
IL DOLCE E L’AMARO
REGIA: Andrea Porporati
CAST: Luigi Lo Cascio, Donatella Finocchiaro,
Tony Gambino
SCENEGGIATURA: Andrea Porporati, Annio Gioacchino
Stasi
ANNO: 2007
A cura di Davide Ticchi
VENEZIA 07’: X STRATEGEMMI
Il grosso rischio che si deve esser disposti a correre guardando un film come Il Dolce e l’Amaro è quello di lasciarsi plagiare, di riffa
o di raffa, come la maggior parte dei prodotti cinematografici italiani sono
ormai soliti fare. Infatti, qualsiasi possa essere il movente problematico che spinge il giovane Porporati, che da ora in avanti per comodità e convenzionale
“italianite” chiameremo X, a realizzare
un film “sulla mafia” come questo, non è tuttavia bastante a
scongiurare quel grosso pericolo cui facevamo cenno prima, di
strumentalizzazione espressiva. Poiché X decide di raccontare una storia di
mafia, di dolce e di amaro, vale a dire ciò che fa
veramente presa su un pubblico fin troppo impreparato in tema, concedendosi
perciò il disinteressamento, la nonchalance nella
scelta dell’abito. Accontentandosi del più venduto,
quello griffato e perciò ambito dal mucchio, che ha visto indossare in
televisione. Per cui a quel personale gusto che tutti
i registi dovrebbero adottare nel vestire le proprie idee e riflessioni, X
rinuncia, se mai l’ha posseduto. X preferisce intortare lo
spettatore italiano con una narrativa fluida, scorrevole, che mellifluamente
rincara la dose di mefitica morale perbenista, fin dentro le sue vene. E,
badate bene, ci riesce egregiamente, il suo desiderio si esaudisce nel giro di
un’ora e trenta minuti, giusto il tempo sufficiente ad esaurire gl’innumerevoli escamotage narrativi, che soli
basterebbero a sostenere una lezione di tempistica della finzione televisiva.
Quegli stessi trucchi che poi tumulano i nodi del dilemma di Cosa Nostra, che
sdrammatizzano la rappresentazione di ciò che, proprio in
qualità di riproduzione, recita, in questo caso cinematografica,
andrebbe piuttosto arrotata della sua gittata tormentosa. Che invece si riduce,
puntualmente, a sterile tirata d’orecchi ad un paese ormai sordo da
quante ne ha tollerate, senza che venisse mai colpito
allo stomaco, alla radice di tutte le sue vanaglorie gastronomiche. Perché guardando film come Il Dolce e l’Amaro ci si sente, non si sa bene come,
pericolosamente sazi, esauditi da quella che è l’astuzia delle diverse
portate, dai sapori appena finemente speziati dei
nostri migliori aromi famosi nel mondo, come la famiglia, l’onore, la passione
e la bellezza. Guardacaso, tutte qualità
riconducibili ad un attore come Luigi Lo Cascio e specifiche del
personaggio che interpreta: protettivo, orgoglioso, amatore e inevitabilmente
fascinoso. Ognuna di esse, anche soltanto
superficialmente affrontata, come cattiva abitudine di X, è sufficiente a
rimorchiare il beneplacito dello spettatore, messo perfettamente a suo agio. Quando si renderà conto di come faccia male quella posizione
passiva e semisdraiata tenuta sul traino del benestare? Forse
mai, ma di questo dobbiamo ringraziare X, che non s’azzarda a parlar male
in territorio nemico, regno di mafiosi biascicanti frasi fatte nel dialetto
locale, resi semplici macchiette da format televisivo. Quasi, X non si
pronuncia del tutto, se non sulla vita di Saro con una furbastra ‘voce off’, non sembra averne la stoffa. E
se il suo fine è quello di compiacere lo spettatore facendo leva sulle vittime
dei racket, usandole come mezzo giustificato dal fine, allora X ha vinto. E noi siamo sconfitti.
(13/09/07)