DUE VOLTE LEI

REGIA: Dominik Moll
CAST: Charlotte Gainsbourg, Laurent Lucas, André Dussolier
SCENEGGIATURA: Gilles Marchand, Dominik Moll
ANNO: 2005


A cura di Davide Ticchi

UN LEMMING E UNA LEI COME FONTE DI INCUBI

Come dimenticarsi di Blue Velvet, quel marchingegno dell’orrore dove ogni elemento era pronto a trasformarsi in segmento inequivocabile che univa il sogno e la realtà. Impossibile confondere quegli spazi fatti per essere vissuti alla luce del sole, dove le ordinate villette a schiera si susseguono segnalando che là vi regna la felicità, il benessere, che quelli sono posti in cui si deve sognare di vivere. E come l’impavido protagonista dello straordinario capolavoro di David Lynch, là vicino, nelle zone limitrofe e meno rassicuranti scopre esservi alcuni “soggetti” pronti a smentirgli questo sordido luogo comune, a depredargli questa piccola ma rassicurante convinzione. I soggetti, gli elementi, i biases scoperti da costui si rivelano poi essere semplicemente sconvolgenti, proprio nella loro semplicità e in quella brumosa atmosfera che vivificano intorno e dentro di loro. La provenienza e la natura di questi “enti” è assolutamente iperrealistica, proprio come un orecchio mozzato e dimenticato in una stretta valle, dove il colore dell’erba è sbiadito ed il sole picchia forte, e come una donna perversa e resa tale, in cerca di chissà quale riscatto amoroso.
Scenario circoscritto e spostamenti in macchina verso mete oscure e deviate di tortura o sesso malsano, sono il vero ed unico background di thriller psicologici come Blue Velvet, Funny Games, Luci nella notte e Due volte lei – Lemming, tutte opere contrassegnate dal marchio: psicodiagnosi. Tutto quel che avanza dalle caratteristiche sopraelencate è forma o immaginazione. Interessante è infatti notare come gli elementi da cui i soggetti filmici si dipanano siano di ridotte dimensioni e povere parole, se non addirittura muti; questi divengono oggetto di significato intelligibile diverso per ogni individuo che ne viene in contatto, o di azioni spropositatamente scioccanti, per quanto riguarda gli esseri umani.
Il corpicino di un Lemming è terminato nel sifone del lavandino dei giovani e bei coniugi Getty, che adesso si chiedono inconsciamente il perchè di un simile accadimento, proprio la sera in cui hanno invitato a cena il capo di Alain e sua moglie, Richard e Alice Pollock. Strano perchè la coppia ospite dimostra subito segni di instabilità emotiva; lei, frigida e inquieta, non ne vuole sapere di comportarsi gentilmente, insulta il marito e insulta Alain e Benedicte facendo concludere a tutti la cena prima del previsto. E guarda caso il campanello d’allarme era stato attivato da un lavandino intasato dal cadavere di un Lemming ed ancor prima da un padre che di fronte a casa Getty aveva picchiato il figlio duramente. Tutte coincidenze apparentemente sconnesse fra loro, ma delle quali il fattore comune è proprio la violenza, il turbamento ed il forte senso d’inquietudine che queste provocano. Infatti per il Lemming sono caratteristici i suicidi di massa che effettua ogni stagione, e di morte volontaria morirà Alice, proprio il giorno dopo gli strani eventi in casa Getty, nella stanza degli ospiti, dove rimarrà ben visibile la chiazza di sangue sulla parete accanto al letto.
Tutti questi segni indelebili, queste fonti d’impotenza e radicata paura che s’insinuano all’improvviso nella realtà di coppia seminano sconforto e apprensione nei coniugi, portandoli a compiere quello che sarà il loro incubo peggiore, quello che del film è il principale movente.
Sogno e realtà dunque. Due dimensioni opposte e spesso coincidenti sconvolgono il rigido razionalismo di Alain, un ingegnere elettronico la quale ultima invenzione è una webcam volante, capace di catturare le immagini che si desiderano con il semplice uso di un telecomando. Questo oggetto, il lemming, il suicidio di Alice ed il bambino severamente punito svolgono un’importante funzione durante l’incipit di Due volte lei, in quanto propedeutici alle somme “coerenti” che verranno tratte nell’epilogo della pellicola. Questo per confondere ulteriormente le idee, per scombinare nuovamente le carte in tavola e far domandare allo spettatore quale tra gli elementi sensibili sia in verità causa della sua proiezione nel sogno. Difficile assegnare una risposta univoca quando già dal titolo italiano si può desumere che per ogni cosa vi è una sua ripetizione, un suo riflesso assolutamente fedele, esasperato forse, ma certamente verisimile.
Pensare che da elementi così minuti e fuori dall’ordinario possa dipartire una narrazione ancor più bizzarra e convulsa fa presagire grande ingegno e capacità di analisi psicologica attraverso metafore che appaiono indefinite, ma in realtà puntuali macchie di Rorschach. Alla compiuta “forma” che le contiene va detto che ogni elemento è al suo posto, e che si rileva solo un’eccessiva rapidità nella risoluzione di alcune interessanti ambiguità nella seconda parte. Del resto, trattandosi di un’opera dal carattere molto personale, difficile è stabilire quale evolversi dei fatti sia più o meno corretto e coerente con la struttura filmica, è più appropriato infatti concedersi una diagnosi degli elementi che fanno concludere il film, e perché lo fanno concludere.
Come rari esempi nel cinema postmoderno l’opera terza di Moll acquisisce autorevolezza partendo da sensazioni di inquietudine e timore, personificandole in elementi concreti e richiudendo il cerchio senza che nessuno se ne possa accorgere, dopo una notte di macchie di sangue e sifoni intasati, abitati nell’inabitabile.
Come in un incubo, ci si spaventa del nulla.
Onore all’intero cast.

(09/04/06)

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