DEATH NOTE / DEATH NOTE: THE LAST NAME
REGIA: Kaneko Shusuke
SCENEGGIATURA: Oishi Tetsuya
CAST: Fujiwara Tatsuya, Matsuyama Ken’ichi, Seto Asaka, Toda Erika
ANNO: 2006
A cura di Luca Lombardini
FAR EAST FILM FESTIVAL 07’:
BLACK BOOK
Se il dittico tratto dal manga campione di vendite firmato Obata Takeshi fosse una canzone pop, non ci sarebbero dubbi
nell’individuare la sua struttura portante: verse/chorus/verse. Tradotto
in italiano strofa/ritornello/strofa. Perché le due pellicole dirette da Kaneko Shusuke, rapiscono
l’attenzione anche quando chi si siede in sala per guardarle, non avrebbe
la minima intenzione di farsi coinvolgere dall’intreccio. Ne più ne meno
come quando ci si trova a fischiettare una canzoncina facile facile, per il
solo motivo di averla ascoltata distrattamente alla radio. I due Death Note non sono film horror, bensì
un riuscito mix di seishun eiga e
video ludica partita a due con una leggera spruzzatina di poliziesco, così,
tanto per gradire. Il segreto del successo dell’operazione (68 milioni di
$ incassati nei patri botteghini) risiede tutto in due semplici quanto efficaci
intuizioni: l’ammaliante ripetitività degli avvenimenti, e il progressivo
trasformarsi dell’eroe buono in protagonista malvagio. Il regista sfrutta
al meglio i suoi assi nella manica, e proietta lo spettatore in un universo di
apparente normalità, dove l’iniziale sete di giustizia
dell’aspirante avvocato Light, si trasforma ben presto in diabolico
delirio di onnipotenza. Il primo Death
Note inoltre, è infarcito di latenti sferzate critiche indirizzate
all’impianto mass mediatico giapponese prima, e alla ricezione
dell’inconsueto fenomeno che l’intero paese del sollevante ha, poi.
Light/Kira infatti, una volta preso coscienza del suo potere, si trasforma in
una sorta di idolo per teen ager e non, tempestato di contatti sul proprio sito
web. Mentre la stampa e gli altri organi di informazione non fanno altro che
dar spazio alle sue gesta, tramutandolo ben presto in un vero e proprio caso
nazionale. Sesto senso neanche troppo originale, che permette a Kaneko Shusuke di elevare lo status intellettuale della sua fatica,
non facendo quasi mai pesare le evidenti lacune di sceneggiatura, che appaiono
lampanti non appena si accosta film a fumetto d’origine (dove la follia
del protagonista veniva quanto meno “telefonata” dalla sua
ossessione per la giustizia, coltivata attraverso gli studi in giurisprudenza e
il rapporto con il padre ispettore di polizia). Detto questo, è inutile negare
che è lo scontro tra Kira ed il rivale L a tenere realmente incollati allo
schermo: un duello quasi western,
dove a decidere non è la rapidità ad estrarre, ma la faida di meningi e ingegni
che pone progressivamente l’uno contro l’altro i due avversari. Un
videogioco a due appunto, rafforzato da una regia sobria, che lascia sottotesti
e sottogeneri sullo sfondo, per dedicarsi all’infinito duello a distanza
tra i contendenti. Gli agenti della squadra investigativa vengono pian piano
abbandonati ai margini della scena e dell’azione, i rapporti extra
“missione” di Light perdono progressivamente importanza, e persino
l’originale custode del taccuino che, se utilizzato, causa la morte per
infarto, passa da demone punk (praticamente
la versione in computer grafica di Sid
Vicious con le ali nere), a diavoletto innocuo e domestico affamato di mele
rosse. La circolarità di racconto che ne deriva, raggiunge l’obiettivo
che ogni thriller che si rispetti dovrebbe porsi: portare lo spettatore a
tifare per il “cattivo”. Death
Note ci riesce tanto nel primo quanto nel secondo episodio, dove
a cambiare non è praticamente nulla, salvo il nome del secondo custode terreno
del mortale taccuino e la comparsa di una nuova entità maligna;
quest’ultima tanto simile a Ziggy
Stardust, da far sospettare, anche in questo caso, una latente ispirazione
musicale. The Last Name torna a
giocare con i richiami propri del cinema horror pur continuando a non versare
una sola goccia di sangue. La base di partenza ereditata dal prototipo è di
quelle fin troppo solide, Kaneko Shusuke
quindi, non deve far altro che trasformare il duello di cui sopra in “triello”, lasciando che anche la
giovane presentatrice televisiva interpretata da Toda Erika, entri in possesso di un nuovo quaderno, portatole in
dote dall’algido Rem. Death Note:
The Last Name non lascia, bensì raddoppia. L’autore prosegue nel
(ri)percorrere il sentiero tracciato dal manga di origine, (ri)prendendo a
disseminare il racconto di iniziative personali finalizzate all’analisi
intorno alla natura del bene e del male, e insistendo nel raffigurazione delle
illusioni di pixel fabbricate dai media. Il castello di celluloide però,
continua a reggersi soprattutto grazie alla ritrovata arbitrarietà della
partita che contrappone Kira ad L, qui resa ancora più avvincente da nuovi
innesti di trama. I due infatti, da rivali che erano, si ritrovano a lavorare
nella stessa squadra investigativa, con il secondo convinto di trovare nel
nuovo collega il colpevole, e il primo, talpa
di se stesso, ormai certo di farla franca e contemporaneamente impegnato
nel farsi bello agli occhi del padre. Tutto questo con l’aggiunta di una nuova partecipante, che non solo prova
un sadico piacere nell’avere a disposizione degli inaspettati poteri, ma
addirittura è l’unica in grado di individuare il proprietario del black
book originale. Un affresco fatto di incroci e sospetti praticamente
impossibile da sviscerare per iscritto, un percorso lungo 266 minuti dove
serpeggia un recondito quanto calcolato senso di suspense, regolato da norme
che fanno della ripetitività e dell’arbitrarietà i loro punti di forza.
Due film in uno dove tutto sembra uguale come difatti è. Due film in uno che
potrebbero tranquillamente non interessarti ma che invece ti tengono lì,
pulsante di curiosità in attesa che la matassa si sbrogli. Due film
infinitamente lunghi che una volta terminati ti fanno venir voglia di
rivederli. Proprio come quelle canzoncine pop: verse/chorus/verse, appunto.
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