
DIARIO DI UNO SCANDALO
REGIA: Richard Eyre
SCENEGGIATURA: Patrick Marber,
CAST: Judi Dench, Cate Blanchett, Tom Georgeson
ANNO: 2006
A cura di Sandro Lozzi
RIDERE NELLA TRAGEDIA –
HUMOUR E SCANDALI
Nell'ultimo film di Richard Eyre c'è
uno dei momenti più belli degli ultimi anni di cinema.
A una riunione del corpo insegnante della scuola in cui lavorano le due
protagoniste, Sheba Hart (Cate Blanchett)
gioca con una ciocca dei propri capelli arricciandosela in continuazione; ha
un'espressione serena e sognante quasi da bambina, in linea del resto con
l'ottica attraverso cui è vista per tutto il film. Dietro di lei è seduta
Barbara Covett (Judi Dench), che osserva
la giovane collega con un'aria a metà tra l'innamorata e il desiderio di
rimproverarla perché evidentemente poco attenta. Uno dei capelli strapazzati
dalla Blanchett si stacca e vola fino
a planare sul vestito della Dench.
Barbara lo raccoglie tra il pollice e l'indice della mano destra, poi afferra
l'altra estremità con le medesime due dita della mano sinistra e la tira fino a
tendere al massimo il capello.
Pur nella sua apparente disinvoltura, la costruzione di questa scena riflette
già da sola la struttura dell'intero film e le atmosfere che lo abitano.
Se mi sono sentito in diritto di parlare in termini assolutistici (uno dei
momenti più belli degli ultimi anni) è soprattutto in virtù dell'inquadratura
grazie alla quale questa breve scena, del tutto esterna alle logiche
diegetiche, risulta straordinariamente funzionale dal punto di vista narrativo,
l'inquadratura cioè del volteggiare del capello, un'inquadratura - e un
volteggiare - leggera, fluttuante, sospesa, spontanea e soave, priva della
presuntuosità metaforica della piuma di Forrest
Gump o dell'artificiosità del sacchetto di plastica di American beauty, sobria in perfetto stile old british seppure
asservita al dramma dei sentimenti. Proprio come tutto il film.
Un oggetto leggero come un lungo capello precipita verso il basso come spinto
da un magnetismo di gran lunga più forte della gravità, la macchina da presa
non riesce a stargli dietro, e allora per farci capire la sua traiettoria
rientra nel punto di vista da cui tutto il film è narrato, quello di Barbara:
prima di mostrarci dove il capello di Sheba termina il proprio salto nel vuoto,
Eyre infila un primissimo piano della
Dench che china sempre più il capo.
E' Barbara l'unica a sapere tutto quello che viene narrato nel momento in cui
viene narrato, è lei che narra, è suo e solo suo il punto di vista; è l'unica
che può guardare quello che la macchina da presa non riesce a seguire in tutto
il movimento.
Segue l'inquadratura in cui Barbara raccoglie il capello e lo tende tra le due
mani, inframezzata dal proseguimento del primissimo piano sull'attrice. Dopo
aver scoperto che ad esercitare quel magnetismo quasi innaturale era stato il
corpo dell'anziana insegnante, ecco che ci si prospetta immediatamente davanti
il destino a cui la giovane professoressa Hart sta per andare incontro: una
volta caduta nelle grinfie della ammaliante collega, questa saprà ottenerne il
controllo senza poi fare nulla di che, solo aspettando che il sistema nervoso
della giovane e sprovveduta Sheba le finisca tra le mani, per poterlo tendere a
suo piacimento fino al limite, fino alla follia. E' poi il preludio a quanto la
voce over della Covett dirà di lì a poco, dopo aver saputo i dettagli della
relazione tra la Hart e il giovane Connolly: «Mi resi conto che ero stata accecata
dal furore, mentre avevo davanti un'occasione superba: se agivo con astuzia,
potevo assicurarmi la preda, rendendola mia debitrice in eterno. Potevo
ottenere tutto, senza fare nulla». E la tensione fino al limite del capello
troverà il suo specchio nella scena più drammatic(izzat)a, quella in cui Sheba
si lancia contro i giornalisti asserragliati davanti all'appartamento di
Barbara, con il diario tra le mani.
La sequenza in questione, dunque, oltre a contenere - in un'inquadratura di una
frazione di secondo - uno dei momenti più poetici e toccanti visti ultimamente
al cinema, si fa specchio metanarrativo dell'intera traccia del film, facendo
il punto su quanto già visto, esponendo lo stato contingente delle cose, e
rinviando in sé a tutto quello che accadrà nei restanti settanta minuti circa
di film.
Un film d'atmosfera, malato, insano, morboso, ossessionato come la
protagonista, una Judi Dench vecchia zitella vergine acida sola
e lesbica, un po' strega cattiva e molto rockstar. Accanto a lei una Cate Blanchett giovane e bellissima, un
po' fata e un po' sprovveduta ninfomane con trascorsi da punkettona.
Un film che, prima ancora di essere un ottimo film di attrici (dirette
egregiamente), è un'opera che si sintonizza sempre perfettamente sugli stati
d'animo dello scorrere degli eventi, che tiene stretto a sé il punto di vista
come la Dench tiene stretto il
diario, che trascina nel vortice del dramma dello scandalo senza perdere
neanche per un attimo la sobrietà british fatta di thè, humour («Mi hai mandata
in prigione, potrebbero darmi due anni!» «...Passeranno in un lampo!»), e
irreprensibilità innanzitutto.
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