

DANNY THE DOG
REGIA: Louis Leterrier
CAST: Jet Li, Morgan Freeman, Bob Hoskins
SCENEGGIATURA: Luc Besson
ANNO: 2005
A cura di Luca Lombardini
NON DISTURBARE IL CAN CHE DORME
Dopo il fiammeggiante Kiss of the Dragon, la coppia franco-cinese formata da
Luc Besson e Jet Li torna nuovamente a far parlare (in positivo) di se.
Allontanatosi, chissà quanto momentaneamente, dalla cabina di regia, Besson
aspira ormai da tempo al ruolo di principale antagonista delle produzioni
action americane, e ritorna sugli schermi italiani con un film figlio delle
possibilità e dei vantaggi dell’epoca global e transnazionale che stiamo
vivendo. Tra le periferie industriali di Glasgow e Parigi infatti, si
incrociano le maschere di tre mostri sacri del cinema contemporaneo, talmente
distanti culturalmente e geograficamente (Hong Kong, Stati Uniti, Inghilterra),
quanto vicini sentimentalmente, se non altro per i centodue minuti di durata
del film.
Danny the Dog è una pellicola dalla duplice anima e dal doppio respiro che fin
dalle primissime inquadrature, scatta fulmineo verso le marce più veloci della
narrazione. Saldamente sorretto dalla sua struttura da gangster movie vecchia
Hollywood, ammicca spesso e volentieri verso i “neo noir” stile Guy
Ritchie, mantenendo sempre bene in vista la sua superficiale maschera da film
d’azione “puro”. Leterrier prende per mano lo spettatore e lo
trascina fin da subito nelle immediate vicinanze degli ultimi gradini della
scala social-civile, facendolo familiarizzare, giocoforza, con l’inferno
terreno di Danny: sicario pavloviano del perfido Bart, automa bipede in grado
di rispondere al solo stimolo metallico del collare che scatta. Basta un
semplice “tlack” infatti, per trasformare un alienato orientale con
lo sguardo perso nel nulla in una sanguinaria macchina da guerra corpo a corpo,
un letale “recupero crediti” in grado di spaccare mascelle e casse
toraciche con acrobatica semplicità. Danny vive in una gabbia sotterranea,
circondato da polvere, scatolette e da una sacco di sabbia per tenersi in
allenamento. Addestrato alla lotta fin dall’infanzia, non conosce (e
comprende) altro che la violenza a comando. Privo di ricordi e di affetti,
preferisce fermare con un cerotto “l’emorragia” di sabbia del
suo sacco, piuttosto che tamponarsi le ferite che ha sulla testa. La presunta
morte del suo aguzzino diventa inevitabilmente l’avvenimento catartico
del film. Da quel momento infatti, dopo tanta oscurità, il povero Danny inizia
ad intravedere un fioco barlume in fondo al suo oscuro tunnel esistenziale; e
mentre il respiro del plot si spezza in due metà ben distinte, il sottotesto
noir lascia il posto al dramma familiare, vero cuore pulsante di tutto il
racconto. L’incontro tra il cieco accordatore di pianoforti e
l’ormai ex sicario, ora sanguinante e più impaurito che mai, strizza
l’occhio al Frankenstein di Whale, e segna la rinascita umana e
spirituale di Danny. Le dolci note di un pianoforte a coda si sostituiscono
alla cieca violenza degli incontri da strada, la musica diventa il sentiero
della rinascita e della redenzione; percorrendolo, Danny scoprirà la serenità
familiare, ma anche atroci ricordi, episodi della sua infanzia che mai aveva
creduto di aver vissuto. Solo un particolare lo lega ancora al suo vecchio
mondo, quel pesante collare borchiato che gli graffia il collo rendendolo grottesco.
Ma anche in questo caso sarà sufficiente un semplice gesto d’affetto: un
bacio sulla guancia “bello e bagnato”, al posto dei più familiari
“attacca” o “uccidi”, affinché Danny si liberi per
sempre delle sue ossessioni e dei sui incubi.
Ma come in ogni fiaba noir che si rispetti, il fato metterà ancora una volta a
dura prova l’eroe, costringendolo a misurarsi definitivamente con il suo
violento passato, perché solo chiudendo definitivamente i ponti con esso la
vita di Danny potrà realmente iniziare da capo.
Danny the Dog è un godibilissimo film d’azione atipico, girato secondo i
canoni occidentali della factory di Besson, ma chiaramente indirizzato ad un
pubblico americano: prova ne sono i richiami ai generi classici e il
confortante lieto fine. Ciò che affascina e in parte stupisce è
l’interpretazione di Jet Li, per la prima volta impegnato in un film
intimista lontano dai parametri orientali, che recita a testa alta e senza mai
sfigurare al fianco dei più esperti Freeman e Hoskins. A renderlo ancora più
appetibile, ci sono le coreografie sporche e stradaiole dirette dal maestro
Yuen Wo Ping (Once Upon A Time in China, Matrix, La tigre e il Dragone, Kill
Bill ), che mette in pratica tutti i comandamenti acrobatici dello stile
hongkongese, sfruttando a pieno lo spazio del set, sia che si tratti del bagno
di una malcapitata (dove torna in mente il duello nel camper di Kill Bill tra
la Thurman e D. Hannah) o del fight club di un viscido riccone. In entrambi i
casi infatti, i corpi di questi moderni gladiatori riempiono con le loro
leggere acrobazie ogni angolo e pertugio, inseguendosi e annusandosi come cani
schiumanti di rabbia in un incontro illegale. Tutto ciò si incastra alla
perfezione con lo stile moderno e personale di Leterrier, fatto di riprese metropolitane
e cupi interni. La bellissima fotografia aggiunge un fascino suggestivo alle
spericolate evoluzioni della macchina da presa, che non esita a soffermarsi
sugli sguardi, sulle emozioni e sulle difficoltà dei rapporti umani,
sottolineati da un intimismo tutto francese. Attitudine questa, che non esita a
farsi da parte quando la camera si “sporca” insieme ai corpo a
corpo all’ultimo sangue, balletti di morte accompagnati dal martellante
groove dei Massive Attack.
In due parole: piccolo capolavoro.
(16/06/05)