


DOGVILLE
REGIA: Lars Von Trier
CAST: Nicole Kidman, Paul Bettany, Lauren Bacall, Chloe Sevigny
SCENEGGIATURA: Lars Von Trier
A cura di Claudia
Scopino
LE
COSE NON SONO QUELLE CHE SEMBRANO
Una piccola città di provincia, pochi abitanti e una ragazza in cerca di
protezione negli anni della grande depressione. Lars Von Trier attrae ancora,
cambiando di volta in volta le sue "regole".
Un film bellissimo, contraddittorio, beffardo, direttamente ispirato a Brecht
ma anche, dichiaratamente, al tanto amato Kubrick di Barry Lyndon (film
preferito di Von Trier), dal quale riprende divisione in capitoli e
(l’inversa) ascesa-discesa di un eroe (donna). In Dogville l'attenzione è
concentrata sugli attori, sui personaggi, inquadrati in primi piani
vicinissimi, che ne esaminano le paure, i valori, le cattiverie, che ci rendono
così immediatamente immersi nelle loro (doppie) anime. Una storia estrema ma
attuale, metaforica ma soprattutto simbolica, che (ci) condanna tutti, una
parabola sulla violenza e sulla cattiveria insita di ogni essere umano.
Un’analisi emotiva dell’egoismo, di quanto poco incline sia
l’uomo a pensare davvero alle altre persone, e di quanto siano false le
apparenze, come se tutti gli abitanti di Dogville, e quindi del mondo,
indossassero delle maschere cariche di ipocrisia pur di non mostrare la loro
vera natura. Quanti temi che pervadono Dogville, quanti elementi così difficili
da accettare, detti in modo tanto fastidioso forse, come se Von Trier ci
mettesse davanti ad uno specchio e ci mostrasse la nostra vera natura e nel
contempo ci interrogasse sulle nostre anime, capovolgendo la nostra morale, su
ciò che è giusto e cosa sbagliato e disorientandoci, calpestando la retta via
come Grace calpesta il sentiero della città. Non può mettere d’accordo
tutti, Dogville è estremo, assurdo, ma esige un forte senso di umiltà e
sincerità, perché quante/i Grace ci sono al mondo? Persone che fanno del bene,
ma che in determinate circostanze possono scatenare l’inferno, e che se
lette da altri punti di vista possono mostrare ciò che più di nascosto
c’è nelle loro motivazioni altruiste. Von Trier ci parla di tutto questo,
in un cinema che è dichiaratamente falso, con porte che si aprono ma che non si
vedono e case senza tetto, senza mura. Ma non per questo meno importanti delle
varie porte e case viste in tanti film. Non c'è scenografia, non c'è quasi
ambientazione, perché Dogville è dappertutto: Von Trier ambienta la sua storia
in America, ma potrebbe essere ovunque. Dà così un forte senso di teatralità,
di drammaturgia, dove le azioni più estremizzate del film vengono
ridimensionate in un contesto irreale. La divisione in capitoli e la voce
narrante -talvolta troppo invasiva, ma è sempre questo il rischio- aggiungono
poi una parte letteraria a questo cinema che non è più (solo) cinema. Pochi
dialoghi, stacchi frequentissimi, una fotografia fatta di luce ed ombre
esattamente come i personaggi che racconta ed una struttura evolutiva, da
favola all’apparenza tanto innocua che si immerge negli inferi più
nascosti degli esseri umani. Attori bravissimi, in particolare Chloe Sevigny e
Paul Bettany, e naturalmente la musa di quest'opera: una Kidman misurata e così
sofferente da farci credere che non stia neanche recitando. E’ un film
certamente difficile, da sentimenti contrastanti, ma degno di essere visto e
capito, perché ci spinge alla riflessione, di forma e contenuto, una lenta ma
mai noiosa parabola piena di spunti e tecnica. Un dolly conclusivo che
capovolge l’inizio è il nostro amaro addio agli abitanti della cittadina:
il piccolo cane che apre Dogville e “appare” – ma non si
vede- fin da subito arrabbiato e ostile sarà infatti l’unico essere degno
di essere visto nel finale.
TEMI: GRACE & L’ARROGANZA DEL PERDONO
E'
davvero affascinante notare come Dogville sia composto da varie chiavi di
lettura, anche contraddittorie, il che lo rende, al di là della sua validità
cinematografica, degno oggetto di studio.
Le linee guida sviscerate nella narrazione sono senza dubbio il Perdono e
l'Ipocrisia. Gli abitanti di Dogville all'inizio sono convinti di saper aiutare
il prossimo, di essere persone aperte e disponibili. Ma quando Tom li mette
davvero di fronte alla possibilità di aiutare qualcuno, ecco che la loro vera
natura si rivela. In principio nessuno accetta di aiutare Grace. Solo dopo la
sua volontà d'aiuto tutti cominciano ad essere disponibili, accogliendo la
proposta "magari posso fare quello che non vi serve". E man mano che
la storia procede, l'aiuto che sembrava essere superfluo diventa sempre più
fondamentale, cadendo presto nello sfruttamento. Gli abitanti di Dogville
chiedono sempre di più a Grace, non curanti della sua persona. Aumentano le ore
di lavoro, diminuiscono i salari, e Grace accetta tutto questo perché davvero
convinta di voler essere accettata nella comunità. Una disponibilità abusata,
fino agli sfruttamenti sessuali. Dogville, la città dei cani, abitanti che
abusano di un angelo. Ma ecco, verso la fine, la rivelazione. Grace non è
affatto un angelo. Grace sa bene chi è che la cerca e, forse, la vuole
uccidere: è il padre, dal quale è fuggita perché stanca della sua arroganza e
del suo potere, dei suoi omicidi. Fino a che, però, non riesce a vedere con
luce chiara la vera identità degli abitanti. E allora la sua vendetta,
spietata, cadrà su di loro. Troppo ha sopportato, troppo male potrebbero ancora
fare. Meglio per tutti che Dogville scompaia dal mondo. Grace si eleva, quindi,
a dimensione di Dio, donna arrogante che può decidere chi è degno di vivere,
contravvenendo alla sua natura di angelo dedito al perdono. Considerandosi
superiore e punendo senza nessuna pietà. Ma è qui che Von Trier si spinge
avanti, e capovolge la nostra morale. Forse Grace non è così arrogante? Forse
Grace sta solo considerandosi uguale ai cittadini, punendo loro come sé stessa?
Esaminiamo il primo dialogo tra Grace e suo padre, che analizza da un'altro
punto di vista l'arroganza:
Grace: "Se non vuoi uccidermi perché sei venuto?"
Padre: "La nostra ultima conversazione, quella in cui mi hai detto cos'è
che non ti piace di me, non si è mai veramente conclusa, visto che sei
scappata. A mia volta vorrei dire io a te cosa non mi piace di te. Questa, mi
pare, è la regola di una conversazione civile, no?"
(...)
G: "Allora, qual'è la cosa che non ti piace di me?"
P: "E' stata una parola che hai usato a provocarmi. Tu mi hai chiamato
"arrogante".
G: "Depredare, diciamo, di un sacrosanto diritto è arroganza, papà."
"Ma è esattamente quello che non mi piace di te. Sei tu che sei
arrogante!"
(...)
G: "Non sono io che sputo sentenze, papà, tu lo fai."
P: "Oh no! Tu non sputi sentenze perché simpatizzi con la gente.
Un'infanzia di privazioni e un omicidio non è necessariamente un vero omicidio,
giusto? A chi puoi dare la colpa? Alle circostanze! Stupratori e omicidi, forse
sono le vittime secondo te, ma io...li chiamo cani. E se si lappano il loro
stesso vomito, il solo modo di fermarli è con la frusta."
G: "Ma i cani obbediscono solo alla loro natura perciò...perché non
dovremmo perdonarli?"
P: "Ai cani si possono insegnare molte cose utili, ma non se li perdoniamo
ogni volta che obbediscono alla loro natura."
G: "E così sono arrogante. Sono arrogante perché perdono le persone?"
P: "Mio Dio! Non vedi quanto sussiego c'è in te quando dici così?
Insomma, tu hai questo preconcetto assurdo che nessuno possa assolutamente
avere lo stesso alto livello etico che hai tu. Così esoneri tutti! Io
non riesco a pensare ad un'altra cosa più arrogante di questa. Tu, mia figlia,
la mia cara figlia, perdoni gli altri con delle scuse che poi mai al mondo
permetteresti a te stessa."
G: "Perché non dovrei essere clemente? Perché?"
P: "No, no, dovresti. Dovresti essere clemente quando è il momento di
essere clemente. Ma devi mantenerti sul tuo livello. Devi questo alla gente. La
pena che tu meriti per le tue trasgressioni loro la meritano per le loro."
G: "Sono esseri umani, papà."
P: "Ogni essere umano deve rendere conto delle proprie azioni? Certamente.
Ma non gliene dai neanche la possibilità! E questo è estremamente arrogante. Ti
voglio bene, ti voglio bene da morire. Ma sei l'essere più arrogante che
personalmente abbia mai conosciuto."
Grace quindi non è arrogante nel vendicarsi. Grace è arrogante elevandosi a
persona che può perdonare perché ha il potere di farlo. Arrogante nel suo
ritenersi superiore agli altri, arrogante perché non dà la possibilità agli
abitanti di giustificare e rimediare alle loro azioni. Arrogante perché a sé
stessa non avrebbe mai perdonato un comportamento simile, decidendo per la
punizione. E allora è solo mettendosi al loro pari, identificandosi nelle
conseguenze delle loro azioni, che può fare la sua scelta: Grace capisce che al
posto loro non si sarebbe mai perdonata.
"...non avrebbe potuto difendere neanche una sola delle sue azioni
e non avrebbe potuto condannarle con sufficiente asprezza.
Era come se la afflizione e il suo dolore avessero
finalmente trovato la giusta collocazione.
No, quello che avevano fatto non era abbastanza buono.
E se qualcuno aveva il potere di rimettere a posto le cose
era suo dovere farlo. Per il bene delle altre città,
per il bene dell'umanità e, non ultimo, per il bene
dell'essere umano...che era Grace stessa."
Grace non avrebbe perdonato sé stessa, e mancando quindi di arroganza
nell'essere superiore, ma anzi mettendosi al loro pari, decide che come lei
avrebbe meritato una punizione, anche gli stessi abitanti di Dogville la
meritano. Il film quindi diventa ricattatorio, ci mette di fronte ad una
domanda etica e morale: è giusta la vendetta? Pensavamo che Grace fosse
arrogante perché si fa padrona di decidere del destino di altre persone.
Scopriamo invece che è nel perdonarle che pecca di arroganza, perché mai
avrebbe giustificato sé stessa con le loro azioni. E’ da qui nasce la
parte più interessante di Dogville, una domanda alla quale tutti,
soggettivamente, dovremmo rispondere: è più giusta l’arroganza divina del
perdono o l’umiltà della vendetta? Grace sceglie di essere come tutti gli
altri: decide di essere umana. Condanniamo la nostra Grace per la sua scelta?
VOLTI: NICOLE KIDMAN, L’ANGELO VENDICATORE
Un viso
d’angelo per un’anima sfruttata che sofferente e dolorosa porterà
agli estremi la sua vendetta. Sicuramente, una delle migliori interpretazioni
di Nicole Kidman, ormai lanciatissima attrice australiana (ma nata alle Hawaii)
in grande ascesa e sempre super-impegnata (la vedremo protagonista di 6 film
nei prossimi due anni). Per Grace ha adottato una recitazione dolente, da
sguardo perso, evidenziando fragilità e bellezza, fascino e delicatezza. Non è
mai sopra le righe, ma sempre naturale, misurata, al massimo della naturalezza
e della spontaneità, a suo agio tra espressioni fugaci e gesti insicuri. Nicole
s’immerge totalmente nel personaggio, la sofferenza di Grace è per lei
come una seconda pelle, tanto che non distinguiamo più l’una
dell’altra. Una delle performance meno hollywoodiane della bravissima
attrice, lontana dai sorrisi innamorati dello scialbo Ritorno a Cold Mountain
(2003) o dall’ordinaria Julia dell’action The Peacemaker (1997), ma
superiore anche alle interpretazioni del passato, dove una Kidman comunque di
talento veniva svilita da una maturazione d’attrice ancora non compiuta
(Malice – il Sospetto, 1993). Nel suo curriculum c’erano già
l’indimenticabile personaggio glaciale e freddo di Da Morire (1995) e la
tormentata Isabel Archer di Ritratto di Signora (1996), ma è senza alcun dubbio
Stanley Kubrick a rivelare il suo grande talento. Il Maestro porta Nicole in
sensazioni mai provate, spronandola ad abbandonare ogni barriera emotiva e
rivelando la sua anima più profonda. E non è un caso se è dopo Eyes Wide Shut
(1999) che Nicole ha vissuto un periodo gremito di grandissime interpretazioni:
Moulin Rouge (2001), meravigliosa nell’esprimere così intensamente le sue
emozioni, The Others (2001), signora dell’horror e della suspence,
Birthday girl (2001), ragazza dall’accento russo ingannatrice e
fascinosa, The Hours (2002), corpo e anima uniti nell’infondere grande
dolore, e infine Dogville (2003), dove la sua capacità di sparire
all’interno del personaggio è degna delle più grandi attrici degli ultimi
anni. Camaleontica, vigorosa, piena di carisma, Nicole sa regalare al pubblico
grandi emozioni, sa creare un filo diretto con i nostri cuori, tanto da farci
toccare con mano le sofferenze dei suoi personaggi. E senza dubbio quindi il
suo è un talento prezioso e raro.
(17/03/05)