) storia di Positif Cinema che si apre con delle scuse. Delle dovutissime scuse verso i nostri lettori che ogni giorno ci fanno l’onore di spulciare questa piccola rivista telematica alla ricerca di ogni micro-aggiornamento, e rimanendo poi delusi trovando il nulla assoluto. Bloccato nel tempo: Editoriale non viene toccato da almeno 3 mesi, mentre in quanto a Visioni, siamo fermi a Maggio. Ce ne scusiamo amaramente, ma è la foga estiva che costringe la nostra pelle a sciogliersi, quella breve e momentanea distrazione verso altri lidi occulti e non ancora esplorati.

Ora, per recuperare il tempo perduto, torneremo indietro nel tempo verso un fast rewind per chiudere anche questa stagione di positivismo. Per ri-avvolgere il nastro, (re)visioneremo quei film della stagione di cui purtroppo (o per fortuna) non abbiamo avuto occasione di scrivere all’uscita in sala, dei titoli must come Manderlay di Von Trier, Mary di Ferrara, e tanto altro ancora.

L’Estate è alle porte, le valigie sono quasi pronte, ma vi chiediamo di rimanere con noi ancora per un po’, per una veloce (ri)scoperta di quella che è stata quest’ultima stagione cinematografica. E per finire in bellezza, ripeteremo l’operazione effettuata l’anno scorso, con la classifica dei film più amati dai Positivisti, giusta occasione per scannarci tra di noi un’ultima volta, prima di partire ognuno per la sua strada, chi in India a meditare e chi in Islanda a rinfrescarsi, per poi ritrovarci direttamente a Settembre per la Mostra del Cinema di Venezia, che quest’anno vi promettiamo di coprire più completamente. A proposito di questa Mostra, che a quanto pare si rivelerà mostruosa anche quest’anno, è stato annunciato il nome della Capo-Giuria: Catherine Deneuve, la storica diva francese già musa per Truffaut o Lelouche. Con tutto il rispetto per questa grande dea della recitazione, ci chiediamo però: Per pura accademia, non avrebbe figurato meglio come capo-giuria di un Festival del calibro di Venezia un Auteur invece di un’attrice, per quanto brava possa essere? E ricordiamoci solamente che negl’ultimi anni, a Cannes sono passate personalità come Wong Kar Wai, David Lynch, ed Emir Kusturica.

Eppure, comunque vada, noi di Marco Muller ci fidiamo, in quanto è seriamente il miglior Direttore che ci sia ora tra le piazze festivaliere. Ma di tutto questo e altro ancora, se ne riparlerà direttamente la prossima stagione.

Per ora non rimane che lanciare pre-giudizi critici, socchiudendo le finestre per non lasciar filtrare il sole, godendoci le ombre tra le birre fredde in questa Estate afosa, che speriamo, sarà per tutti all’insegna della Cinefilia più profonda. In questo senso, vi consigliamo di tenere d’occhio il sito della Cineteca di Bologna (www.cinetecadibologna.it ), ormai pronta per esplodere euforicamente con i suoi ricercati festival questo Luglio (in primis: Il Cinema Ritrovato, vera perla cinefilica per ogni fanatico, che per quest’edizione promette scintille inimmaginabili).

E quindi, “one last thing before i shuffle off the planet”: chiaramente i nostri più sinceri ringraziamenti a voi che ci seguite, teneteci ancora d’occhio per le prossime settimane, e poi ci rivediamo direttamente all’apertura della nuova annata, chiaramente con le tante novità editoriali che vi proporremo in seguito.

E parafrasando un caro collega: (E)State al Cinema!

 


UN ANNO DI POSITIVISMO – (01/03/06)

 

E il tempo scorre come a raffica. Veloce, rapido e indolore come un’iniezione anestetizzante. Perché il tempo, a quanto pare, cancella o rimodella le tendenze e le esasperazioni. Un anno di (sovrap)pensieri, di sublimazioni, d’interrogazioni e di (auto)critica. E ancora: d’investigazioni (istigazioni), contemplazioni e un continuo ricercare un approcciarsi filmico che si faccia epidermico e nel contempo plausibilmente autarchico. Un anno di positivismo, già. Tra le anime che ci hanno trapassato e incoraggiato ad esistere, tra risse sub.urbane con chi non poteva tollerarci (baci con la lingua anche a loro), e chi invece ci ha presi come una nuova istituzione in questo desolante panorama web-cinematografico. Onorati, ma non siamo affatto un’istituzione. Il positivismo (ma che cos’è il positivismo?) non è una teoria concettuale, bensì un rapporto. Un rapporto a cui certo, a volte ci concediamo di venir meno. Un rapportarsi continuo e intrecciato di filia leggibile anche all’inverso. Di sicuro siamo meno incazzati dell’anno scorso. Siamo più tranquilli, o meglio, più equilibrati nell’aggressione. Insomma, più che prenderci a cazzotti con qualcuno, preferiamo bere una bottiglia di birra e farci una canna. Trasformazione verso l’epopea, l’epica, che ci costringe a sognare amore e odio. Perché amiamo e odiamo il Cinema nello stesso modo. Una certa tendenza del Cinema. O del rilegarsi continuo di questo Cinema verso strade sempre più biforcate e sentenziate. Non abbiamo tempo di festeggiare né vogliamo festeggiare. Perché i servi non festeggiano. Giammai. Amano, odiano, ma non festeggiano.

I festeggiamenti li lasciamo a Piera Detassis e alla sua (clown) band, con tutta la nostra simpatia nei loro confronti. Non siamo certamente qui per spompinarci a vicenda, ma solamente per esprimere (esprimerci) nel modo più tondo possibile. Voi c’abbracciate e noi ricambiamo. E le statistiche dimostrano: 12.523 pagine visitate a Marzo 2005 - 30.400 pagine visitate nel Febbraio 2006. Mica poche, considerando lo stampo della rivista, che se fosse un film, sarebbe totalmente indipendente e auto-finanziato. Senza pubblicità. Senza contatti di lecca-culaggine con uffici stampa et affini. Noi siamo qui, parliamo di Cinema, ed è tutto. Non sempre in modo dialettico, e sappiamo anche questo. Perché in fondo in fondo ce la tiriamo, dall’alto della nostra sapienza servile, ma non per questo rifiutiamo il confronto, anzi, il positivismo è un continuo confrontarci tra noi e gl’altri. Un continuo imbottirci e imbottirvi di pillole e medicine. In questo senso stretto, siamo addirittura gl’opposti del Positivismo storico nella terminologia sociale.

Come regalo (a noi stessi e a voi) per questo primo anniversario concesso, la prossima apertura di una nuova sezione: LEZIONI DI CINEMA. Ispirato e ispirante a Laurent Tirard, arriva l’altra faccia degli Sguardi d’autore. Interviste in esclusiva per Positif sul mestiere del regista, sul modo di concepire e intendere (fare) il Cinema da parte di quegl’autori ormai entrati nel nostro olimpo ideale, il perché di sovrimpressioni, dissolvenze, primi piani, piani fissi, piani-sequenza, montaggi alternati, montaggi sequenza. I tanti perché avranno risposte. Risposte a cui prontamente, sorgeranno nuove domande. E non è affatto una marzullata.

Qualche anticipazione sui primi nomi? E’ in arrivo tra un paio di settimane un incontro con Park Chan Wook, autore di quella trilogia sulla vendetta che nulla ha a che vedere (per nostra fortuna) con quelle killbillmerdate del nuovo secolo. Mica male come inizio eh?

 


AMORE E AMORI (MEDS?) - (05/02/06)

La festa di San Valentino è chiaramente una pretesa, per noi Positivisti, di festeggiare e omaggiare il Cinema d’amore e d’amori, riscoprendo quella parte romantica (e nel contempo tragica) con cui vediamo e viviamo il mondo, tra sogno (retrò?) e utopia (arretro?).
Il nostro palinsesto, inaugurato da quel meraviglioso indimenticabile capolavoro di Murnau, Aurora, è quindi una celebrazione dei grandi sentimenti (o del più grande sentimento) della vita che si riscopre Cinema (alter-vita), e la scelta degl’argomenti collaterali è tutt’altra che casuale.
Non è solo perché tra i film in uscita figurano pellicole di amori brucianti (l’anima), non è solo perché l’aura (gay?) di gennaio ci è ancora compulsante, non è solo perché la Nouvelle Vague (che proseguiremo per tutto il mese) è il simbolo empatico dell’amore in fuga (e che quindi ci COSTRINGE a parlare d’amore, ma anche a (s)fuggire (d)all’amore), e non è solo perché Woody Allen (altra figura del mese) è un(o) (s)fottuto cinico, e per ultimo, non è solo perché siamo sotto medicine e pillole.
A proposito di medicine e pillole, più richieste ci sono arrivate riguardo “Meds”, su quella figura deformata e deformante, espressionista e surrealista che figura tra i nostri graffiti ed editoriali. Che cos’è dunque questo Meds (qualcuno ha urlato al nuovo film di Jean Luc Godard: eh?!!), che starebbe per medicine (appunto, pillole), che trova ritorsione nell’(cinema d’)amore. Meds è arte figurativa, il nostro nuovo Mun(i)ch per indicare la malattia/il virus che stava ingoiando positif (depressa/depressione?), e a cui rispondiamo con masochismo buttandoci a capofitto nella malattia/virus stessa, come a dire che i (dormendo coi) fantasmi è la cura (meds) adatta, distruttiva e distruggente.
Non è più tempo per sognare, l’ha detto (e lo diceva da tempo) Spielberg stesso.
Noi rispondiamo con Meds, coi sogni (rotti e non) (broken – promise – brokeback?), con le medicine e con le pillole del de(pp?)forme, del contorto, dell’apparenza e dell’essenza.
Ai non sogni rispondiamo coi sogni (e con gl’incubi), e in Meds abbiamo trovato la cura (esorcizzata ed esorcizzante). Quindi, imbottiamoci e imbottitevi di pillole con noi, preparate gl’infrarossi, le scimmie spaziali, i clown tristi (la (non)morte di Charlot?), preparate i sette fortunati, le voci che ci fanno piangere.
No, non è un film di Jean Luc Godard, né tantomeno un cinismo Alleniano.
Perché quando sogniamo, sogniamo di labbra, baci, e pugni. Pugni.

 


MEDS – (29/01/06)

 

 


(A)CRITICISMO – (15/01/06)

 

Non ci siamo mai definiti dei critici. O se l’abbiamo fatto, era per puro sfogo anti-concettuale.

E come probabilmente diversi di voi avranno notato, odiamo i “critici”. Non tanto perché il soprannome in sé è ormai diventato sinonimo di babbaggine marzulliana, ma perché con tutta probabilità, la critica è ormai avvolta nella necro-filia, cercando di (ri)tornare in quella dimensione di rivoluzioni semiotiche che fecero ondata nei meravigliosi 60’ e 70’.

In fondo, lo stesso reclamo mereghettiano sulle pagine di Ciak di un annetto fa non è che un urlo necrofilo nel ricercare quei sensi perduti che la dimensione critica offriva ad ogni occhio cinefilo dotato di cervello e cuore.

O Forse è solamente questione di nomi. O forse no. In effetti non so nemmeno (e non mi sono informato) da dove effettivamente derivi il termine “critico”, quando in realtà la sua missione non è effettivamente “criticare”. Per questo odiamo definirci “critici”, perché è annebbiante quanto il thrill hitchcockiano ed intricata come gl’enigmi di Mulholland drive.

Invece, forse, preferiamo definirci “Studiosi”. Di quelli enfatici. Ci collochiamo più facilmente con quei giovincelli che negl’anni 40’ frequentavano i cineclubs parigini commentando e ragionando sui film nei Cafè.

Caffè e sigarette, ancora meglio.

Allo “Studioso” si aggiunge dunque il termine “Pensatore”. Amiamo pensare al Cinema. Pensare di Cinema.

E a quanto pare è proprio questo che manca a gran parte dei cosìdetti “Critici”: il ragionamento razionale sulle idee.

E’ forse la contaminazione, la routine.

 

Noi odiamo i critici.

Noi siamo a-critici.

Non chiamateci critici.

Non facciamo della critica-straccia.

Chiamateci semplicemente “Pensatori”.

Perché pensare, ci rende più felici, che criticare.

 


ANNUNCI VELOCI (VELOCI VELOCI) – (02/01/06)

 

Tra neveghiaccipollineluciecolori(etantobuio), Positif prepara il palinsesto del mese, digerendo ancora le ultime fette di pandoro e le ultime gocce di alcool (inscorrere nel sangue). Tra i miraggi di queste festività, la dedica è quella ai fantasmi giapponesi, un mondo (ormai) familiarizzante grazie ad anime-manga e post-ringu cinematografico.

La ghiotta occasione nasce dal regalo del Future Film Festival di quest’anno, che ha (sacrosantamente) deciso di rassegnare opere di registi invisibili (o fantasmagorici?) quali Yamamoto Satsuo, Kinoshita Keisuke, Misumi Kenji, et altri. Tutto ciò è oro luccicante. Grazie in anticipo FFF.

Non mancheremo di omaggiare anche i primi 50 anni del Cinema Moderno sotto il segno della Nouvelle Vague francaise. Ombre (inelettriche) di truffautchabrolgodardrivetterohmeresnais continuano a persistere (o pre-esistere?) con quel cinema che fu che è e che sarà in un viaggio senza ritorno da Parigi a Hiroshima.

Infine, spielbergmalickallenlee. Munich-thenewworld-matchpoint-brokebackmountain. Pioveranno cuori, speriamo. E non solo neve. Piovono baci dal cielo. Si. E anche Cronenberg.

(liquefazione neo-alcoolica non visivamente remota)

 


 

PESSIMISMO COSMICO (18/12/05)

 

Mi mette ansia, terrore e furore, l’osservazione che il nostro Elvezio Sciallis fa riguardo King Kong di Peter Jackson: “Con l’attuale progredire della tecnica, la personalità del regista in progetti come questo non conta assolutamente nulla, e fra 10 anni un qualsiasi filmaker con i dovuti mezzi produttivi riuscirà, al 100%, a girare un King Kong “migliore” di quello attuale”.

Fa riflettere, in una sorta di esame di coscienza per un Cinema che sempre di più sta percorrendo la via del post-moderno fatta di (quinti)elementi impuri ed extra-cinematografici, come effetti visivi sonori stordi-occhi e spacca-orecchie.

Non voglio fare il veggente, anche e soprattutto considerando che non ho ancora avvistato l’ultimo Jackson, ma l’osservazione del Sciallis è effettivamente allarmante e disturbante, come i cosìdetti nuovi mezzi del Cinema(?) stiano veramente rischiando di coprire e uccidere quella che è la personalità autoriale dell’uomo che sta dietro (ma anche davanti) la macchina da presa.

Si fanno i nomi, tra Zemeckis Spielberg Raimi Lucas, non mestieranti qualunque, ma veri autori rivoluzionari e rivoluzionanti che al Cinema e al suo pubblico hanno dato tanto, ma che oggi (mas)turbano più entità in perdita di fede. La critica, in effetti, si divide come le acque di Mosè. Prendiamo d’esempio quel grande caso di post-moderno che è Polar Express di Zemeckis: E’ un’opera che spinge le barriere dell’animazione(e del Cinema) verso un processo infinito d’avanzamento tecnico-d’avanguardia, o è un prodotto artificiale puzzolente che copre le emotività carnali della purezza cinematografica?

E’ troppo presto per dare sentenze. Il sottoscritto preferisce limitarsi ad osservare con processione analitica. Ripeto: non sono un veggente. E questa paura cosmica mi blocca come un neonato, (co)stringendomi a letto con i dvd di Eastwood e Oshima per il terrore d’impotenza rispetto i neo-film delle sale cinematografiche.

Sono forse, effettivamente, un codardo, travolto come un’anima indifesa da queste immagini così estranee(?) ma nello stesso tempo così ipnotiche e ambigue.

Non ha torto quel gruppo di persone che un annetto fa urlava per una nuova (vecchia) forma di cinematografia: “Il Cinema di oggi è molto più vicino al Cinema delle origini che a quello di 15 o 20 anni fa”. Ovvero, è un Cinema di nuove scoperte, di nuove vie, di nuovi mezzi, di scimmioni giganti artificiali, di 3volte TomHanks/nonTomHanks digitalizzato, è una forma d’espressione che ogni giorno scava e scopre nuovi mezzi, proprio come ai tempi dei pionieri d’oro.

Si prefigge il cosìdetto salto (buio) verso la nuova era (post)post-moderna.

La domanda è: Alla fine di queste rivoluzioni estetiche-semiologiche-etiche, che cosa resterà del Cinema? O meglio, sarà ancora Cinema?

Buio nero sulle possibili risposte. Sappiamo solo che lassù, qualcosa sta per travolgerci, esattamente come gli alieni divenuti cattivi di Spielberg , che ci osservano in soggettiva, minacciosi e trepidanti.

Ma in fondo, io, quei ZemeckisSpielbergRaimiLucas, continuo ad amarli.

 


I SOLITI IGNOTI (04/12/05)

 

Oggi è finalmente uscito nella mia città (che per la cronaca corrisponde a Parma) L’Arco di Kim Ki Duk, il capolavoro che (si dice) è stato distribuito in tutta Italia solamente in 8 copie.

Infatti, il sottoscritto ha avuto l’onore (e l’enorme piacere) di godersi l’ultima (grandissima) fatica del regista koreano solo 1 mese dopo la sua uscita ufficiale. Non ci speravo quasi più, di poter abbracciare L’Arco su grande schermo.

Come dicasi in questi casi, meglio tardi che mai.

La pellicola era proiettata in un piccolo cineclub, con zero ragazzini brufolosi pop-cornosi e in compagnia invece di qualche anzianotto serioso. Meno male, perché opere come questa vanno viste in totale assimilazione tombale, per emergere la propria anima dentro e oltre lo schermo.

Kim Ki Duk non proietta il suo film al pubblico. Proietta noi nel suo film. E questo è magico, e non c’è contorno migliore di un piccolo cineclub magari un po’ polveroso e retrò.

Come diversiva per una serata filmica, c’era invece la mega-multi-maxi-sala.

A Parma abbiamo il Warner Village, vero luogo di non-cinema, dove su 7 sale (si, poltrone enormi da re per una notte con tanto di porta-bibite e porta-popcorn e porta-battilapesca) si proiettano spesso e volentieri quei film confezionati apposta per i teen-ager cafoni che del Cinema e della sua bellezza non hanno mai saputo niente.

Titoli recenti: Mr. & Mrs. Smith aka la gara di coolness tra Brad Pitt e Angelina Jolie, o Melissa P, il caso (anti)sociologico di una povera ragazzina costretta(eh?) a scoparsi 5 ragazzi insieme e a fare pompini in giro per le cavernicole della città.

Inutile, (in)giustamente, chiedere che almeno 1 sala tra queste 7 sia dedicata ad autori più ignoti, ma sicuramente migliori (migliorissimi): Ombre di Kim Ki Duk, Tsai Ming Liang, Werner Herzog, o Aleksandr Sokurov.

Ma non è possibile. Si preferisce proiettare Melissa P. in 4 sale quadruple piuttosto che concedere un po’ di spazio agl’invisibili. E non solo, film come quello di Luca Guadagnino regnano pure incontrastati al Box Office. E la cosa magica, è che pare far schifo a tutti. Non solo alla critica, ma anche al suo pubblico. La domanda potrebbe essere: “Perché diavolo allora questo pubblico, pur sapendo in precedenza di andare incontro ad un film di merda, premono l’acceleratore lo stesso?” Perché probabilmente di film come Melissa P. non possono fare a meno. Amano, con malizia, vedere la storia (falsa) di una coetanea pompinara. E’ eccitante, forse. Oppure, sono semplicemente magnetizzati da questi film spazzatura che vengono venduti a dismisura dalle multi-sale, perché non conoscono altre vie di Cinema, se non il Warner dietro casa.

Questi multiplex diventano quindi luoghi di anti-cultura e promotori dell’ignoranza, una sorta di congrega organizzata da Piera Detassis con la bibbia secondo Ciak.

Noi positivisti siamo contro questo genocidio della cultura cinematografica.

Così, per pura protesta, ci rifiutiamo di perdere il nostro tempo e la nostra pazienza nel recensire film come i citati Mr. & Mrs. Smith o Melissa P. Sappiate solo che sono merde. E se avete un po’ d’Amore per il Cinema, state lontani da quei film, da quelle sale infette che spesso e volentieri vi(ci) barattano merde farcite in cambio di quei 7 euro. O 10, se volete anche la porzione di pop-corn.

Il sogno Miikeiano è quello di bruciare questi maxi-saloni, insieme a quei ragazzini insopportabili che hanno preso il Cinema come un play-ground dove buttarsi i fiocchi di mais addosso e commentare a voce alta ogni singola scena come se si stesse tenendo una conferenza sull’idiozia. Ma in fondo, che colpe hanno loro, povere vittime del post-moderno che vivono rinchiuse nella caverna platonica. Il dito, va ancora una volta puntato contro quelli che non usano il loro potere per trasmettere a queste vittime l’importanza delle (buone) immagini in movimento. Ci riferiamo a maestriprofessoricriticigiornalistirivistedistributoriufficistampagenitorinonni.

(Ri)Diamo vita ai cine-club. (Ri)Diamo vita Al Cinema. Più spazio a chi fa ancora del Cinema un’Arte.

 

Dedicato ai soliti ignoti.

Dedicato a chi, ogni volta, deve faticare per mostrarci il suo ultimo capolavoro.

 


 

TUTTO SCORRE (TROPPO IN FRETTA) (20/11/05)

 

Se nel giro di un (nano)secondo qualcosa è cambiato dal bianco al nero, vuol dire che tutto ciò che persisteva in precedenza era (pura) falsità.

Il caldo dei giorni precedenti, era un’illusione. In verità faceva già un freddo cane, e solo ora lo stiamo metabolizzando sentendolo al (quasi)massimo. Preoccupatevi. Oppure, gioite, amanti del freddo, perché la bufera è in arrivo.

Quest’anno è particolare. Perché sembra tutto affrettato. Persino la stagione cinematografica, che non ci presentava film così interessanti e belli ad inizio stagione da chissà quanto tempo.

E quest’aria così (noir)favolisticamente felice e spensieratamente natalizia che ci fa venir voglia di essere dei Babbi Bastardi scordandoci degl’insegnamenti di Capra o di Wilde.

Persino quest’editoriale è affrettatamente rivelatorio della mancanza di un qualcosa da dire e da esporre con esplicitazione, e così ci limiteremo a galleggiare nell’annebbiamento di sentimenti sprizzanti da tutti i pori della vita dentro e fuori l’immagine cinematografica.

Non percorriamo una linearità e già lo sapevamo. E forse ha ragione Bertolucci quando sostiene che lo schermo cinematografico non proietta le immagini del mondo verso di noi, ma siamo noi che tramite lo schermo siamo proiettati nel mondo.

Tutto scorre con velocità super-sonica tra (ultra)suoni (meta)fisici oltre l’immaginifica (re)visione, sarà per questo che, via Pasolini, ora abbiamo Mamoru Oshii in copertina, il suo esistenzialismo cyber-karwaiano che senza precisa motivazione (mi/ci) fa gocciolare una lacrima inutile ogni volta che tendo(tendiamo) un approccio esistenzialistico tra passato presente e futuro.

Siamo soverchiati dalla continua morte agorifica. Tutto si ingigantisce e ci travolge in fiamme, in un effetto sincronico peggio deidinosauridiLostintranslationsovrimpressionidiVigopsichedelicadellapazziaKubrickianafinedelmondodell’intelligenzaartificialeilgran

defratelloorwellianopiuttostochepeterweirtarantinomerdaononmerdamarzullochesimetteafaredomandeintelligentinewyorkheraldtr

ibuneallajlgeunbambinozoomatodalfotogrammafinaleyesnoneofyoucanmakethegradeharderfasterforeverafterharderfasterforever

afterharderfasterforeverafterharderfasterforeverafterharderfasterforeverafter.

Dedicato a chi sente il tempo passare troppo in fretta.

Dedicato a chi muore ogni giorno, e risorge ogni giorno.

Dedicato alla fisicità che non regge più questo bombardamento di profusione idilliaca.

E dato che è tutto anticipato, Vi auguro Buon Natale. E anche Buona Pasqua.

 


IN MEMORIAM: PIER PAOLO PASOLINI (06/11/05)

(A CURA DI DAVIDE TICCHI, IL PIU’ PASOLINIANO TRA I POSITIVISTI)

 

Un lungo interminabile addio, che dopo trent'anni ancora si leva nel pensiero, ad uno dei più grandi maestri della storia del cinema italiano, mio e di moltissimi altri.

 

Come non ricordare l'immagine così affettuosa che ha rispecchiato di sè nella figura di Accattone, un sognatore corrotto dalla triste realtà della vita, e perchè no, proprio della morte stessa.

Come dimenticare il volto di Ninetto Davoli nelle sue avventure boccaccesce, buffo, paffuto, completamente opposto a quegli scarni tratti facciali di Pier Paolo, eppure anche lui come il maestro, un sognatore.

E la brutalità, la violenza profetica dei personaggi di Salò, brutti, sporchi e schifosi, ma apparentemente intelleggibili, figure intellettuali a cui l'intellettuale Pier Paolo Pasolini non si è mai sentito vicino, uomo di plebe e rivoluzionario dei sentimenti più bassi e male espressi, adulatore della sincerità popolare. Lui che questa violenza onnicomprensiva più celata che evidente, e che tutti possediamo nel subconscio, l'ha sempre voluta esiliare dentro le sue opere, segregare nei suoi scritti, nelle sue interviste.

Ne è rimasto vittima, fatalmente come in un suo film, ucciso in un misterioso omicidio che lo identifica come artista non comune, uno che si faceva uccidere per i propri sogni mal ridotti, più che ideali in senso generico, che tanto politici in fondo non erano. Bensì il mistero di questo atto di odio sta negli stessi sogni che meterializzava attraverso il cinema, là c'è la soluzione all'omicidio di Pier Paolo Pasolini, proprio in mezzo tra "politica" e poesia, tra vita e morte, tra amore e odio. Con Salò o le 120 giornate di Sodoma il maestro, l'artista, l'uomo, il ragazzo di borgata firma il suo mandato a morte, insieme a quello dell'umanità intera ormai votata al male eterno. Osservando coi binocoli una violenza che non ha eguali e non ha senso, Pier Paolo rimane senza vita, grazie ai suoi sogni condivisi.

 

Pier Paolo Pasolini era un uomo consapevole del mondo in cui viveva, chissà se oggi lo sarebbe ancora e chissà in quale forma avrebbe mostrato la violenza che ci circonda, forse, attraverso naturalmente l'arte e la poesia. Come sempre.

 

Viene creduto un santo, o qualcosa di simile. Egli di nascosto, continua a fare la sua vita sensuale di ragazzo di borgata, frequenta magnaccia, puttane. Prende la sifilide.

 

Grazie Pier Paolo

 


PAURA EH? (30/10/05)

 

Non so quanto possa essere vero, ma si dice che tutti, da bambini, abbiano avuto il loro incubo da cine a tormentarli, a tenerli svegli fino a notte fonda cogli occhi aperti mentre dalla porta o da sotto il letto si manifestava pian piano l’esplicitazione pura della psichedelica presenza immaginaria.

L’uomo nero prende vita. Ha sempre preso vita. E spesso e volentieri è un trauma che rimane: il primo approccio cine-meta-mortale-vitale di ogni fanciullo è l’Horror.

Per quanto mi riguarda, prima ancora degli incubi friedkin-argento-bava-krueger-myers-jason, venne (senza andarsene mai più) Shake, Rattle & Roll di Ishmael Bernal, un horror filippino che è poi diventato un vero cult in patria.

A causa dell’irreperibilità dell’opera, non l’avrei mai più rivisto in vita mia. Eppure, a volte, di notte, ancora mi cago sotto, fleshato da quelle immagini ormai indelebili e inscatolati per sempre nella lucidità della memoria.

Ognuno di noi ha il suo horror(e) nell’anima cinefila. Per questo è uno dei generi prediletti di Positif.

Ed è puro caso del destino che il nostro mese dedicato al genere finisca proprio con i festeggiamenti appropriati che si nascondono dietro la parola Halloween. Negl’ultimi 30 giorni, oltre alle solite visioni critiche orrorifiche (ricordiamo opere come The Descent) e alle revisioni cult (Suspiria, La Casa, ecc), abbiamo provato a farvi anche il punto della situazione che il genere attualmente sta attraversando.

Noi pensiamo di aver fatto un buon lavoro, ma il nostro unico pentimento è il non essere riusciti a revisionarvi un titolo che si addice perfettamente a questi giorni: Halloween di John Carpenter, che a quasi 30 anni dalla sua realizzazione, continua ancora a (per)turbarci. Colpa della mancanza di tempo materiale. Ma promettiamo di tornarci su, prima o poi..

E da tutta la redazione i più sinceri auguri di buone feste.

 


CRISI - (16/10/05)

 

“Sto vivendo una crisi, una crisi c’è sempre ogni volta che qualcosa non va…”

Si, forse è arrivato il momento di parlarne anche qui su Positif. Della crisi che sta colpendo la nostra Industria (o come direbbe Metz: Istituzione) Cinematografica, un’epidemia che si manifesta esplicitamente con il calo d’incassi, il taglio ai finanziamenti, e l’ultimo sciopero che ha visto tutte le sale italiane chiuse e protestanti.

Anche noi di Positif proviamo ad interrogarci sulle possibili motivazioni di questa crisi misticamente esistenziale: Poche balle ragazzi, non è (solo) la mancanza di buone offerte o l’avanzata pirateria.

Il motivo principale, il succo di questo problema, va ricercata dall’interno, non (solo) del Cinema, ma della vita quotidiana.

Lo dicevamo nel nostro primissimo editoriale: C’è una gravissima ignoranza dilagante nel Paese. Un’incapacità di fruire le (buone) immagini (in movimento) come si deve. E c’è da chiedersi come diavolo sia possibile che nel 2005, ancora non si insegni alle scuole un approccio all’”educazione del e per l’immagine”.  I giovani sono lasciati nel buio della loro ignoranza. Foscolo e Leopardi (per fortuna), si studiano ancora. Picasso e Van Gogh, anche (si fa per dire). Ma forse siamo tutti d’accordo che un Griffith, un Ejzenstejn, o perché no, un recente Kim Ki Duk, non valgono meno di un Leopardi o di un Picasso, sia a livello artistico che a livello culturale.

E ormai le istituzioni (scolastiche) non possono ignorare l’importanza di un’ educazione del/per immagine nella società attuale, dove più che mai, le immagini scorrono ovunque a cominciare dalla potenza mediatica più usufruita da tutti: la televisione.

Lasciare i ragazzi in un bivio senza dare loro gli strumenti di scelta, è un vero delitto del post-moderno. Perché se una minima concezione televisiva/cinematografica fosse loro donata, avremo di sicuro meno merde dilaganti. E di conseguenza, meno crisi.

Ragioniamoci sopra gente. Ragioniamoci…

 


TRASH – (10/10/05)

 
Maybe, maybe it’s the clothes we wear,
The tasteless bracelets and the dye in our hair,
Maybe it’s our kookiness,
Or maybe, maybe it’s our nowhere towns,
Our nothing places and our cellophane sounds,
Maybe it’s our looseness,
 
But we’re trash, you and me,
We’re the litter on the breeze,
We’re the lovers on the streets,
Just trash, me and you,
It’s in everything we do,
It’s in everything we do...
 
Maybe, maybe it’s the things we say,
The words we’re heard and the music we play,
Maybe it’s our cheapness,
Or maybe, maybe it’s the times we’re had,
The lazy days and the crazes and the fads,
Maybe it’s our sweetness,
 
But we’re trash, you and me,
We’re the litter on the breeze,
We’re the lovers on the street,
Just trash, me and you,
It’s in everything we do,
It’s in everything we do...

 


RIBELLIONE SENZA CAUSA - (25/09/05)

 

50 Anni fa moriva, a 24 anni, James Dean. Morte si fa per dire, in quanto, nel senso baziniano del termine, James non è mai morto veramente, né allora, né oggi, né domani.

Perchè qua scendiamo nel territorio degli eroi della mitologia greca, quando un uomo, attraverso imprese eroiche, raggiungeva la gloria tra le stelle dell’Olimpo. E Dean… si, ricordo ancora la prima volta che ho visto quell’affresco capolavoresco che è Gioventù Bruciata: proprio come un Dio in terra, insieme angelo e diavolo, Dean camminava con quella strafottenza positivista con la sigaretta bella in vista, mentre i mozziconi di cenere venivano sparse per ogni passo di fumo, disegnando quasi una scalinata di nebbia, solo che allora non credevamo che era verso l’eternità.

E quella paura di diventare egli stesso cenere sparsa in aria, una sigaretta bruciata e bruciante, si è annientata in un’azione auto-distruttiva (auto nel vero senso del termine), come una sorta di Voyage dans la lune attraverso una cannonball. Destinazione: Lo spazio infinito. Anzi, oltre, confinato al di fuori dello spazio e del tempo.

Poche Brandonità. Tutti hanno preso da James. Anche noi positivisti abbiamo preso da James.

3 opere cinematografiche come protagonista per entrare nella gloria dell’Olimpo. E lui è il nostro Achille ed Ettore messi insieme, che già allora, nel lontano 1955, ci ha insegnati che per vincere bisogna necessariamente anche perdere. Come in tutte le cose.

Semplicemente Dean.

 


POSITIF- STAGIONE 2 - (19/09/05)

Sigarette accese. Caffè bollite. Film? Come al solito, ce ne sono a volontà. Stanno pure riaprendo le sale cinematografiche. Ormai ci mancavamo solo noi nella mischia, e così, (ri)benvenuti a noi Positivisti, che riapriamo a braccia aperte verso questa seconda edizione di esistenza.

Confessiamo di essere ancora mezzi storditi (non solo) dalle immagini filmiche, subite-assorbite-assimilate negli ultimi mesi di assenza (fisica ma non mentale). Si, un po’ siamo stressati. Anche perché come ogni (ri)apertura vuole, stiamo preparando un re-styling della nostra piccola rivisticina web (qualche traccia da qualche parte è già mezza evidente, ma non aspettatevi chissà cosa: Perdio, siamo cinephiles, non dei grafici). Positif, come quel serpente tentatore del primissimo editoriale, cambia pelle. Ma attenzione: Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Quel vizio delle immagini filmiche che sempre più si sta impossessando del nostro spirito (sempre) più confuso (si, pure noi siamo confusi a volte), il vizio del Cinema che rischia seriamente di divorarci vivi (o morti, che importa) in un trip vorticale senza fine.

I positivisti che ritornano, uno per tutti e tutti per uno. Per carità, non siamo (ancora) incazzati. O almeno, siamo incazzati delle solite persone di sempre (ormai voi lo sapete chi sono, non c’è bisogno di fare nomi). Ma come usanza, preferiamo metabolizzare (almeno ancora per un po’), e non è quindi un caso se i nostri primi pezzi della stagione riguardano (ancora) la scorsa stagione, con reminiscenze dal Genova Film Festival e dal Cinema Ritrovato di Bologna.

Per ora Boiling Point e Visioni Critiche rimangono chiuse, anche perché poi arriverà quel report bombardamento direttamente dal Festival di Venezia, dove i positivisti hanno presenziato in massa come cani della Digos, fiutando il meglio e rifiutando il peggio di quello che rappresenta il Cinema (sempre più post) moderno di oggi. Mai saputo che c’era una linea così sottile tra cinefilia e cinofilia…

Comunque, basta parlare a balle. Ribenvenuti e noi. Di nuovo qui tutti insieme a sfogarci.

Grazie Nonno. Grazie Mamma. (E arrividuerci)

EDITORIALI DELLA SCORSA STAGIONE