


DOPO IL MATRIMONIO
REGIA: Susanne Bier
CAST: Mads Mikkelsen, Rolf Lassgård, Sidse Babett Knudsen
SCENEGGIATURA: Anders Thomas Jensen
ANNO: 2006
A cura di Davide Ticchi
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La Bier è un’autrice che giunge
ogni volta in sordina nelle nostre sale, dopo aver fatto tappa in qualche più o
meno noto festival europeo, quest’anno a Toronto e Roma, si fa finalmente
conoscere ed apprezzare dal pubblico pagante, irrinunciabilmente raffinato ed
esigente. La Bier l’ha
accontentato nel corso della sua elegante filmografia, della quale i titoli più
famosi rimangono Open hearts e Non desiderare la donna d’altri,
ai quali si aggiunge quello che fino ad ora è presumibilmente il suo miglior
lavoro, ovvero Dopo il matrimonio.
Dopo il matrimonio si scartano i regali, e disfano gli equilibri dei
sentimenti, si sognano futuri, e bussano alla porta del cuore passati taciuti
ed emozioni sopite, disperate.
Rigorosamente drammatiche, potentemente drammatizzate le immagini mosse e
vibranti che la Bier raccoglie,
creando quasi un diario segreto degli sconforti più intimi che ognuno serba
dentro di sé, i quali nessuna parola può esprimere meglio di un grido
silenzioso. Trattenuto, impresso sulla pellicola con la forza nervosa di un
pugno chiuso con dentro un fazzoletto bagnato di lacrime. Immagini che scorrono
sottraendo il ruolo di protagoniste alle parole, scritte e dialogate dalla
vecchia e piacevolissima conoscenza Anders
Thomas Jensen, quello de Le mele di Adamo per intenderci. Sceneggiatore della Bier a partire da Open hearts
dimostra come la “dogmatica” solidarietà fra gli auteurs danesi non
sia solo utopica, e i risultati si vedono. Un clima ideale quello del cinema
danese, che nel freddo termico si riscalda in una fino ad oggi corposa
produzione filmica di tutto rispetto.
Dopo il matrimonio non fa che
confermare la giustezza della strada intrapresa, ed invita ad andare avanti,
anche ostinatamente, contro l’incomprensione da parte di chi crede che il
cinema sia un’altra cosa, di chi non ha minimamente idea di cosa sia.
Perché l’importante è comunicare qualcosa, l’importante è stupire
l’uomo mediante l’uomo, e la più bella dimostrazione di ciò che la Bier ci potesse dare proviene proprio
dai suoi gesti più nascosti, dalle sue corde più belle e tristi allo stesso
tempo. Cinema che si sofferma sulle gote inumidite dalle lacrime, sugli occhi
che invece le trattengono severi o anche disillusi, bocche squarciate dalle
grida taciute che vogliono ancora vita, ancora un eco nel cuore pulsante di chi
ci sta vicino e di chi ci è caro. La Bier
sa benissimo che oltre ai nostri affetti familiari non esiste altro, tutto ciò
che è estraneo a ciò è appunto estraneo e temuto, sta invece a noi superare gli
ostacoli della vita in nome di chi amiamo. Tutti quei comportamenti che nella
nostra quotidianità sono posti fra parentesi qui acquistano primaria
importanza, si ritagliano primissimi piani che aprono lo schermo a metà, fra
prima e dopo il matrimonio. Un momento che divide e unisce insieme, i genitori,
dalla futura famiglia che si verrà a creare dopo quello che sarà il più bel
giorno della tua vita.
Per Anna lo è ora, una ragazza timida e minuta che sposa un giovane altrettanto
insicuro, che la tradirà. Il suo vero papà è invece un volontario indiano che
si cura degli orfani, ma lei non lo sa né lo conosce. Jørgen si è sempre
occupato di lei, è suo papà a tutti gli effetti ma fa tornare a Copenaghen
Jacob dall’India per valutare un suo progetto. Le sorti di ognuno si
incroceranno, imbriglieranno nella triste logica del destino e dei sentimenti,
sempre più tumultuosi, persistenti, umani. La Bier sa raccontarli senza bloccarli, oggettivarli, ma grazie alla
sua pervicace sensibilità, tutta femminile, imprime scanalature fruttate dai
più intimi sentimenti e dalle più umili delle radici analitiche. Non ci sono
giudici delle azioni compiute, analisti pronti a consigliarle, ma la più
radicale e spontanea emotività, che le guida verso quella che sembra la soluzione
più giusta, per noi e per gli altri.
Ognuno è responsabile delle proprie azioni e la Bier dimostra di esserlo anche del mezzo che usa ed ama usare,
quello cinematografico, l’unico in grado di darle la possibilità di
calcare i particolari dei visi. Sequenze che si reggono interamente su di essi,
come quella svolta durante la cena dopo il matrimonio, in cui Anna prende la
parola dichiarando ciò che storpia le “bellezze per forza”
dell’occasione, e che avvicinandosi agli occhi di chi è implicitamente
interessato provoca brividi d’introspezione. Ma anche scene di respiro
corale come quella statica del funerale, che, seguendo la concitazione della
“lotta per vivere”, incupisce per quanto sia vano questo sentimento
di strazio umano.
Cinema della pietà e della speranza sopita, che ognuno di noi conserva nascosta
per attaccarcisi nei momenti più difficili.
Un plauso a tutto il cast ed alla scelta d’inserire un brano dei Sigur Rós agli estremi del film, due
parentesi, tra le quali ognuno di noi vive.
(03/01/07)