THE DOOR IN THE FLOOR

REGIA: Tod Williams
CAST: Kim Basinger, Jeff Bridges, Jon Foster
SCENEGGIATURA: Tod Williams
ANNO: 2004


A cura di Giuseppe Mariani

DIETRO LA PORTA DEL DOLORE

Tratto dal romanzo di John Irving, “A Window for One Year”, il film scritto e diretto da Tod Williams, giunge al fine nel migliore dei modi sotto il considerevole peso delle questioni prospettate. Il cinema che affronta tematiche così insidiose e particolarmente sensibili, quali la necrofilia (o “pedofilia edipica”, coniamo all’impronta), il feticismo e il voyeurismo (nelle forme latenti e/o esplicite), può confrontarsi con gli archetipi della tragedia greca o shakespeariana, molte volte riadattati dalla commedia melo e/o drammatica – o semplicemente dal “drama” dai toni, sviluppi ed esiti più o meno tragici - del cinema classico e moderno, ed anche ispirarsi al (neo-iper)realismo livido e (post)modernista di tipo solondziano (tralasciamo di chiamare in causa il cinema inoffensivo e trendy imparentato con American Beauty), oppure alle suggestioni di un’opera insolita e minimale, tra il classico e il moderno, come THE DOOR IN THE FLOOR. La quale (inutile ipotizzare fin da ora se finirà per innescare un nuovo fil(torment)one filmico) ha molto in comune con il cinema americano che dagli anni ’50 (circa), fino ai ’70 (circa), racconta, con un linguaggio popolare (ma tutt’altro che banale, o che non sia riconducibile alla migliore arte) le crisi esistenziali, individuali e familiari in seno ad una società borghese rampante, ipocrita e corrotta, nonostante la facciata perbenista. Nel film in questione, le “perversioni” cui si è fatto cenno, sembrerebbe siano prospettate come incidentali, transitorie, scatenate da un evento esterno, tuttavia, oltre le apparenze, esse sottendono, in ultima analisi, alle endemiche e strutturali miserie (non solo) della società statunitense.
La vita scorre felice per un famoso scrittore di favole per bambini (Jeff Bridges) e per la sua bella moglie (Kim Basinger), nella confortevole villa della comunità marina dell’”East Hampoton”; fino a quando, in seguito alla morte accidentale del giovane figlio, non s’instaura nella coppia un devastante senso di colpa, un diffuso malessere, una profonda crisi coniugale e sentimentale. L’uomo cerca di porre vanamente rimedio a tale stato di cose, assumendo come assistente un giovane apprendista scrittore che ha la stessa età che aveva il figlio al momento della tragica scomparsa…
L’atipicità dell’umorismo (in) agro-dolce, che sfiora a volte (volutamente) il grottesco, si alterna senza soluzione di continuità al dramma e finirebbe per stridere e stonare con la severità delle vicende narrate, con alcune sequenze imbarazzanti e non propriamente ordinarie, se non fosse per la leggerezza di tocco (qualità raramente presente nelle ultime pellicole mainstream provenienti dagli USA) con cui il regista riesce a conferire alla messinscena, nonostante qualche marginale ellissi in eccesso, una sostanziale tenuta, la giusta misura ed equilibrio. Ammirevole il modo con cui risolve le scene di seduzione e di sesso tra una donna matura ed un ragazzo poco più che adolescente, ad alto rischio di scadere nella pornografia pruriginosa o morbosa. Basata su un soggetto non propriamente inedito, la sceneggiatura si dimostra tuttavia capace di riscrivere con un buon margine di originalità storie di quel tipo, facendo si che il narrato inceda con fluida linearità, senza rilevanti increspature, grazie anche al solido montaggio intorno al quale si struttura. Appare evidente l’amore del regista per le passate e già citate stagioni filmiche, la sottile nostalgia per lo stile e le atmosfere “classiche”, (ri)proposte con momenti di convinta ed ispirata poesia. La mdp penetra negli spazi chiusi/aperti entro cui incede e si agita quell’umanità allo sbando, in modo mai invasivo, con distaccata leggerezza, per suggerire più che mostrare il dramma e il dolore, riducendo al minimo i dialoghi, divagando con siparietti di spiazzante umorismo dal retrogusto amaro. Non occorre indagare fino alla radice di quel male, ostentare spiegazioni in odore di “letteratura” ed ovvi psicologismi. E’ lì. Traspare dalla buona caratterizzazione dei personaggi, dalle immagini, dal girato che rifugge ogni sorta di virtuosismo tecnico ad effetto esagerato, al pari della fotografia “crepuscolare”, dai colori tenui e naturali, quasi dimessa (si potrebbe definire “normale”, in quest’epoca in cui gli strumenti dell’espressione e del linguaggio sono esibiti, urlati), in realtà sofferta, riflesso dei sentimenti e degli stati d’animo, del piatto e solitario, a momenti desolato paesaggio marino che fa da sfondo alla vicenda. Di notevole spessore, ricco di sfumature, l’eccentrico e bizzarro personaggio interpretato da Jeff Bridges, che catalizza intorno a se l’attenzione dello spettatore, ben coadiuvato da Kim Basinger, sempre più brava, bella e matura, e da Jon Foster, nei panni del giovane assistente, spontaneo e a suo agio in una storia di (stra)ordinaria ed “adulta” follia. La piccola e graziosa Elle Fanning, con appena cinque anni di vita dietro le sue giovanissime spalle, è un vero spasso.

(08/02/06)

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